di Emanuele D’Aniello
Ci riproviamo. Dopo aver compiuto quella follia che è stata la classifica del decennio 2000, è la volta di sbizzarrirsi a trovare i migliori film degli anni ’90. Ho cercato ancora una volta con questa classifica di includere il meglio del meglio, senza pregiudizi e rimanendo più imparziale possibile. I criteri utilizzati si collegano alle recensioni critiche ottenute e l’importanza e l’influenza dei film raggiunta nel corso degli anni, e infine ovviamente il gusto personale. Non perdiamo troppo tempo nel vedere le posizioni, quelle sono stabilite per evitare un banale elenco alfabetico di titoli, pensiamo piuttosto che con simili pellicole la differenza, ad esempio tra il numero 99 e il numero 3, è più che minima.
Iniziamo dunque questa lunghissima cavalcata settimanale per scoprire i migliori 90 film degli anni ’90.
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90. LOLA CORRE (di Tom Tykwer, Germania 1998)

Se c’è un film che meglio racchiude e rappresenta il cinema post-moderno tedesco, figlio (ma non studente) delle lezioni di Wim Wenders, Werner Herzog e Rainer Fassbinder, quello è l’adrenalinico esperimento visivo di Tom Tykwer. Una storia raccontata tre volte, col medesimo svolgimento e i medesimi personaggi ma con tre esiti diametralmente differenti. Il montaggio da videoclip e l’uso delle musiche testimoniano l’influenza avuta dalla tv sul cinema contemporaneo, mentre la chioma rosso acceso di Franka Potente che corre per strada è diventata un’icona inconfondibile.
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89. LA STORIA DI QIU JU (di Zhang Yimou, Cina 1992)

Il maestro Zhang Yimou ci ha spesso abituato ad opere poderose, enormi, colorate e travolgenti, ma qui firma il suo film più semplice e intimo, dal tocco addirittura neorealista. La storia della moglie incinta di un contadino, colpito da un calcio al basso ventre durante una lite con il capo del villaggio, che insoddisfatta della troppo mite sentenza locale va in città a reclamare giustizia e scuse ufficiali, è in realtà un pretesto del regista per mostrarci le contraddizioni della Cina moderna, in cui modernità e tradizione convivono senza una via di mezzo, con le differenze abissali tra città e campagna. Per fare questo si serve del volto, e soprattutto del corpo affaticato della sua musa Gong Li, che anche incinta e continuamente coperta da pesanti costumi irradia lo schermo come pochissime attrici sanno fare.
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88. π – IL TEOREMA DEL DELIRIO (di Darren Aronofsky, USA 1998)

Le opere d’esordio stabiliscono fin da subito chi è un grande regista e chi un onesto mestierante. Il fulminante e cerebrale esordio di Darren Aronofsky non ha lasciato dubbio alcuno su quale categoria scegliere per lui. Film piccolo, in bianco e nero, ma già ricco delle sue fulminanti visioni e di tutti i suoi temi, a cominciare dal vero caposaldo della sua poetica: l’ossessione. Pur se ricco di immagini potenti, Aronofsky come sempre lavora sulla psiche della spettatore, i suoi film presumono sempre un pubblico attento, paziente e perspicace, altrimenti meglio evitarlo. Noi però ce lo teniamo stretto.
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87. AMERICA OGGI (di Robert Altman, USA 1993)

Robert Altman per molti è sempre stato un autore impietoso, cinico, cattivo nel suo voler svelare a tutti i costi i difetti e le idiosincrasie della società americana. Eppure, Altman semplicemente non è mai stato ipocrita, e senza mai affondare il colpo a lui basta mostrare una serie di storie e una ampia galleria di personaggi per far capire allo spettatore che, forse, il suo punto di vista non è quello errato. Servendosi di 9 racconti di Raymond Carver il film in ben 3 ore di durata mostra una infinità di caratteristi e situazioni, nessuna delle quali edificante. Non è Altman ad essere impietoso, è la società ad essere corrotta.
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86. CUORE SELVAGGIO (di David Lynch, USA 1990)

Solo un visionario come David Lynch, un uomo che vive da tutta una carriera sul confine sottilissimo tra pazzia e genialità, poteva concepire un road movie così atipico, un film romantico dalla premessa e dall’impianto narrativo alquanto classico che si trasforma pian piano in un autentico viaggio all’Inferno dei due protagonisti tra incontri soprannaturali, personaggi folli e momenti di estrema violenza. Nicolas Cage non sarà mai più così carismatico e magnetico, Laura Dern non sarà mai più così bella e provocante, Willem Dafoe non sarà mai più così inquietante e respingente, ma con questo ed altri film Lynch avrà sempre un posto particolarissimo nella storia del cinema.
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85. VIA DA LAS VEGAS (di Mike Figgis, USA 1995)

Un Nicolas Cage mai più così bravo, meritato premio Oscar, è il protagonista di un film che potrebbe sembrare una straziante storia d’amore, ma in realtà è la storie dell’incontro tra due anime perse, condannate, sconfitte, che vanno verso un inevitabile destino in piena consapevolezza. Lui un alcolizzato che va a Las Vegas con l’intenzione di suicidarsi, lei una prostituta senza più una vera vita, tra luci notturne stranianti e fantastiche note blues i due si amano in uno scorcio di vera poesia maledetta. Un film amarissimo ed incredibilmente toccante.
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84. BOYS DON’T CRY (di Kimberly Peirce, USA 1999)

La strepitosa interpretazione e trasformazione di Hilary Swank vale da sola il film, ma l’importanza della pellicola non finisce certo qui. Tratto da una terribile storia vera, il film racconta le vicende personali e le difficoltà del giovane Teena Brandon, transgender biologicamente donna soffocato dal suo mondo di provincia, incapace di per cause esterne di poter vivere una relazione d’amore normale. Un racconto di violenza, tremendamente grafico, che fa capire quanto la tolleranza sessuale sia un traguardo ancora molto lontano per la nostra società.
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83. LA PRINCIPESSA MONONOKE (di Hayao Miyazaki, Giappone 1997)

In ogni film di Hayao Miyazaki possiamo ritrovare senza dubbi i tratti distintivi della sua poetica, ma se c’è un’opera che va anche oltre quella è sicuramente il successo di critica e pubblico del 1987. Nel film ritroviamo l’amore per la magia, per i valori tradizionali, per i veri rapporti umani, per l’ambiente, le difficoltà che porta il progresso, la centralità di una figura femminile, ma Miyazaki si spinge a creare scenari fortissimi, situazioni autenticamente paurose che, pur lontano dai toni dark, sono ugualmente crude e orribili. Il Giappone antico è terreno fertile, una volta tanto, per mostrarci il Miyazaki più cupo e adulto.
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82. HARD BOILED (di John Woo, Hong Kong 1992)

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81. QUATTRO MATRIMONI E UN FUNERALE (di Mike Newell, Gran Bretagna 1994)

Il cosiddetto “humour inglese” per anni è stato più che altro un luogo comune confinato in Europa, e c’è voluta la penna di Richard Curtis e la regia di Mike Newell per sdoganarlo a livello mondiale e farlo diventare un vero e proprio genere. La loro più felice collaborazione fu un successo planetario che fece di Hugh Grant una superstar regalando, tra battute pungenti e situazioni indimenticabili, nuova dignità alla commedia romantica. Il capostipite ancora insuperato del nuovo cinema sofisticato e leggero inglese.
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