La Spia (A Most Wanted Man) di Anton Corbijn, con Philip Seymour Hoffman, Rachel McAdams, Willem Dafoe, Daniel Bruhl, Robin Wright, Nina Hoss, Grigoriy Dobrygin USA/Germania 2014
di Emanuele D’Aniello
Probabilmente solo ora il genere di spionaggio ha trovato il connubio perfetto. E’ davvero incredibile il modo quasi magico in cui lo stile antispettacolare e malinconico dei romanzi di John Le Carrè si sposa con lo stile cinematografico ovattato e introspettivo di Anton Corbijn. Se il marketing ve lo presenta come un thriller mozzafiato, come spesso accade non credeteci: La Spia è un film dal ritmo compassato, giocato sui silenzi e sulle attese, costruito sugli sguardi e sui movimenti non fatti o sulle frasi non dette. In poche parole, esattamente come un vero spy movie dovrebbe essere.
Scordatevi l’azione, le spie dinamiche alla Jason Bourne o gli agenti fascinosi alla James Bond. Questo ormai dovrebbe assodato soprattutto dopo un film magistrale come La Talpa, anche quello tratto non a caso da un romanzo di Le Carrè, uno che ha lavorato davvero nel servizio segreto di Sua Maestà e quindi il mestiere lo conosce meglio di tanti altri. Dopotutto le sue storie non hanno mai raccontate grandi scene d’azioni o sono mai state costruite sull’adrenalina, ma hanno piuttosto gettato uno sguardo sulle difficoltà del lavoro della spia. Ciò è ancora più vero e rafforzato in un mondo post 11 settembre, un mondo in cui il nemico non ha più una nazione, un volto definito, e gli stessi confini tra alleati e nemici sono sempre più labili e malleabili. Concentrarsi sul personaggio, sulle motivazioni e sull’introspezione è proprio quello che Corbijn aveva fatto nel suo film precedente The American, un anti-thriller per antonomasia, privo di azioni ma con i riflettori puntati sulla solitudine del killer di professione.
Come detto, Le Carrè e Corbijn sono perfetti l’uno per l’altro, e ovviamente quello che ne esce fuori è magistrale. La Spiainfatti è un film che, pur presentando una storia molto intrigante con un intreccio complesso – c’è da dire strutturalmente molto diverso dal romanzo originale, quasi da poter parlare di rielaborazione più che di adattamento – ci parla del mestiere dell’agente segreto e di coloro che entrano a contatto, spesso malauguratamente, con lui. Tutti i personaggi che passano in rassegna nel film sono figure tristi, sole, grigie, cupe, esattamente come se risucchiassero la malinconia dell’ambientazione ad Amburgo, una città, almeno nel film, per nulla solare. Le spie sono sole, deformate dalla claustrofobia degli uffici in cui sono rinchiusi e ovattate dal costante riflesso di luci artificiali. In un mondo che esce appunto dalla Guerra Fredda sono ancora più sperdute, perchè i loro nemici non sono solo i terroristi, ma spesso e volentieri è la burocrazia il muro insormontabile, il mulino a vento contro cui scagliarsi inutilmente. Inutile, appunto, la chiave è tutta qua: le spie sono consapevoli che non importa quanto lavoro facciano o quali risultati raggiungano, alla fine le loro operazioni saranno schiacciate una volta da ordini superiori, un’altra volta da variabili imprevedibili o sottovalutate, quasi sempre dagli americani che come sciacalli aizzati dall’odore del sangue si comportano in maniera autonoma e anarchica fregandosene del buon senso e pensando solo agli interessi propri. La Spia, in fin dei conti, è un film che parla di sconfitta e ci presenta solo sconfitti. I personaggi lottano battaglie con mezzi personali in un mondo vastissimo incontrollabile. E’ un percorso amaro la sconfitta, che alle spie del film capita però con amara ciclicità, un destino beffardamente inevitabile. Però ogni volta fa male, e ogni volta più della precedente. E non ci si rassegna. Tutto questo è reso perfettamente dallo stile compassato e imploso di Corbijn, che ha un’idea di cinema apparentemente glaciale, ma in realtà profondissima, e molto pessimista, perfetta per simili storie.
C’è poi l’elefante nella stanza, che per quanto grande abbiamo finora provato ad evitare, ma ora non possiamo più farlo. E’ infatti davvero difficile guardare il film sapendo che della morte successiva alle riprese di Philip Seymour Hoffman, e ancora più difficile è giudicare la sua interpretazione consapevoli di ciò. Ma rimanendo concentrati, si nota come il talento dell’attore sia più grande di ogni altro pensiero. L’interpretazione di Hoffman è come sempre gigantesca, ed è incredibile il suo carisma e la sua presenza scenica. Hoffman era uno pochi attori che dava davvero peso alla sua apparizione, in grado far percepisce quasi materialmente la sua presenza sullo schermo. E’ difficile rendere l’idea, ma con ogni espressione, ogni parola, ogni sguardo, risultava sempre credibile e vero. E ovviamente è assolutamente perfetto nel ruolo. Per rimanere nel territorio di Le Carrè, se in La Talpa Gary Oldman era la perfetta interpretazione dell’agente segreto della Guerra Fredda, ricamato nell’ombra, silenzioso fino a confondersi con la tappezzeria, abile nel trasformarsi esso stesso nella macchina burocratica, invece Hoffman è la giusta incarnazione della spia del nuovo mondo, ansioso, nervoso per i nemici invisibili contro cui combatte e per i nemici interni che conosce benissimo, logorato mentalmente e soprattutto fisicamente da lavori spesso infruttuosi. Il finale del film, che ovviamente non riveliamo, è un potente pugno allo stomaco che rende esattamente l’idea, e l’interpretazione di Hoffman racchiude ogni parola e ogni aggettivo utilizzato finora. E’ quel grido di dolore tipico di conosce ormai fin troppo bene il sapore della sconfitta, ma ogni volta fa una fatica bestiale a digerirla. Come noi facciamo fatica a digerire la scomparsa di Hoffman, ma ci godiamo ancora una sua grande interpretazione in un grande film, sicuramente non per tutti ma perfetto per gli amanti del genere.


Lascia un commento