di Emanuele D’Aniello
Terzultimo appuntamento con questa incredibile cavalcata per scoprire i 100 miglior film del decennio appena passato, probabilmente una delle classifiche più difficile da fare. Ricordando come questo elenco sia il più imparziale possibile, e come la differenze tra i vari titoli sia davvero minima, perchè parliamo del meglio tra centinaia di migliaia di pellicole realizzate negli ultimi dieci anni, continuiamo a scalare le posizioni rivisitando incredibili opere cinematografiche, ma prima c’è il doveroso promemoria:
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30. THE DEPARTED (di Martin Scorsese, USA 2006)

Infernal Affairs uscito ad Honk Hong qualche anno prima era già un ottimo film, ma Scorsese con questo remake riesce a superarlo e a superarsi. È il ritorno alle origini per il regista newyorkese, una storia metropolitana di violenza e tradimenti dagli echi quasi shakespeariani, un intrigante gioco di resistenza e immedesimazione di due uomini sotto copertura, chi nella mafia chi nella polizia, e quella cupola d’oro di una chiesa a ricordarci costantemente che se vogliamo rimanere vivi è meglio scegliere un’altra strada. Il tema del tradimento, della perdita dell’identità, e soprattutto delle scelte che si fanno durante la vita, rende questo gangster movie un’opera più complessa di quanto possa sembrare. Nel film c’è tutto il cinema di Scorsese, e grazie anche ad un cast in stato di grazia ottiene i suoi primi strameritati Oscar della carriera.
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29. GRAN TORINO (di Clint Eastwood, USA 2008)

Il personaggio di Walter Kovalski è la quintessenza delle figure interpretate e portate al cinema da Clint Eastwood, le racchiude tutte e nello struggente finale del film completa autenticamente un ciclo. Un film piccolo, privato e personale, che riesce ad essere universale parlando di un tema così delicato ed eterno come quella della tolleranza, vista attraverso gli occhi di un intollerante, il non plus ultra del vecchio americano tipo che ha visto davanti a se scorrere tutta la complessità di un secolo difficile come il novecento. Nel contatto col diverso Walter apre finalmente il proprio cuore, come non riesce a fare nemmeno più con i familiari, perchè ritrova negli stranieri quei valori e quei principi fondamentali ormai abbandonati dalla civiltà occidentali, persi e sottovalutati dalla sua stessa gente. Eastwood sintetizza tutto in quella che forse è la performance della carriera, raffigurando la summa dei suoi personaggi: un vecchio scontroso, diffidente, che letteralmente ringhia di fronte a ciò che non gli piace, ma in realtà ha ben altro dietro una scorza così dura. A 80 anni suonati il vecchio Clint riesce ancora a sorprendere e commuovere con una poetica d’altri tempi.
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28. VOLVER (di Pedro Almodovar, Spagna 2006)

Volver, ovvero tornare. Il senso del film è tutto qui, il passato che non ci lascia mai, sia esso positivo o negativo. A tornare sono le persone, i sentimenti, ma anche gli incubi che si credevano allontanati, e perchè no pure i fantasmi. Pedro Almodovar, raggiunta la maturità artistica e nella vita, pur tenendo in se tutto lo spirito trasgressivo e vivace del proprio cinema, ci offre un ritratto familiare di estrema sensibilità e umanità, in cui l’anticonformismo per una volta è nelle relazioni interpersonali, e non un modo di apparire. Tenendo al centro sempre le donne, le sue donne, quell’universo femminile che solo lui sa come tratteggiare nei minimi dettagli, ci racconta una storia personale, struggente, nostalgica, ma al tempo stesso ricolma di gioia, ricordi belli, attimi vissuti con le persone care, in cui anche i colori, gli odori, i sapori fanno tornare in mente la felicità di un tempo. Tornare, molto spesso, può fare bene.
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27. LA 25° ORA (di Spike Lee, USA 2002)

Il film di Spike Lee, con protagonista uno straordinario Edward Norton, è in assoluto una delle opere più importanti nella storia del cinema americano. Girato pochissimo tempo dopo gli atroci attentati del 11 settembre 2001, è il primo film in cui viene mostrata Ground Zero, si parla di quanto accaduto, e soprattutto la società a modo suo cerca di reagire. La ferita, aperta e dolorosa, non viene nascosta, ma fatta vedere con rammarico misto ad orgoglio. La storia di un uomo che ha un solo giorno per godersi la vita, la famiglia, gli amici, la fidanzata, prima di andare in carcere, è il riflesso dell’America che non può più scappare di fronte al proprio dovere e soprattutto non può più dribblare i propri errori. La scena finale, narrata dalla magica voce di Brian Cox, è il sogno di un’America che non c’è più, mentre lo sfogo di Edward Norton davanti allo specchio, un monologo ricco di “fuck you” che assomiglia più ad un rantolo rabbioso, è la risposta più accorata e convulsa a quanto accaduto, esacerbando le contraddizioni e le difficoltà di una società multietnica.
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26. PERSEPOLIS (di Marjane Satrapi, Francia 2007)

Marjane Satrapi, emigrata iraniana in Francia, ha scritto una graphic novel autobiografica sulla sua drammatica esperienza in patria, e poi ne ha tratto questo splendido film d’animazione in bianco e nero. Persepolis ha l’immenso merito di far percepire al pubblico le difficoltà incontrata dall’autrice durante l’infanzia e l’adolescenza, i dolorosi motivi che l’hanno spinta a lasciare il proprio paese, e il tormento nel vedere che l’Iran di oggi, anche se la popolazione giovane è ormai la stragrande maggioranza, non riesce ancora a liberarsi dai fantasmi di un passato e un presente nebuloso. un film sicuramente non per bambini piccoli, per la delicatezza dei temi trattati, ma è che bene conoscere e far conoscere nel modo più universale possibile.
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25. LASCIAMI ENTRARE (di Tomas Alfredson, Svezia 2008)

Storie di vampiri nella letteratura e al cinema sono state mostrate in tutti i modi. Probabilmente mai prima d’ora con così tanta purezza e malinconia come nel film svedese di Tomas Alfredson, un caso internazionale tanto grande da esigere un recente remake (di buona qualità) americano. Più che una storia di vampiri però, è una storia di un’amicizia romantica tra due ragazzi simili ma diversi: lui, isolato dalla famiglia, continuamente preso di mira dai compagni a scuola; lei, costretta a vivere per l’eternità in un corpo da bambina, alienata da tutto e da tutti. Nel bel mezzo dei paesaggi gelidi della Svezia, dove regna solo neve e ghiaccio, silenzio e un candido nulla, Oskar ed Eli si fanno forza a vicenda. Non c’è spazio per l’horror più semplice (nonostante i momenti sanguinolenti non manchino), non c’è spazio per la tensione gratuito o il colpo di scena macchinoso, ma solo per ingenuità, tenerezza e un bellissimo rapporto umano.
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24. I TENENBAUM (di Wes Anderson, USA 2001)

Ah, la famiglia. Sentimenti, rapporti, delusioni, promesse non mantenute, aspettative disattese, legami e isterismo. Tutto questo c’è in una famiglia normale, figuriamoci nella stravagante famiglia Tenenbaum, una nidiata di bambini prodigio che si sono fermati di fronte alle difficoltà della vita, immaturi ed eccentrici, forse mai quanto papà Royal, infantile ed inaffidabile ma dal cuore d’oro. Wes Anderson nel suo capolavoro, quello che racchiude il suo cinema e il suo stile particolarissimo, ci presenta un folta schiera di personaggi indimenticabili, melanconici e stralunati, ma soprattutto unici. Colori accesi, scenografie pop, costumi vintage, la splendida musica degli anni 60 e 70, tutto curato in maniera maniacale, in cui risaltano interpretazioni splendide, su tutte quelle di un Gene Hackman mai così divertente e su di giri. Alla fine è una storia di sentimenti, e alla fine tutti vorranno far parte della stranissima e problematica famiglia Tenenbaum.
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23. SYNECDOCHE, NEW YORK (di Charlie Kaufman, USA 2008)

Charlie Kaufman è il classico personaggio al cui arte è al confine costante tra genio e follia. Passando dalla sceneggiatura alla regia, Kaufman rimane sul quel confine labilissimo e ci costruisce un film difficilmente descrivibile. Il suo esordio alla regia è un’opera omnia di emozioni e sentimenti altamente complessa e ricca di spunti, in cui in modo del tutto pirandelliano riesce a racchiudere tutta la vita di un uomo. Traboccante di richiami metacinematografici, come ogni opera di Kaufman, il film parla di qualsiasi cosa vi possa passare per la testa, soprattutto quei problemi essenziali, cioè la vita, la morte, e l’impossibilità di raggiungere la perfezione, che sia artista o relazionale. Philip Seymour Hoffman col suo talento titanico è il perfetto volto e corpo delle antitesi di cui si nutre il cinema kaufmaniano. Un film che merita più visioni, ed ogni volta vi lascerà a bocca aperta con una stretta al cuore.
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22. LE VITE DEGLI ALTRI (di Florian H. von Donnersmarck, Germania 2006)

Quando un film ambientato negli anni ottanta nella Germania Est, quando ancora c’era il Muro e la Germania era divisa in due stati, riesce ad essere per noi così moderno, attuale e universale, vuol dire che l’opera ha colto nel segno e inquadra lo spirito del tempo. Protagonista è un uomo, un agente della Stasi, la polizia del regime comunista, che passa le giornate ad intercettare e ascoltare le conversazioni di una coppia di attori teatrali, accusati di cospirare contro la patria. E l’assenza di tecnologia permette al film di essere ancora più forte, raffigurando un uomo costantemente solo, chiuso tra quattro mura, quelle pareti che simboleggiano l’oppressione della propria ideologia, costretto non solo ad ascoltare, ma praticamente ad entrare nelle vite degli altri. Viviamo in un mondo in cui la privacy è più apparenti che reale, con l’esplosione dei social network, delle intercettazioni, di leggi internazionali che per motivi di anti-terrorismo limitano le liberà personali, e addirittura di programmi tv che entrano nella quotidianità delle persone, spiandole per gioco. Questo film tedesco ci ricorda quanto entrare nelle vite degli altri possa essere doloroso e travolgente per chi ascolta e per chi è ascoltato.
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21. THE WRESTLER (di Darren Aronofsky, USA 2008)

Raramente nella storia del cinema tra attore e personaggio c’è stata una così perfetta sintonia e fusione. La vita di Randy The Ram Robinson è la vita di Mickey Rourke, e viceversa. Un lottatore (e un attore) che ha avuto il proprio grande momento di gloria, è sprofondato e tenta di risalire, senza mai abbondare il palcoscenico o il ring, l’unico mondo in cui è capito, apprezzato, e soprattutto si sente vivo. Perfetta metafora con il wrestling, un mondo di finzione in cui di vero c’è il sentimento e la passione, un universo particolarissimo che vede protagonisti figure, spesso emarginate dalla vita, che sottopagate e senza vere cure mediche accettano di farsi maciullare fisicamente solo per l’adrenalina e il grido del pubblico. Il wrestling è come la vita: quasi tutto è finto, ma passione e dolore sono sempre autentici.
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Qui si chiude l’ottava parte di questa lunghissima scalata per scoprire i migliori film del decennio appena trascorso. La prossima settimana sempre più in alto, vedremo le posizioni dal numero 20 al numero 11: siamo ormai vicinissimi a scoprire la testa della classifica.


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