Stoker di Park Chan-wook, con Mia Wasikowska, Nicole Kidman, Matthew Goode   USA 2013

di Emanuele D’Aniello

Quando un regista americano fa il suo primo film in lingua inglese, si crea sempre intorno all’opera un’attesa diversa dal solito, viene giudicato in altro modo, visto sotto altre prospettive, come se fosse il film decisivo della carriera o il primo lavoro. Una cosa alquanto misteriosa, poichè il debutto in lingua inglese non cancella di certo le opere fatte in precedenza. E questo vale di più quando a fare il proprio debutto in lingua inglese è un regista già iconico come Park Chan-wook, che ha alle spalle una carriera più che brillante in cui emerge soprattutto la tanto osannata Trilogia della Vendetta. In certi casi quindi non c’è nulla da dimostrare.

Anzi, forse una cosa da dimostrare c’è, quella appunto di essere un grande regista a prescindere da tutto, ed in questo “debutto” Park Chan-wook lo dimostra continuamente. Stoker è un film dalla trama banale e dalle risoluzioni mediocri, ma quello che risalta, e con una qualità notevolissima, è la messa in scena e la recitazione, ed il merito va indubbiamente al regista. Il film sguazza senza mezzi termini nelle atmosfere hitchcokiane a dir poco esplicite, tra citazioni e rimandi in particolar modo a L’Ombra del Dubbio, di cui Stoker è quasi una remake alla lontana. Molto alla lontana, perchè questo film è a tutti gli effetti un thriller psicologico atipico, fatto in sottrazione, giocato sull’assenza delle emozioni, di reazioni, dai toni rarefatti e quasi astratti. Il triangolo erotico che si crea tra i membri della famiglia, la tensione erotica tra zio e nipote, il rapporto freudiano tra madre e figlia, tutto è rappresentato nella maniera più fredda possibile, perchè non ci deve essere calore umano nel presentare tre personaggi negativi. Gli unici momenti caldi del film, la scena della protagonista nella doccia e il pre-finale, sono non a caso anche i momenti più sfacciatamente morbosi.

Il resto è continuo calcolo, altissima messa in scena, leziosità non auto-compiaciute: sfido a trovare una sola inquadrature che non sia studiata, l’uso dei colori, delle scenografie, delle posizioni degli attori, persino i colori delle acconciature e degli abiti combaciano a formare fotogrammi che sembrano dipinti. Gli attori si adeguano, recitano il dramma nella maniera più distaccata possibile, in particolare Mia Wasikowska è perfetta nel mischiare innocenza ad un senso di spietatezza innato. Ovviamente il suo è il personaggio centrale e più allegorico del film, è lei ad avere qualcosa di malato dentro, un qualcosa che la porta inesorabilmente a cedere alle lusinghe di una vera e propria seduzione del male. Questa è l’essenza del film, questo è il percorso negativo e spiazzante che Park Chan-wook ci fa digerire nella maniera più lasciva e asettica possibile, utilizzando come tramite gli occhi degli spettatori più che il cuore. Ma questo è anche un enorme rischio che il regista prende: togliendo i primi strati, il film risulta vuoto, e oltre alla confezione rimane davvero poco. Stoker è una bellissima, magnifica, sublime, impeccabile scatola vuota. Come detto, la storia è alquanto banale, il colpo di scena scontato così come lo sviluppo, e sono pecche non da poco per quello che essenzialmente si presenta come thriller. L’emozione e la carica sovversiva dei lavori precedenti del regista sudcoreano (che aveva sempre scritto, mente ora si affida al copione di Wentworth Miller) è qui totalmente assente. Dopotutto nemmeno i grandi registi possono fare miracoli, ma stavolta va bene così.

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