Lo Sciacallo (Nightcrawler) di Dan Gilroy, con Jake Gyllenhaal, Renè Russo, Bill Paxton, Riz Ahmed USA 2014
di Emanuele D’Aniello
Apparentemente, Lo Sciacallo (ma noi preferiamo il bellissimo titolo originale) potrebbe non raccontare nulla di nuovo: la critica ai media, al loro modo di raccogliere e narrare le notizie, non è certo una novità. E pur tentando un approccio cinico e assolutamente dark, quel sapore di già visto è presente. Ma come detto, solo apparentemente. Perchè il debuttante regista e sceneggiatore Dan Gilroy ha la saggezza di costruire tutto questo attorno alla figura di Louis Bloom, il personaggio interpretato magistralmente da Jake Gyllenhaal, quasi teorizzando che la cattiveria del mondo e la malignità delle persone sono interscambiabili e necessarie l’uno all’altro, nutrendosi vicendevolmente dei rispettivi lati oscuri.
Louis Bloom è il classico esempio delle distorsioni della crisi economica quando colpisce personalità problematiche. Ve lo anticipo: gli effetti non sono ottimi. Eppure il nostro protagonista, classico anti-eroe del cinema moderno, è una figura assolutamente contemporanea e realistica, la tipica persona che potremmo incontrare per strada o con cui iniziare una discussione casuale su più temi in un bar. E’ sfortunato, misantropo, probabilmente asociale, ma non è pazzo o puramente cattivo, anzi, è dannatamente intelligente e concreto. Per realizzare i suoi desideri è ovviamente disposto a tutto, e questa dedizione lavora da un lato sul suo carattere, che lo porta negli estremi a diventare un sociopatico, dall’altro sulla sua intelligenza, che lo porta a divorare di tutto su internet in maniera autodidatta, e sappiamo che nel web si trova di tutto ma spesso per paradosso poche verità. Insomma, è davvero un personaggio contemporaneo. Gilroy, come se avesse tutta l’esperienza del mondo, sa quando usare il freno a mano, e lo tira prima che Bloom diventi il classico folle che parla per manuali: guardatelo quando si relaziona al prossimo, è sempre loquace, intraprendente, convincente, calmo e controllato nelle parole e nelle situazioni più incredibili. E’ l’estremizzazione del mito del self made man americano, ma estremizzato non per esigenza cinematografica, ma perchè il mondo contemporaneo in cui viviamo richiede questo.
Se abbiamo tessuto finora le lodi di Gilroy, parlando però del personaggio non possiamo non evidenziare che grandissimo merito è dell’interpretazione fantastica di Jake Gyllenhaal. E forse così non lo abbiamo mai visto. Se in carriera ha precocemente mostrato il proprio talento in tanti film di successo e molto popolari, dopo qualche notevole passo falso negli ultimi anni ha infilato un bellissimo filotto di performance da primo della classe: tra Prisoners, Enemy e ora Nightcrawler, il talento non se ne è mai andato. In questo film molti noteranno i 10 chili persi per la parte, ma da seguire sono gli occhi: quasi sempre strabuzzare gli occhi è il primo sintomo del più terribile overacting, invece Gyllenhaal riesce a modulare e tenere stabili i suoi occhi allampanati, e con la postura e i gesti regala una interpretazione genuinamente inquietante, al confine tra la mania e la semplice ossessione.
Inutile aggiungere che una simile feroce determinazione, quando incontra il mondo spietato dei media, soprattutto quelli interessati alla cronaca nera, abbatte definitivamente i confini della morale. Ancora una volta però il film di Gilroy fa un passo in avanti, perchè non interessato al classico contrasto tra ciò che è giusto e ciò che è eticamente sbagliato nel modo di riportare le notizie: il film dà infatti per assodato che quel dibattito è finito, e ovviamente perso per chi confida nell’etica, e mostra cosa succede quando la morale è ormai solo un ricordo lontano. Guardate in questo senso la bellissima scena in cui la produttrice interpretata da Renè Russo dà ordini ai conduttori del notiziario su come descrivere il servizio mandato in onda. E’ agghiacciante, ma molto reale e dà un senso a tutto.
Strisciando nella notte di Los Angeles, con una fotografia ultra-nitida che ricorda Collateral, il film mostra un volto delle persone che conosciamo ma spesso ci rifiutiamo di affrontare. Gilroy sceglie argomenti noti ma li tratta con intelligenza, evitando il pietismo e l’empatia forzata. Il film, esattamente come Louis Bloom, si muove tra la miseria umana, tra vittime e carnefici, in modo del tutto freddo e distaccato, risultando così ancora più forte e affascinante, soprattutto dannatamente efficace.



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