Le Meraviglie di Alice Rohrwacher, con Maria Alexandra Lungu, Sam Louwyck, Alba Rohrwacher, Sabine Timoteo, Agnese Graziani, Monica Bellucci Italia 2014
di Emanuele D’Aniello
Lo abbiamo detto più volte ed è un fatto noto in più campi: l’opera seconda è sempre la più difficile. Solitamente anche quella in cui si cerca di sperimentare di più, per provare nuove strade per il futuro e liberarsi dai temi di un esordio sicuro. Alice Rohrwacher va già ammirata perchè, in realtà, ha fatto il contrario: l’esordio Corpo Celeste è stato un tuono nel cinema italiano, e ora per l’opera seconda la regista si è rifugiata in lidi più sicuri, a lei noti, avendo Le Meraviglie chiarissime connotazioni personali, quasi da poter definire il film una semi-autobiografia della regista.
Le Meraviglie ci porta nella campagna umbra a conoscere una famiglia plurilinguista, con una madre italiana, un padre tedesco (e i due comunicano tra di loro le discussioni private in francese), una cognata tedesca e quattro bambine nate e cresciute in Italia. E’ in questa campagna apparentemente incontaminata che la più grande delle quattro figlie, la 12 enne Gelsomina, vive il primo passaggio verso l’adolescenza, la scoperta dell’amore, della vita esterna, e i primi ovvi contrasti col padre, un tipo amorevole ma duro, poco propenso ad esternare i propri sentimenti, zelante nel lavoro e nella preservazione di una natura incontaminata, e col chiaro cruccio di non aver mai avuto un figlio maschio, cosa che gli abitanti del paese vicino non dimenticano mai di sottolineare. Fondamentalmente, la Rohrwacher segue lo stesso tracciato della sua opera d’esordio: ancora una volta al centro della scena c’è una ragazza che lotta per diventare più grande e si accorge che la sua dimensione di vita inizia ad andarle stretta. Di film di formazione è strapieno il cinema, ma il tono infuso dalla Rohrwacher, neorealista in tantissimi punti per poi essere ribaltato da momenti quasi surreali, rende il film un qualcosa di unico, in bilico tra sogno e realtà.
Se la realtà è la terra, la campagna, la famiglia, i problemi quotidiani, il sogno diventa concreto grazie all’avvento della televisione, chiave di volta del film che spinge la piccola protagonista verso il mondo esterno. Dopotutto non va dimenticato un punto fondamentale: la storia è ambientata negli anni ’90. Inquadrare il contesto temporale è di primaria importanza: il turismo, come ricorda il padre tedesco, non ha ancora invaso le campagne, ma presto arriverà; l’uso di strumenti chimici e industriali che soppiantano il lavoro a conduzione familiare non è ancora arrivato, ma arriverà; l’avvento della televisione è dipinto come grottesco e piuttosto ridicolo, ma non ha ancora quelle vette di trash e superficialità che sappiamo bene arriverà presto. Noi sappiamo benissimo in cosa si sarebbe trasformata la realtà quotidiana italiana di lì a poco, ma i nostri protagonisti vivono ancora ignari, in bilico, agli albori del cambiamento. E allora la presa di coscienza della piccola Gelsomina non è solo l’inizio dell’adolescenza, ma è anche il momento di passaggio in cui i valori si perdono e altro soppianta le piccole meraviglie quotidiane. L’elegia bucolica della Rohrwacher non è comunque una invettiva contro il presente cattivo e il progresso, quanto una piccola grande parentesi, essenziale e semplice, che ci ricorda come le vere meraviglie non sono quelle costruite dalla televisione, ma l’abbraccio di una famiglia o una piccola bambina che riesce a far camminare le api sul proprio volto.
Pur in questa essenzialità, il film non riesce però a prendere ad avere un salto di qualità, indeciso a quali storie concedere la precedenza, su come inquadrare i personaggi secondari, e soprattutto in troppi falsi finali che rischiano di annullarsi a vicenda. Ma la semplicità della narrazione e del messaggio, e la fantastica interpretazione delle bambine, naturale, piena di energia, priva di false note o manierismi, riesce a lasciare intatto l’impatto emotivo del film.


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