Contagion – recensione

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Contagion di Steven Soderbergh, con Matt Damon, Gwyneth Paltrow, Laurence Fishburne, Kate Winslet, Marion Cotillard, Jude Law.  USA 2011

di Emanuele D’Aniello

Steven Soderbergh è senz’altro uno dei registi più anomali nel panorama cinematografico americano e non solo, capace di passare con incredibile facilità dai prodotti più commerciali (la trilogia di Ocean’s Eleven) ai film autoriali impegnati (Traffic, i due epici film sul Che), non dimenticando di attraversare la commedia (The Informant) o i piccoli esperimenti indipendenti (Sesso, bugie e videotapes). Contagion si inserisce nel filone delle opere corali che il regista predilige, e riesce ad abbracciare più o meno tutta la sua opera diventando un incrocio tra blockbuster e film d’autore. È soprattutto un film tremendamente attuale, in grado di trattare il tema dell’epidemia come raramente è stato fatto al cinema, con approccio realistico e per questo ancora più potente, affrontando le paure degli uomini sulla salute esplose negli ultimi anni a causa della diffusione prima del morbo della mucca pazza e poi del virus H1N1.

Il pretesto è proprio questo, il film ci mette di fronte ad un virus sconosciuto che si diffonde con incredibile velocità in ogni angolo della Terra, capace di uccidere milioni di persone prima che si possa trovare un vaccino efficace. La forza del film risiede nel suo realismo, nella cura dei dettagli, nella verosimiglianza con cui si descrivono le reazioni umane, nell’intelligenza usata nell’affidarsi ai termini tecnici e nel mostrare il lavoro meno noto delle organizzazioni sanitarie. A tratti sembra di essere davanti ad un documentario. Il merito è tutto di Soderbergh, che abbandona la ripresa con camera a mano a lui tanto cara, evita movimenti o oscillazioni non necessarie, e affronta con stile rigoroso il materiale che ha a disposizione: raramente inquadra i volti delle persone, ma i suoi primi piani sono riservati agli oggetti (tazze di caffè, piattini con noccioline, bicchieri, maniglie, i pali di sostegno in un autobus o nella metro, le strette di mano) perché questi sono i veri protagonisti, tutti quei possibili portatori di contagio, che siano focolai di un virus mortale o un banale raffreddore poco importa. Un singolo colpo di tosse, amplificato dal sonoro, mette i brividi. Il montaggio (che Soderbergh cura personalmente nei suoi film) è serrato, costruisce un perfetto puzzle di inquadrature agghiaccianti, e la fotografia, che elimina tutti i colori più chiari e vivaci, dona il tono giusto al film.

Certo, il regista qui si serve anche del copione di Scott Burns, una sceneggiatura studiata e calibrata attentamente. Dettagliata nei minimi particolari la diffusione, lo sviluppo e il contenimento dell’epidemia dal punto di vista tecnico, ancora migliore il lato più riflessivo: ci mostra infatti come nella società moderna, quella globalizzata in cui si viaggia in ogni angolo della Terra, un virus per spostarsi da un continente all’altro infettando milioni di persone possa metterci meno di un giorno. Coerenza e logica muovono le azioni e le reazioni dei personaggi, e su questo aspetto non possiamo non vedere la mano di Soderbergh, abituato ad opere corali in cui si intrecciano più personaggi e più storie. Anche qui si serve di un cast altisonante, da far invidia a qualsiasi grande produzione, e la sceneggiatura fa il resto, poiché nessun personaggio prevale sull’altro come importanza, e nessuna storia è lasciata al suo destino, tutte vengono riprese e hanno una conclusione, anche quelle dei volti di secondaria importanza. In questo però troviamo piccoli difetti: la parte dedicata a Marion Cotillard (peraltro doppiata nell’adattamento italiano in modo a dir poco farsesco senza motivo) non riesce ad essere interessante quanto vorrebbe, mentre la parte dedicata al personaggio di Jude Law non va a parare da nessuna parte, rimanendo slegata dal tema principale e dallo sviluppo della trama.

Gli scenari apocalittici della seconda parte del film possono sembrare eccessivi a qualcuno, ma basta pensare, nel mondo moderno così dipendente dai mezzi di comunicazione globale, quanto poco ci metterebbe la gente ad andare nel panico più totale di fronte ad una situazione simile, che nessuno può prevedere o controllare. Il film lascia lo spettatore in uno stato di ansia che non si esaurisce una volta finita la pellicola, e lo mette in guardia di fronte a qualsiasi cosa toccherà d’ora in avanti. In sostanza, l’amuchina non ci salverà.

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