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Reality di Matteo Garrone, con Aniello Arena, Nando Paone, Loredana Simioli, Raffaele Ferrante, Ciro Petrone.  Italia 2012

di Emanuele D’Aniello

Possiamo dire, se proprio voglio individuare un genere per questo film che genere non ha e non ne ha bisogno, che Reality è una black comedy, in cui gli elementi divertenti, in netta minoranza, sono dovuti più alle situazioni e ai personaggi che non ad vero umorismo, e gli elementi dark, in netta maggioranza, rivelano un contesto ed una realtà sociale che di divertente non ha nulla.

Nel raccontare la storia di un uomo che per l’ossessione di partecipare al Grande Fratello perde completamente il contatto con la realtà, col suo quotidiano e addirittura con la propria famiglia, Matteo Garrone ha ribadito più volte, fin dalla presentazione del film al Festival di Cannes, che la sua intenzione non era quella di criticare i vari reality show. L’affermazione e l’intenzione è vera, perlomeno in parte. Perchè soffermarsi troppo e concentrarsi unicamente sugli aspetti legati al Grande Fratello vuol dire non cogliere tutto quello che il film vuole comunicare, e rischiare così di intendere l’opera solo come una storia moralizzatrice sugli effetti distorsivi della tv e dei miti televisivi superficiali e transitori. Garrone infatti non critica solo il Grande Fratello, ma critica anche tutto quello che c’è intorno sul come si costruisce il nulla cosmico dei reality show e di una certa televisione attuale, critica quello che c’è prima dei reality show, ovvero gli strati sociali su cui questo fenomeno mediatico attecchisce maggiormente, critica quello che c’è durante, mostrandoci i concorrenti tipo del reality show (stereotipati fisicamente, spesso impegnati in atteggiamenti spesso lascivi, mai interessanti ad una discussione, sempre dediti a celebrare il vuoto interiore) ed infine critica quello che c’è dopo i reality show, vale a dire una celebrità di cartapesta ottenuta e perpetrata con il niente, rappresentata dal personaggio dell’ex concorrente Enzo. Ma forse anche noi stiamo prendendo un abbaglio, continuando ad usare il termine “critica”. in realtà Garrone non critica, non attacca, non si permette di giudicare, ma sfrutta la funzione essenziale e più forte del cinema: mostra. Si, Garrone non attacca ma mostra il mondo dei reality show, lo mostra con precisione, con intelligenza, con realismo, con sagacia tecnica ed una sapiente scelta dei volti da mettere di fronte alla telecamera. Mostra la sua storia per quella che è, senza filtri e senza scappatoie, perchè il saper mostrare col cinema può essere un’arma potentissima. Mostrando, Reality appare per quello che realmente è: una storia personale e sociale agghiacciante.

Ma Reality non è solo reality show. Se fosse soltanto uno sguardo a quel mondo, si potrebbe dire che arriva in chiaro ritardo, perchè sono tanti i film che hanno già indagato sulla manipolazione della tv e sulla diretta anestetizzazione delle masse, e perchè almeno da noi il Grande Fratello è in netta crisi e la critica la subisce ormai da anni. Garrone però non in arriva in ritardo grazie ad un approccio nuovo e non a senso unico: la sua è un’indagine antropologica e sociologica che si basa su un profondissimo character study del protagonista, un personaggio sviscerato in tutta la sua psiche e vittima dell’ossessione che diventa paranoia. Il regista segue costantemente il nostro protagonista, Luciano Ciotola, con telecamere fissa e lunghi primi piani, raccontando la storia dal suo punto di vista, in modo che anche noi possiamo vivere la sua paranoia: Luciano si sente spiato e osservato all’esterno esattamente come sarebbe spiato ed osservato dalle telecamere all’interno della casa del Grande Fratello, un ribaltamento di prospettiva che trasporta l’ossessione dalla tv alla vita quotidiana. Gli echi di Re per una Notte di Martin Scorsese sono evidenti, ma qui il tema dell’ossessiva e pericolosa ricerca della celebrità è ancora più efficace perchè inquadrata e motivata in un contesto socio/culturale più ampio. Fin dalla prima sequenza, un lunghissimo e meraviglioso piano sequenza aereo che ci conduce ad un matrimonio, e ci mostra tutta la preparazione tecnica di Garrone, siamo introdotti in un mondo in cui l’eccesso e il kitsh sono all’ordine del giorno, il trionfo della pacchianeria che rappresenta un terreno fertile per la presa dei reality show, un preciso strato sociale (e non geografico, si faccia attenzione) ed un contesto culturale in cui Luciano è cresciuto, che lo porta a credere in un mondo artificiale piuttosto al suo mondo reale, per quanto povero e pieno di comuni difficoltà quotidiane. “E’ una occasione” ripete più volte Luciano, la possibilità di entrare nella casa del Grande Fratello ed ottenere la fama rappresentano per lui l’occasione di un riscatto sociale, l’occasione anche solo di credere in una vita migliore. Da questo punto di vista la fede nel reality è assolutamente speculare alla fede nella Chiesa, rappresentata da Michele, l’amico e collega di Luciano: il film racconta la necessità per alcune persone di crede fortemente in qualcosa, di avere fede in un futuro migliore, che sia il Paradiso Cristiano o il Grande Fratello, un futuro inseguito da entrambi i personaggi con gli stessi meccanismi, vale a dire la carità.

Il complesso discorso si allarga fino a punte metacinematografiche, perchè il personaggio di Luciano come ormai sapranno tutti è interpretato da Aniello Arena, un detenuto condannato all’ergastolo che ha potuto recitare grazie a permesse speciali ottenuti con gli anni, che Garrone ha voluto a tutti i costi dopo averlo recitare in carcere con la compagnia teatrale del suo penitenziario. In pratica, Arena si trova ad impersonare un protagonista che vuole assolutamente farsi rinchiudere in una prigione dorata, la casa del Grande Fratello, quando come detto lui è in realtà un detenuto che qui per recitare ha l’unica occasione di uscire da una vera prigione, ed in questo ruolo certo difficile Arena è più di una rivelazione. Garrone è da sempre abilissimo nello scovare volti adatti e perfetti per le sue storie ed il suo cinema, anche ora la galleria quasi felliniana di personaggi che compongono la famiglia e gli amici del protagonista è efficacissima, danno un senso di realismo e naturalismo decisivo per entrare nella storia, ma la performance di Aniello Arena è a dir poco superlativa, il detenuto/attore come se fosse investito da uno stato di grazia, come se avesse sulle spalle anni di esperienza, recita con le emozioni senza mai strafare, riesce ad essere sommesso ma intensissimo, celando un dramma interiore che possiamo immaginare per la sua storia personale essere reale, e non soffre mai l’invadenza dell’inquadratura stretta. Non siamo certo ai livelli del neorealismo, quando gli attori di strada superavano non tanto in talento quanto in efficacia gli attori di nome, ma Garrone è l’unico regista al mondo (esageriamo per una volta, perchè no) che riesce a coniugare l’elemento ultra-realista ad una confezione tecnico/formale dal valore assoluto, impeccabile: la fotografia di Marco Onorato e la bellissima colonna sonora a tratti burtoniana nel vero senso del termine di Alexandre Desplat, uno dei migliori compositori viventi, sono partners perfetti per la sontuosa regia di Matteo Garrone, che con lunghe riprese senza stacchi e inquadrature spesso sperimentali è uno dei pochissimi registi italiani che ancora sa parlare e soprattutto narrare per immagini.

Lo scorso maggio il film al Festival di Cannes ha ottenuto il Grand Prix du Jury, vale a dire il secondo posto nel concorso, ed ora finalmente a quattro mesi di distanza possiamo dire che quel premio è meritatissimo. Garrone dopo il successo planetario di Gomorra ha provato a realizzare un film più sobrio e lineare, raccontando una storia più semplice e comune, ma poi ci siamo trovati di fronte un film molto serio, ricco di chiavi di lettura e spunti di riflessione, sotto diversi punti di vista enormemente complesso. Garrone voleva girare un film “piccolo” ma alla fine, fortunatamente, ha realizzato l’opera forse più incisiva della sua ancora giovane carriera.

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