Top 100 winner

di Emanuele D’Aniello

Con un pizzico di follia abbiamo iniziato una incredibile cavalcata per scoprire i 100 miglior film del decennio appena passato, probabilmente una delle classifiche più difficile da fare. Ricordando come questo elenco sia il più imparziale possibile, e come la differenze tra i vari titoli sia davvero minima, perchè parliamo del meglio tra centinaia di migliaia di pellicole realizzate negli ultimi dieci anni, continuiamo a scalare le posizioni rivisitando incredibili opere cinematografiche, ma prima c’è il doveroso promemoria:

Posizioni 100-91

posizioni 90-81

posizioni 80-71

posizioni 70-61

posizioni 60-51

posizioni 50-41

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40.  THE HURT LOCKER  (di Kathryn Bigelow, USA 2009)

Un tempo i film d’azione, o gli scenari bellici, erano solo per uomini, ma Kathryn Bigelow ci ha insegnato che non è così, anche una donna può dirigere un rigoroso film di guerra. Non ci sono battaglie, non ci sono estenuanti sparatorie o blitz militari, solo la vita del soldato che dà un momento all’altro può finire in peggio. E nonostante questo, per molti di loro lo scenario di guerra è una droga, disinnescare una mina può essere adrenalina pura, un momento che la vita quotidiana non può darti. Il film rivelazione del 2009 è uno dei migliori trattati psicologici sulla vita del soldato, e ci ricorda come per alcuni andare in guerra non è una costrizione, ma una scelta ben precisa. La storia è tutta incentrata sul ritmo, quella narrativo e quello per spegnere una bomba, e con i soldati in quelle scomodissime tute anche i cuori degli spettatori batteranno a mille.

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39.  ELEPHANT  (di Gus Van Sant, USA 2003)

Ci sono film la cui visione fa davvero male, e l’opera di Gus Van Sant premiata con la Palma d’Oro a Cannes nel 2003 è sicuramente uno di questi, perchè pensare che quello che si vede è realmente accaduto e anche più volte, senza alcune ragione, è troppo per qualsiasi persona. Liberamente ispirata alla strage nella scuola di Columbine di quattro anni prima, in cui due studenti senza apparenti motivi uccisero dodici ragazzi e un insegnanti, oltre a ferirne molto altri, prima di uccidersi, il film di Van Sant è un’opera tanto semplice quanto complessa. La narrazione si svolge in un solo giorno, mostrandoci diverse situazioni sotto i punti di vista di vari personaggi, mai presentati o analizzati fino in fondo. Il regista semplicemente li segue in momenti banali o inutili, con uno stile quasi voyeuristico, con macchina a mano in lunghi piani sequenza, spesso girando alle loro spalle, in modo che lo spettatore si senta un osservatore completo ma indifferente. Così, quando il massacro arriva, vediamo solo un terribile vuoto esistenziale. I personaggi, come nella loro vita dalle persone che li circondano quotidianamente, sono stati trattati dallo spettatore con indifferenza e sufficienza, nessuna si è interessato a loro, la gente (e di riflesso il pubblico) ha intuito l’esistenza di alcuni problema, ma non li ha approfonditi, lasciando questi ragazzi al loro destino. Resta alla fine soltanto la banalità del male.

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38.  DANCER IN THE DARK  (di Lars Von Trier, Danimarca 2000)

Raramente si può trovare o immaginare una storia struggente e tragica come questa, così sconvolgente che anche a settimane, mesi, anni di distanza il solo pensiero del finale riesce a fare male. Non è esagerato dire che solo Lars Von Trier poteva creare un film simile. Selma è la persona più buona che incontrerete mai nel corso della vostra vita: simpatica, solare, disponibile, amorevole, tiene buoni rapporti con tutti, e nonostante una cecità progressiva che mina la sua vita lavora quasi tutto il giorno per ottenere i soldi per operare il figlio, che ha la sua stessa malattia. Quando un amico le ruba tutti i risparmi di una vita, la situazione precipita ed entra in una spirale di tragicità inarrestabile, tutto quello che può andare male va male. Attimo dopo attimo, scena dopo scena, la donna più buona subisce a ripetizione le più terribili cattiverie e sfortune al mondo. L’agghiacciante finale è l’epilogo naturale di questa angosciante vicenda. In tutto questo Von Trier gioca, la sua arte provocatoria sguazza, va avanti con la macchina a mano e l’abbandona quando serve, realizza numeri musicali e coreografie di incredibile gioia per poi gettarci un secondo dopo nelle ombre più cupe possibili. Questo anti-musical di Von Trier è una delle opere più forti e disperate nella storie del cinema.

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37.  PARLA CON LEI  (di Pedro Almodovar, Spagna 2002)

Marco e Benigno sono due amici che hanno una tragica cosa in comune: le donne della loro vita sono entrambe in coma. Benigno è un infermiere e insegna all’amico a parlare alla sua amata, pur in quella condizione, raccontandole tutto, pensieri, il lavoro, vita quotidiana, episodi irrilevanti. Quando una delle due donne, nonostante la sua condizione, rimarrà incinta incredibilmente, l’unico indiziato è l’infermiere Benigno, e la storia prenderò sviluppi drammatici. In un film di Pedro Almodovar non si va mai per il sottile, i sentimenti umani vengono sviscerati e trattati in tutta la loro complessità e potenza, anche se la storia è imprevedibile e a tratti sconcertante. Dopotutto, grazie ad una talento inarrivabile, quello che in altri film sarebbe osceno, in Almodovar è pura e tragica umanità. La parte migliore del film è sicuramente il piccolo inserto muto e in bianco e nero, girato e realizzato in maniera eccezionale, richiamando magicamente il surrealismo del primo Bunuel: un momento che ci ricorda come Almodovar sia un immenso cineasta a tutto tondo.

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36.  LA CADUTA  (di Oliver Hirschbiegel, Germania 2004)

Per la Germania nulla è più difficile quanto affrontare i fantasmi di un passato ancora recente e così terribile, e solo un’arte come il cinema può aiutare ad esorcizzare simili momenti. Il racconto degli ultimi giorni di Adolf Hitler e della sua corte imperiale, rinchiusi in un bunker mentre fuori gli Alleati premevano con bombardamenti quotidiani, è qui narrato con crudo realismo e fedeltà storica. Sulla drammaticità dei momenti si erge ovviamente la figura di Hitler, forse uno dei personaggi storici più complicati da interpretare, poichè bisogna sempre stare a attenti a non cadere nella retorica di dipingerlo come un folle mostro, e al tempo stesso non si deve mai renderlo troppo simpatetico o toccante. Bruno Ganz trova questo equilibrio nella performance della carriera, una prova d’attore mastodontica tra urla, gesti, piccolo dettagli fisici, momenti di esaltazione e sconforto. Ne esce fuori un uomo arrogante e sopraffatto dalla sua stessa sete di potere, ossessionato e incapace di realizzare i suoi continui errori, ma soprattutto ne esce fuori un uomo, e per questo mai giustificabile. Inoltre vediamo le debolezze e le paure dei suoi cortigiani, troppo spesso messi in disparte dalla storiografia cinematografica. Un film tedesco che parla di simili argomenti con tale sincerità va sicuramente elogiato.

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35.  L’ASSASSINO DI JESSE JAMES PER MANO DEL CODARDO ROBERT FORD  (di Andrew Dominik, USA 2007)

L’episodio fa parte della storia, il titolo anticipa tranquillamente il momento clou del film, eppure dopo oltre due ore di pellicola, quando quell’attimo arriva, è comunque un lampo che stringe il cuore. La storia dell’ultimo anno di vita dell’ormai leggendario bandito Jesse James è il film che probabilmente pià di tutti, per stile, ritmo, visione e complessità, si avvicina alle opere di un mostro come Terrence Malick, a cui sicuramente il regista Andrew Dominik si è ispirato. Il periodo storico è qui spogliato da ogni enfasi, lontanissima dall’epopea western, la banda e le gesta di Jesse James sono attentamente demitizzate. Quello che vediamo è una finissima introspezione psicologica dei personaggi, un duello continuo fatto di sguardi e tempi dilatati tra maestro e allievo, uno studio sull’ammirazione che diventa disprezzo che, vedendo i tanti casi delittuosi del secolo scorso di personalità pubbliche per mano di presunti fans, rimane attuale e universale.  Il tutto immerso in una atmosfera unica grazie alla fotografia del geniale Roger Deakins, senza mezzi termini qui alla prova più alta della carriera, una delle migliori direzioni della fotografia nella storia del cinema.

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34.  LONTANO DAL PARADISO  (di Todd Haynes, USA 2002)

Gli Stati Uniti rimangono ancora oggi per molti il baluardo della libertà e dei diritti, ma per diventarlo hanno dovuto mettere così tanti scheletri nell’armadio da dover rinforzare le ante: il maccartismo, la segregazione razziale, il ruolo inferiore dato alla donna, il tabù dell’omosessualità. In poche hanno lottato per anni con la diversità, e gli anni 50, l’epoca dell’estremo conformismo sociale, ne sono la più grande manifestazione. Il regista Todd Haynes ci racconta la triste vicenda della famiglia Whitaker, una famiglia come tante dell’epoca, socialmente rispettata, benestante, lui è un capo d’azienda e lei amorevole casalinga. Ma è solo apparenza: lui è in realtà bisessuali, e adesca giovani uomini nei bar, lei sconvolta dalla rivelazione cerca conforto solo a parole dal oro giardiniere di colore. Pur rimanendo una semplice amicizia platonica, inizia a subire il bieco ostracismo dell’intera comunità. Haynes realizza un’opera perfetta nel clamoroso equilibrio qualitativo tra sostanza e forma: la vicenda è forte, purtroppo attuale, in grado di mettere a disagio lo spettatore; la trasposizione dell’epoca è strepitosa, nei comportamenti dei personaggi e nella ricostruzione di set e costumi, nell’uso di colori vivaci e autunnali quando serve, nell’utilizzare una fotografia luminosa che richiama magicamente i film degli anni 50.

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33.  DOGVILLE  (di Lars Von Trier, Danimarca/USA 2003)

Tutto girato in interni, con uno scenografia fatta di linee bianche e gli attori che mimano l’apertura delle porte, questo film che coniuga cinema e teatro al livello più astratto possibile è l’ennesima provocazione che diventa arte di Lars Von Trier. Tre ore di durata per svelare ed esplorare tutta l’ipocrisia e la cattiveria della società americana, facendo passando l’ennesimo tour de force emotivo e fisico alla sua protagonista, interpretata qui in maniera fantastica da Nicole Kidman.

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32.  A HISTORY OF VIOLENCE  (di David Cronenberg, USA 2005)

Tu puoi lasciare il passato alle spalle, il problema è che il passato non lascia mai te. Tratto da una graphic novel, il regista David Cronenberg riesce una delle opere più moralmente complesse esistente, tale da poterci scrivere un trattato psicologico. Le scelte che si fanno in vita, ci ricorda il film, sono sempre decisive, e soprattutto non si può mai tornare indietro, anche a costo di stravolgere completamente gli equilibri non solo personali, ma anche delle persone care. E’ una visione strema, ma inquadrata magistralmente all’interno di un percorso darwiniano: il più forte vince sul più debole, è la legge della sopravvivenza, ma nel mondo reale a differenza della giungla per ogni azione c’è una conseguenza. i peccati, soprattutto quando meno te lo aspetti, si pagano. Cronenberg solo in parte abbandona i vecchi film ricchi di immagini estremi e introspezioni disturbanti, spesso ai confini con l’horror, per diventare un autore completo. E’ il film della sua maturità, una delle opere più difficili degli ultimi anni.

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31.  A SINGLE MAN  (di Tom Ford, Gran Bretagna 2009)

Di artisti in altri campi che decidono di passare al cinema ne abbiamo visti tanti, ma mai avremo potuto immaginare che uno stilista, l’americano Tom Ford, potesse esordire alla regia in modo così dirompente. Certo, data la sua formazione il film è molto curato formalmente, a tratti troppo: musica, fotografia, abiti, scenografie e inquadrature sono praticamente confezionate ad arte. Ma la sostanza riesce ad avere la meglio, grazie ad una storia di dolore universale e alla fenomenale performance di Colin Firth. L’attore inglese porta di dentro di se un malessere insopportabile, una tristezza che trasuda in ogni sua espressione, e di riflesso conferisce potenza ad un film fatto di sentimenti mancati e rimpianti sempre presenti. E’ la storia di un uomo solo che decide di fare tabula rasa di persone e affetti intorno a se, per poi ricredersi, fino al più struggente dei finali possibili.

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Qui si chiude la settima parte di questa lunghissima scalata per scoprire i migliori film del decennio appena trascorso. La prossima settimana vedremo le posizioni dal numero 30 al numero 21.

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3 risposte a “I 100 Miglior Film del Decennio 2000-2009 (Settima Parte)”

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