Cose dell’Altro Mondo di Francesco Patierno, con Valerio Mastandrea, Diego Abatantuono, Valentina Lodovini. Italia 2011
di Emanuele D’Aniello
Evento, o forse miracolo: finalmente un film italiano non retorico. Si, mi sarebbe piaciuto molto aprire la recensione realmente con questa frase, ma non è questo il caso. Perché il tanto discusso Cose dell’Altro Mondo è un’opera mediocre (e questa non è necessariamente una colpa, può capitare di sbagliare un film) ma la cosa più grave è l’incapacità di sviluppare un’idea di partenza tremendamente interessante e ricca di spunti, considerando poi la situazione socio-politica che viviamo ogni giorno nel nostro paese.
Prendendo forse spunto dal film messicanoA Day Without Mexican del 2004, la cui di base è identica, Cose dell’Altro Mondo ci propone uno scenario clamoroso: cose succederebbe se, d’improvviso, tutti gli immigrati sparissero dall’Italia? La risposta è molto semplice, il nostro sistema produttivo crollerebbe. Basta leggere una qualsiasi analisi reale dell’ISTAT per scoprire come buona parte del lavoro nel settore industriale e agricolo nazionale è svolto da extracomunitari. Ma non sarebbe l’unico crollo, se consideriamo anche le badanti principalmente straniere nell’assistenza agli anziani, i vari domestici e donne delle pulizie, o anche i preti, ormai sempre più stranieri anche nelle parrocchie di provincia. La premessa è intrigante, l’idea di ambientare il tutto nel nord e precisamente nel Veneto ancora più azzeccata, perché lì risiede il grosso della manodopera extracomunitaria, e lì paradossalmente si sono sviluppati svariati movimenti politici locali e nazionali che hanno affrontato a muso duro la situazione. Il problema è che improvvisamente, come spariscono gli extracomunitari, altrettanto magicamente sparisce anche l’interesse verso il film, e la storia praticamente si blocca. Si esauriscono le idee e la sceneggiatura si perde in una miriade di situazioni inutili. Praticamente esiste solo la premessa, il film non riesce ad andare oltre, e viene lecito chiedersi se non fosse stato meglio ideare un cortometraggio. Il copione galleggia tra il banale (la quantità di frasi fatte messe in bocca ai personaggi è preoccupante) e lo scolastico (lo script come evidente durante i 90 minuti di durata è geometricamente diviso in tre canonici atti, gira intorno alla situazione senza offrire spunti narrativi). Inoltre, per essere una commedia, anche se sociale, si ride pochissimi e le battute quasi non esistono.
Qualche elemento positivo che salva il film comunque si trova. Su tutto, sicuramente lo spirito leggero, la voglia di non prendersi troppo sul serio. Poi la bravura dei tre interpreti principali, simpatici e con cui il pubblico può facilmente empatizzare in poco tempo. Però poverini, interpretano personaggi dalla psicologia risibile e il più stereotipati possibile, e qui si torna ai difetti del copione. Diego Abatantuono, che ogni tanto si dimentica di interpretare un veneto linguisticamente parlando, è un personaggio che più stereotipato non si può, cattivo cattivo ma in fondo dal cuore d’oro. Dovrebbe essere un alter ego filmico di Borghezio (il sottoscritto autore si rifiuta di chiamarlo onorevole) ma finisce per essere sempre divertente, e quindi perde efficacia. Valentina Lodovini e Valerio Mastandrea hanno due personaggi il cui arco narrativo-evolutivo durante il film è completamente assente: la prima, dopo un’ora di film, improvvisamente si dimentica di cercare il suo fidanzato e tutto torna come nulla fosse; il secondo, pur essendo il co-protagonista, non dà alcun apporto alla trama o ad un suo eventuale sviluppo. Anche i caratteri di contorno sfiorano la macchietta, dalla moglie del personaggio di Abatantuono, ai suoi amici imprenditori, al taxista violento e ignorante, che perlomeno non è ipocrita quanto il film stesso: l’uso ripetuto e continuo della parola “negro” solo per far dire che non si è a tutti i costi politicamente corretti, risulta davvero fastidioso.
L’esperimento di Francesco Patierno si può catalogare nella categoria “tanto rumore per nulla”. Le feroci ma sterili polemiche politiche tuonate in particolare dai ranghi della Lega Nord hanno solo portato pubblicità alla pellicola, più di quanto ne meritasse, accusando poi l’idea del film, l’unica cosa invece seria e su cui bisognerebbe riflettere, e su cui certo non si può accettare lezioni da determinate frange politiche. Il problema non è l’uso del finanziamento pubblico per un film con uno specifico impianto ideologico, ma l’uso del finanziamento pubblico per un film che, cinematograficamente parlando, è mediocre. Lo sviluppo della trama inesistente, l’ambientazione non sfruttata (invece di ridurre il Veneto a macchietta provinciale si poteva fare una più acuta analisi sociale), i personaggi piatti. Se poi vengono forniti altri assist alla pellicola, tanto meglio per loro.


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