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Magic Mike di Steven Soderbergh, con Channing Tatum, Alex Pettyfer, Cody Horn, Matthew McConaughey, Olivia Munn, Matt Bomer, Joe Manganiello.  USA 2012

di Emanuele D’Aniello

No, non aspettatevi la versione maschile di Showgirls o Le Ragazze del Coyote Ugly. Si, ci sono lustrini e luci soffuse, musiche ammiccanti e balli erotici, corpi maschili muscolosi e più che mezzi nudi, ma gli elementi per far urlare di gioia le ragazze terminano qui. Magic Mike, basato sull’esperienza di vita realmente vissuta dal protagonista Channing Tatum prima di sbarcare a Hollywood per fare l’attore, è un film che rientra perfettamente nel percorso cinematografico di un regista come Steven Soderbergh, uno che le caratteristiche del vero autore le ha abbracciate tutte nella sua carriera e riesce sempre a far rientrare il mainstream nella propria cifra stilistica indipendente.

Dopotutto le scelte compiute dal regista nei suoi ultimi film dovevano far capire la strada di realismo ormai intrapresa. PerThe Girlfriend Experience, storia di una escort che si aggira in un mondo completamente freddo fatto di incontri a pagamento, Soderbergh aveva scelto come protagonista la pornostar Sasha Grey, una che non aveva difficoltà a mostrarsi nuda e girare scene di sesso con sconosciuti; poi per Lockout – Resa dei Conti, decostruzione del genere action, la scelta era ricaduta su Gina Carano, campionessa di arti marziali miste che fa della lotta e del contatto fisico il suo pane quotidiano. Ora, per una storia con alla base il fenomeno dei male strippers, protagonista è uno che quel mestiere lo ha fatto davvero (in realtà Channing Tatum ha scelto Soderbergh per dirigere la sua storia, ma il connubio funziona da qualsiasi lato lo si voglia guardare). Tre protagonisti ma più precisamente tre corpi, tre modi raccontare una storia attraverso la fisicità. Non a caso quello che funziona di più nel film è lo sfruttamento fisico dei corpi maschili, oggetto del desiderio per le donne e strumento di successo per gli uomini: in un certo senso, si trovano notevoli punti di contatto conThe Wrestler, un altro film in cui il corpo e il suo sfruttamento per creare spettacolo e galvanizzare un pubblico è al centro dell’attenzione. Lì era il ring, qui è il palco, ma in entrambi i casi i personaggi si sentono vivi solo esibendosi nel loro micromondo, si sentono importanti ed amati, mentre al di fuori c’è solo la disperazione. Ma ancora una volta Soderbergh parte da un pretesto, il mondo dello spogliarello maschile, per raccontare altro, il sogno americano deturpato dalla crisi economica. Nel film i protagonisti per un attimo hanno tutto, vale a dire la concretezza degli obiettivi di un giovane ragazzo spensierato (successo, donne, soldi) e la possibilità di costruirsi un futuro serio, in questo caso il sogno di aprire un negozio che costruisca mobili personalizzati. Magic Mike paradossalmente ci ricorda che non si può avere ne l’uno ne l’altro: nel primo caso la superficialità di un mondo artificiale rischia di far sprofondare negli eccessi, nel secondo caso è l’attualità a distruggere i sogni e le speranze.

Il film ci dice che nelle difficoltà del mondo moderno non conta più inseguire un sogno, ma avere il coraggio di capire quando accantonare quel sogno ed affrontare la vita reale. Ma questo messaggio si perde per i limiti evidenti della storia raccontata, il film non riesce mai a superare quel fattore di prevedibilità che lo possa rendere più profondo, rimane ancorato ai suoi clichè, e quel retrogusto da commedia romantica, soprattutto nel finale, non se ne va via. Per tornare a The Wrestler, lì il personaggio di Mickey Rourke sceglieva il ring alla vita, qui invece Mike giustamente sceglie la vita al palco. In poche parole, il film sente il bisogno di darci risposte edificanti e concilianti, che finiscono inevitabilmente per risultare posticce.

Un peccato, perchè i pregi e le qualità del film sono sotto gli occhi di tutti. La messa in scena è un gioiello con l’uso di inquadrature spesso non convenzionali, un uso delle luci filtrate (Soderbergh si è occupato anche della fotografia in prima persona) che rendono le scene d’interni al club a dir poco ipnotiche, e gli esterni irradiati da una specie di alba primaverile costante, ed una grande attenzione al sonoro nelle scene del backstage prive di musiche, che diventa attenzione ai rumori, come se fossero momenti presi da un documentario.  Ed è un piacere, personalmente, vedere in un film essenzialmente mainstream una scena di dialogo senza stacchi di inquadratura per più di un minuto, quasi una rarità. Altrettanto notevole è l’impegno e l’abnegazione di Channing Tatum, che consapevole dei suoi limiti espressivi recita saggiamente con i sentimenti, dopotutto questa è la storia della sua vita e lui più di chiunque altro sa come e quando muovere le corde emotive. La vera star è però Matthew McConaughey, trasfigurato e magnetico nel ruolo di leader carismatico del gruppo di spogliarellisti, una interpretazione tutta di testa che può ricordare, in versione “bassa” e con i dovuti margini, l’imbonitore di massa interpretato da Tom Cruise in Magnolia. Questi elementi fanno sicuramente di Magic Mike un film sorprendente, col tono serio e l’approccio giusto nella realizzazione, soprattutto in grado di costruire personaggi sinceri e situazioni reali a cui il pubblico si affeziona senza problemi, ma mai in grado purtroppo di superare una certa banalità di fondo.

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