Hunger Games: il Canto della Rivolta Parte 1 (Hunger Games: Mockingjay Part 1) di Francis Lawrence, con Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Donald Sutherland, Julianne Moore, Phillips Seymour Hoffman, Woody Harrelson, Eizabeth Banks, Stanley Tucci, Jeffrey Wright, Sam Claflin, Natalie Dormer. USA 2014
di Emanuele D’Aniello
La saga di Hunger Games davvero non necessita più di presentazioni o rodaggi. Si regge ormai sulle proprie fortissime gambe, è un marchio assolutamente riconoscibile e affidabile. E dal primo film, Jennifer Lawrence nel frattempo ha vinto un Oscar, sbancato i botteghini ed è diventata una star acclamata e popolare in tutto il mondo. Ma come tutte le ricette di successo, o meglio brand di successo, il rischio si tramuta spesso in realtà: l’omologazione è dietro l’angolo. In poche parole, pur presentando potenzialità incredibili e tematiche ben più complesse di molti altri blockbuster, è impossibile non notare un appiattimento complessivo dovuto alla scelta di dividere l’ultimo capitolo della saga in due film. Sia chiaro, Il Canto della Rivolta Parte 1 è un buon prodotto, ma semplicemente non ha motivo di esistere come metà di un vero e proprio film.
Fortunatamente la struttura tematica e narrativa regge, perchè ormai ogni singola componente è perfettamente rodata e riconoscibile agli spettatori. Non pesa minimamente l’assenza dei giochi, che praticamente rendono questo film diverso anni di luce in quasi tutto dalle due precedenti pellicole, perchè conosciamo i personaggi, siamo familiari con i loro comportamenti e abbiamo sincero trasporto per le loro azioni. Non abbiamo più bisogno di essere guidati, la strada la conosciamo già. Ma soprattutto, tralasciando i giochi mortali e passando ad un autentico scenario di guerra, finalmente la saga svela il suo vero volto: Hunger Games è un’opera assolutamente politica. Già chi conosceva la vicenda tramite i romanzi di Suzanne Collins sapeva fin dal primo film che quei paragoni con Battle Royale erano indubbiamente sensati ma meramente superficiali, essendo le due storie avvicinabili solo per la premessa. Se il film asiatico infatti proponeva una riflessione sulla violenza nella società moderna, specialmente giovanile, Hunger Games fin da subito ha lavorato su più livelli (e non intendo dire che uno è meglio dell’altro, sia chiaro, solo capire che gli approcci sono in realtà differenti). Le pagine della Collins prima e i film poi hanno abbracciato a piene mani la più classica distopia politica mostrando come lavorano le dittature, a cominciare dalla mistificazione dei media e dell’intrattenimento per le masse – il detto “panem et circenses” tutto sommato non è un falso mito – e in questo nuovo capitolo hanno approfondito un discorso interessantissimo, ovvero come le dittature e le rivoluzioni sono quasi sempre due facce della stessa medaglia, mostrando che chi opera per sostituire un despota spesso utilizza i medesimi mezzi. Che tutto ciò avvenga in un blockbuster rivolto perlopiù ad un pubblico di giovani, lo trovo assolutamente un bene per tutti.
Peccato però che questo interessante, attualissimo e totalmente veritiero discorso politico avvenga in quello che, probabilmente, rimarrà il film più debole della saga. Il Canto della Rivolta Parte 1 si protrae per due ore raccontando pochissimo, andando avanti con scene di grande effetto che però alla lunga risultano rapidamente ripetitive. Se si esclude l’avvenimento del finale, ovviamente importantissimo, quasi nulla si evolve dal primo all’ultimo minuto. Sembra quasi di assistere ad una serie di scene che in altri film sarebbero state tagliate in fase di montaggio. Ma la pecca più grande è l’assenza di azione, un difetto notevole considerando che il il film è pur sempre un blockbuster d’intrattenimento, e dopotutto i precedenti film avevano mischiato benissimo riflessione, drammaticità, tensione e azione. La stessa protagonista Katniss Everdeen, divenuta in questi ultimi due anni un’eroina autentica, vero simbolo dell’esplosione del genere d’azione al femminile degli ultimi tempi, qui non è mai nell’azione. Un brutto autogol, in un certo senso. E in tale situazione gli sceneggiatori compiono l’errore peggiore: intensificare il triangolo amoroso, che saggiamente era stato tenuto sottotraccia nei precedenti film, dando un’aura di banalità ad una saga che invece aveva conquistato molti proprio con la sua originalità. Alla fine Il Canto della Rivolta Parte 1 non sembra nemmeno la metà di un film più grande, ovvero la Parte 1 che ci dice il titolo, ma semplicemente un atto introduttivo del vero film che arriverà il prossimo anno.
Quello che non delude mai è la recitazione. Jennifer Lawrence è sempre enormemente carismatica, e bravissima nel capire che, con la sua incredibile gamma espressiva, deve sempre fermarsi un attimo prima di sforare nel più tipico overacting. Julianne Moore è la new entry, ma recita come stesse nel cast da decenni: l’esperienza vale tutto. Philip Seymour Hoffman è già un piacere poterlo ancora vedere sul grande schermo, poi vederlo all’opera fa solo aumentare i rimpianti: a differenza del precedente film in cui sembrava essere in scena solo per portare a casa il compito e ritirare l’assegno, qui cattura perfettamente l’essenza camaleontica del proprio personaggio. I due però che rubano la scena, inaspettatamente, sono Josh Hutcherson e Elizabeth Banks: il primo, con pochi minuti a disposizione, comunica allo spettatore tutto il proprio stato d’animo, e la seconda è eccezionale nel rimanere coerente al proprio personaggio pur in uno scenario per lei completamente mutato.
Il Canto della Rivolta Parte 1 è indubbiamente interessante per i temi che affronta, più dark e maturo dei soliti blockbuster, ma lascia davvero l’amaro in bocca. Gli adattamenti cinematografici sono tali perchè gli sceneggiatori devono essere in grado di adattare un libro per un medium totalmente differente come il cinema, qui invece si è scelta la strada della fedeltà assoluta, andandosi a scontrare frontalmente con l’impossibilità di condensare ogni pagina. Fortunatamente, sappiamo che ci sono gli strumenti per migliorare e chiudere in bellezza la saga.


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