Dracula Untold di Gary Shore, con Luke Evans, Sarah Gadon, Charles Dance, Dominic Cooper USA 2014
di Emanuele D’Aniello
Fin dagli albori del cinema, Dracula è rimasto uno dei personaggi più visti e sfruttati al cinema. Gli adattamenti del romanzo di Bram Stoker, da quelli più fedeli alle semplici ispirazioni, sono impossibili da contare. Quando si pensava appunto che non ci fosse più nulla di nuovo da raccontare, la Universal, che non a caso con i film di mostri ci campa dagli anni ’30, ha la brillante idea di realizzare un film sulle origini di Dracula, sfruttando la figura storica di Vlad l’Impalatore che infatti ha ispirato Bram Stoker. L’intuizione, c’è da ammetterlo, è notevole e molto intrigante. Il genio però rimane solo sulla carta.
Dracula Untold ha, come detto, il grande vantaggio di poter nascere da un materiale di partenza invidiabile: da una parte la storia vera, dall’altra il mito del vampiro più famoso di sempre, e infine la forza cinematografica del genere gotico, ma anche horror se si vuole osare un po’ di più. In mano a Gary Shore, un regista esordiente che viene dal mondo della pubblicità e dei videoclip, e con una produzione che ambisce al blockbuster più che al film culto, ciò che ne esce è un ibrido che, paradossalmente, allo stesso tempo riesce a distaccarsi da tutti gli elementi d’ispirazione. Inutile quindi precisarlo: si, c’è Dracula con la sua base storica, ma alla fine quello che vediamo sullo schermo è più un personaggio che sfrutta quel nome per motivi di marketing e richiamo di pubblico che altro. Dracula Untold è un film che non ha mai la minima intenzione di essere un’opera gotica, ma ambisce (?) ad essere esteticamente il più tipico fantasy come ormai se ne vedono a decine, e tematicamente quanto più vicino possibile al superhero movie.
Non c’è la leggenda, non c’è il fascino, non c’è soprattutto la dimensione tragica del personaggio nato dalla penna di Bram Stoker. Non c’è nemmeno, per non fare soltanto la figura dei puristi, la somiglianza con altri vampiri classici del cinema. Il principe Vlad è prima un eroe giusto e retto, che ha rinnegato il suo passato da impalatore e combatte contro gli invasori turchi (tra cui, a dir la verità, non c’è nemmeno una singola comparsa che ricordi vagamente i lineamenti turchi), e poi da vampiro è il più classico dei supereroi. Pensiamo alla scena in cui si risveglia dopo il suo patto demoniaco come se avesse scoperto di avere poteri: il film indugia su Vlad che prova i suoi poteri come fosse Peter Parker dopo il morso del ragno. Non c’è l’ambiguità, non c’è il dramma, non c’è soprattutto il richiamo al soprannaturale, tutto è troppo fumettistico per essere anche lontanamente gotico. I temi pur interessanti che il film tratta sono scontati nella resa emotiva e totalmente sacrificati dal punto di vista narrativo a favore della resa scenica.
Luke Evans ha carisma e buona volontà, è sicuramente molto convincente nella sua recitazione, ma non è mai Dracula. Il suo è un personaggio da Signore degli Anelli che si ritrova nel mondo di Spider-Man, e ovviamente la dimensione da dannato è totalmente snaturata. Lo dimostra a maggior ragione il finale, che rinnega completamente e definitivamente il mito originale – e a questo punto possiamo dire che è quasi un bene – nella speranza di generare dei sequel (e incredibilmente, chissà in maniera quanto voluta, finisce per collegarsi al Dracula di coppoliana memoria). Se il film avesse un altro titolo, forse, avrebbe ottenuto un altro effetto, sicuramente con meno responsabilità e meno pregiudizi da affrontare. Ma il nome di quel vampiro lo ha, e non morde quanto Dracula dovrebbe fare.


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