di Emanuele D’Aniello
Con un pizzico di follia abbiamo iniziato una incredibile cavalcata per scoprire i 100 miglior film del decennio appena passato, probabilmente una delle classifiche più difficile da fare. Ricordando come questo elenco sia il più imparziale possibile, e come la differenze tra i vari titoli sia davvero minima, perchè parliamo del meglio tra centinaia di migliaia di pellicole realizzate negli ultimi dieci anni, continuiamo a scalare le posizioni rivisitando incredibili opere cinematografiche, ma prima c’è il doveroso promemoria:
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70. LA PIANISTA (di Michael Haneke, Francia/Austria 2001)

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69. IN BRUGES (di Martin McDonagh, Gran Bretagna 2008)

Due killer professionisti, dopo un colpo andato a male, vengono spediti nella cittadina belga Bruges dal loro capo per far calare i sospetti su di loro, in attesa di nuovi ordini. Grazie ad una scrittura brillante e a due protagonisti ai vertici della loro bravura, la malinconia e il tormento del killer non è mai stato così potente al cinema. Pur essendo una purissima black comedy, una delle migliori del genere, il film ha una sua forza interiore dovuta proprio all’ambientazione: finalmente una città europea non è usata come semplice cartolina, ma qui Bruges con la sua arte appassita, i suoi viali stretti e le sue strade antiche diventano una prigione in cui poter elaborare e scavare nel senso di colpa del protagonista, un Colin Farrell alla sua miglior prova d’attore. Sicuramente una delle sorprese più belle degli ultimi anni.
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68. LA PROMESSA DELL’ASSASSINO (di David Cronenberg, Canada 2007)

David Cronenberg è sempre stato uno degli registi ai margini del grande cinema, in grado di realizzare opere a tinte molto forti, bizzarre e particolari in tutti sensi, ma nella seconda parte dello scorso decennio con film stilisticamente e narrativamente più classiche rientra nel novero dei grandi autori contemporanei. Sono pellicole meno estreme, ma sempre più potenti, portatrici di messaggi e tematiche morali fortissime. In una di queste Viggo Mortensen, ormai attore feticcio del regista canadese, dona anima e soprattutto corpo a questo inatteso noir, fornendo la prova più clamorosa della sua carriera, e rimarrà per sempre impresso nella storia grazie alla scena cult in cui lotta dentro una sauna, completamente nudo. Al centro del film c’è il dilemma della scelta, una scelta che devono compiere tutti personaggi, una scelta che divora moralmente tutte le azioni che vediamo. Coniugando al meglio film d’autore e film di genere, Cronenberg fa capire a tutti perchè ormai non è più quel reietto fuori dagli schemi di inizio carriera.
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67. MOON (di Duncan Jones, Gran Bretagna 2009)

Debutti cinematografici strabilianti non sono così frequenti, per questo quando Duncan Jones ha esordito col suo piccolo film indipendente di fantascienza tutti sono rimasti a bocca aperta. Da quel momento, Duncan Jones ha smesso di essere solo il figlio di David Bowie, ed è diventato uno dei cineasti emergenti più interessanti del momento. La grandezza del film, che sfrutta in maniera più che intelligente una valanga di citazioni e rimandi ai capolavori del genere del passato, è quella di approcciare la fantascienza in maniera filosofica, realizzando un autentico trattato esistenziale. Non ci sono alieni, asteroidi, navi spaziali, raggi laser o guerre intergalattiche, lo spazio torna ad essere quell’ ambiente infinito e misterioso in cui l’uomo può confrontarsi con la propria solitudine. Il protagonista (un sensazionale Sam Rockwell, che in due ruoli può interpretare diverse sfumature di un solo personaggio) è circondato da tecnologia ai massimi livelli, in un mondo futuristico iper-sviluppato, ma si ritrova inevitabilmente solo con se stesso, perde la propria identità e si ritrova ad affrontare faccia a faccia la caducità della vita. Anche così si realizzano i grandi film: un solo attore, una sola scenografia, una grande storia, domande universali e la voglia di abbracciare IL mistero.
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66. UNITED 93 (di Paul Greengrass, USA 2006)

Spesso, quando si citano i drammatici attentati dell’11 settembre 2001, si dimentica o si pone meno enfasi sul volto 93 della United Airlines che si schiantò a Shanksville, in Pennsylavania, per una ribellione dei passeggeri contro i dirottatori terroristi. In realtà si dovrebbe citare di più, perchè quelle persone sono morte da eroi. Grazie alle telefonate di quei terribili momenti e all’aiuto dei parenti delle vittime, il regista Paul Greengrass, col suo stile realistico, la sua macchina a mano e il suo montaggio frenetico, ha ricostruito quei momenti in modo incredibile. Con un ritmo incandescente e la tensione incalzante, il film ha l’enorme merito di non mitizzare l’accaduto, spogliandolo di ogni retorica e enfasi: non c’è struggente accompagnamento musicale, non c’è un inutile uso della slow motion, non ci sono momento volutamente strappalacrime, solo crudo e feroce realismo, tanto che sembra di assistere ad un documentario. Soprattutto, non si segue nessun passeggero in particolare, non ci appassioniamo individualmente a fantomatiche storie dei protagonisti: i passeggeri sono un corpo unico, e meritano di essere ricordati insieme per l’atto di coraggio e l’estremo sacrificio. Greengrass gli rende, cinematograficamente parlando, vera giustizia.
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65. HUNGER (di Steve McQueen, Gran Bretagna 2008)

Non fatevi ingannare, il regista Steve McQueen non ha nemmeno una lontana parentela con il celebre divo americano degli anni sessanta. Questo regista è un giovane artista visivo inglese, fotografo e scultore che ha deciso di esordire al cinema portando tutta la sua incredibile creatività, e qui firma uno dei migliori debutti nella storia del cinema. Hunger è la storia dello sciopero della fame del 1981 deciso dai membri dell’Ira carcerati nelle prigioni inglesi, sciopero guidato dall’attivista Bobby Sands, che morirà in carcere dopo sei settimane senza cibo. Hunger come detto è un grandissimo film, ma difficilissimo da guardare, perchè McQueen non lascia nulla all’immaginazione, e anzi il suo stile amplifica i i momenti più rivoltanti (come la terribile protesta dello sporco che vediamo nella prima parte del film) tra lunghi silenzi e inquadrature precise. Il film è diventato famoso anche per due motivi: il primo, è l’interpretazione clamorosa di Michael Fassbender, qui al primo ruolo celebre della sua carriera che ora sta prendendo il volo, dimagrito in maniera impressionante per raccontare gli ultimi giorni di vita del suo personaggio; il secondo motivo è un’inquadratura di 17 minuti senza stacchi, il dialogo che vedete nella foto. Hunger non è mai stato distribuito in Italia, il fatto che da noi sia ancora inedito è roba da strapparsi i capelli.
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64. IL PROFETA (di Jacques Audiard, Francia 2009)

Il genere carcerario è uno dei pilastri del cinema da tantissimi anni, è stato sfruttato in tutte le salse e ci ha sempre regalato grandi e commoventi storie. Il regista francese Jacques Audiard decide di spogliare la sua storia da ogni emotività, raccontandoci la versione più cupa e dura, e per questo probabilmente più realistica, della vita in un carcere mai vista al cinema. La prigione per i deboli è un inferno, ma per i furbi è una nuova frontiera, diventa praticamente una nuova scuola, paradossalmente più utile di quella vera, e porta esperienze che segnano per sempre. Il film critica il sistema carcerario istituzionale ma al tempo stesso lo esalta come micromondo, mostrandoci tante sfaccettature, numerose relazioni inter-personali, e soprattutto un multi-culturalismo forzato più efficace di quanto avviene nel mondo vero con la normale tolleranza.
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63. BATTLE ROYALE (di Kinji Fukasaku, Giappone 2000)

In un futuro prossimo ma imprecisato, in un paese asiatico mai definito, la violenza giovanile è esplosa a ritmi incontrollati. L’unico modo per fermarla è molto semplice nella sua pazzia: fare in modo che i giovani si uccidano tra loro, buttando intere classi scolastiche in un’isola sperduta, costringendo gli alunni ad un gioco mortale in cui uno solo vincerà, colui che riuscirà dopo tre giorni a rimanere vivo. E se ci sono più vincitori, tutti vengono uccisi. Leggendo la trama, si intuisce facilmente l’audacia di un film del genere, fuori da ogni logica e regola. Una storia semplicemente agghiacciante, in cui ogni normalissimo contrasto quotidiano tra ragazze viene risolto con la morte, e timidi secchioni si trasformano in spietati, ma fatalmente goffi, killer letali. E’ un film scandalo non per la violenza, non per il tema trattato, non perchè vediamo ragazzini uccidersi come nulla fosse, ma perchè sprigiona le paure della società moderna in cui l’omicidio è all’ordine del giorno, e tocca gli istinti primordiali di ognuno di noi.
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62. 4 MESI, 3 SETTIMANE E 2 GIORNI (di Cristian Mungiu, Romania 2007)

Due amiche e studentesse universitarie alloggiano insieme in una piccola stanza di un dormitorio, dividono tutto, non possono permettersi di più. Quando una delle due rimane incita, sanno che la gravidanza non può continuare, non possono permettersi di allevare un bambino. L’unica soluzione è l’aborto, ma c’è un problema: siamo negli anni ottanta in Romania, nel pieno del regime comunista di Ceausescu, e l’aborto è illegale. Nonostante la gravidanza molto avanzata (come ricorda il titolo) decidono di ricorrere lo stesso alla pratica, contattando un uomo per operare in clandestinità. La meritatissima Palma d’Oro a Cannes nel 2007 ci ha fatto scoprire un piccolo ma incredibile film, portando all’attenzione del mondo anche il cinema romeno. L’opera di Cristian Mungiu ci fa vivere un contesto nerissimo, politico e sociale, a cui si aggiunge il dramma umano di un aborto costretto dalle condizioni di vita. I lunghi primi piani e i silenzi così assordanti accompagnano lo spettatore in un vortice da cui non si può uscire. La lunga inquadratura del piccolissimo feto ormai privo di vita è agghiacciante ma densa di significati, forse l’immagine più forte degli ultimi anni, e ci ricorda che straordinario strumento può essere il cinema.
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61. DOGTOOTH (di Giorgos Lanthimos, Grecia 2009)
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Avete letto bene, c’è anche un film greco in classifica, probabilmente la scelta più bizzarra e coraggiosa mai fatta dalla giuria degli Oscar in tutta la sua storia, scegliendo di candidarlo come Miglior Film Straniero due anni fa. L’opera di Giorgios Lanthimos è una delle cose più particolari mai viste al cinema: per tutta la loro vita, tre ragazzi sono stati reclusi a casa dai genitori, per evitare ogni contatto con i pericoli del mondo esterno e la corruzione morale della società moderna. Loro credono che il loro mondo sia la loro casa, e i genitori gli hanno insegnato un vocabolario preciso: ad esempio, per loro il mare è una sedia. Ovviamente, al primo contatto col vero mondo, la situazione precipita. Tutti gli aggettivi più curiosi che vi vengono in mente non bastano per descrivere un film che racchiude in ogni elemento, la regia, la scrittura, la recitazione, l’utilizzo dei tempi, i tanti silenzi, la follia di un Lynch, il surrealismo di un Bunuel, e la violenza psicologia di un Haneke. Direttamente dalla Grecia questo film, non tutti per tutti i gusti, rappresenta la nuova voce innovativa e originale del cinema d’autore europeo.
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Qui si chiude la quarta parte di questa lunghissima scalata per scoprire i migliori film del decennio appena trascorso. La prossima settimana vedremo le posizioni dal numero 60 al numero 51.


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