Lanterna Verde – recensione

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Lanterna Verde (Green Lantern) di Martin Campbell, con Ryan Reynolds, Blake Lively, Mark Strong, Peter Sarsgaard, Angela Bassett, Tim Robbins.   USA 2011

di Emanuele D’Aniello

Ormai quasi tutti i maggiori supereroi hanno ottenuto la loro trasposizione cinematografica, per alcuni è riuscita per altri meno. Direttamente dall’universo della DC Comics arriva il film su Green Lantern, uno dei personaggi più popolari oltreoceano ma poco conosciuto qui in Italia. Nonostante le grosse aspettative sul film da parte dei tantissimi fans è stata la stessa Warner Bros a frenare l’entusiasmo nei mesi scorsi, accorgendosi via via tra riprese e post-produzione che il prodotto non era esattamente all’altezza. Certo, se lo dice la stessa casa di produzione, figuriamoci cosa possono dire gli spettatori. Eppure gli elementi per fare un prodotto più che discreto c’erano tutti, a partire dalla storia sulle origini del personaggio che è sempre interessante.

Hal Jordan è un pilota d’aerei, spericolato e sfrontato quanto basta, che a sua totale insaputa viene scelto da un’istituzione galattica, esistente da milioni di anni col fine di tutelare l’universo, per diventare il nuovo Lanterna Verde. Il precedente guardiano infatti è stato ucciso da Parallax, una creatura che si nutre della paura e che ora minaccia l’intero Universo. Per portare a vita cinematografica la storia dei fumetti è stato chiamato Martin Campbell, probabilmente uno dei migliori mestieranti a Hollywood, un regista che non passerà alla storia per i suoi capolavori ma sa da sempre lavorare bene e creare buoni prodotti commerciali. Anche qui tiene la regia con mano sicura, dà una chiara impronta visiva all’opera ed evita cali di ritmo nella narrazione. Il grosso difetto è però la sceneggiatura, che di conseguenza per la sua importanza contamina a macchia d’olio il resto del lavoro. La vecchia scusa “cosa vi aspettate, sono film d’intrattenimento, sono fil con i supereroi” non può più reggere nel 2011 perché, pur trovandoci ancora di fronte a prodotti principalmente d’intrattenimento nati e costruiti per il grande pubblico, nell’ultimo decennio con i vari Spider-Man e i nuovi Batman, per citare gli esempi più eclatanti, non siamo più in presenza di storie “solo” sui supereroi, ma l’intero genere si è evoluto. Lanterna Verde ha una struttura narrativa, una scarsissima introspezione dei personaggi, una scrittura dei dialoghi che ricorda troppo gli anni passati, navigando tra l’arretrato e il banale.

Hal Jordan ha un carattere puramente accennato e mai sviluppato. Di lui sappiamo che ha perso il padre in un incidente aereo, episodio che ancora lo tormenta. Punto. È abbastanza arrogante e inaffidabile, ma improvvisamente diventa un eroe, acquista i poteri come fosse un bambino di fronte ad un nuovo giocattolo, accetta la sua nuova missione senza battere ciglio. È lontano anni luce dalla complessità e dai dilemmi morali dei vari Bruce Wayne, Clark Kent o Peter Parker visti al cinema. Come lui diventa sempre più senza macchia e paura, il cattivo della storia, il dottor Hector Hammond, diventa sempre più malvagio senza aver minimi ripensamenti e non dà possibilità di provare empatia per lui, è il trionfo della mono-dimensionalità. Carol Ferris, la ragazza di Hal Jordan, è la più classica che più non si può “damigella in pericolo” da salvare, diversi passi indietro rispetto alle problematiche figure femminili degli ultimi anni nei fumetti. Sinestro, una sorte di portavoce dell’istituzione galattica, la figura più carismatica e interessante della storia, non è minimamente approfondito. Aggiungiamo anche la presenza della più insulsa spalla comica possibile per il protagonista e il quadro è completo. La costruzione degli avvenimenti e gli schemi narrativi, più i dialoghi tremendamente banali e scontati, fanno domandare al pubblico se non fossero in realtà rimasti intrappolati in un loop temporale, finendo per assistere ad un episodio allungato della serie degli anni novanta Flash. Perché, budget astronomico a parte, il livello si avvicina molto. La storia è interessante, c’era la chance di riflettere un attimo sul tema di fondo (Volontà contro Paura) così attuale nel mondo moderno dopo l’11 settembre, ma i quattro sceneggiatori hanno preferito attingere a piene mani tra i più smielati clichè del genere che concentrarsi su altro. E ripeto, si sono messi anche in quattro a scrivere il copione. A volte mi chiedo se, per simili film, non sia meglio per le case di produzione ingaggiare super-nerd o semplici appassionati di fumetti per lavorare da consulenti sulle sceneggiature, almeno questi conoscono i personaggi e la mitologia delle storie.

Probabilmente simbolo del livello del film è il suo protagonista, Ryan Reynolds, uno dei più grandi misteri del cinema americano negli ultimi tempi. Bello e affascinante ma non in maniera trascendentale, molto più adatto alla commedia che ad altro (quando deve darsi un tono o fare il volto tormentato è una catastrofe), privo del carisma per bucare lo schermo, prova anche a fare il simpatico e andare un po’ sopra le righe, ma dovrebbe ricordarsi che di Robert Downey Jr ne abbiamo solo e soltanto uno. Inoltre circondato da un cast complessivamente buono (Mark Strong e Peter Sarsgaard fanno egregiamente il loro dovere, Blake Lively è straordinariamente bella quanto brava, e lei ha davvero un futuro radioso davanti) viene travolto da quelli che dovrebbero essere solo suoi comprimari. Come detto il regista Martin Campbell salva il salvabile, l’aspetto tecnico e spettacolare è la vera nota positiva del film: nonostante all’abbondanza di effetti speciali, comunque necessari, la fotografia è elegante e luminosa, gli scenari mozzafiato, le coreografie d’azioni molto riuscite. Ovviamente non è bastato, anche il pubblico ha punito il film facendogli incassare in America 115 milioni su un budget di 200 milioni, e a livello mondiale si è riusciti a malapena a rientrare dei costi, senza però generare profitti. Quando la Warner Bros diceva che il film non era quello voluto, e che un eventuale sequel sarebbe dovuto essere più dark e adulto, per una volta da spettatori si doveva dar retta alla strana sincerità della casa di produzione.

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