60s t shirt white

di Emanuele D’Aniello

Abbiamo iniziato una folle cavalcata per scoprire gli 60 miglior film degli anni ’60, probabilmente una delle classifiche più difficile da fare. Ricordando come questo elenco sia il più imparziale possibile, e come la differenze tra i vari titoli sia davvero minima, perchè parliamo del meglio tra centinaia di migliaia di pellicole realizzate, continuiamo a scalare le posizioni rivisitando incredibili opere cinematografiche

posizioni 60-51

posizioni 50-41

.

40.  BUTCH CASSIDY  (di George Roy Hill, USA 1969)

Quando il western americano era un genere ormai al tramonto, Hill dimostra che sfruttando i suoi miti, ma facendo un cinema diverso, nuovo, anche divertente, la grande frontiera dell’ovest e tutti i suoi racconti non possono mai morire al cinema. Con una sceneggiatura equilibrata, ed una colonna sonora divenuta famosissima, la grande abilità del film è quella di fondere l’iconicità dei banditi leggendari Butch Cassidy e Sundance Kid con la notorietà planetaria dei volti chiamati ad interpretarli, Paul Newman e Robert Redford.

.

.

.

39.  NICK MANO FREDDA  (di Stuart Rosenberg, USA 1967)

Indubbiamente il miglior film di sempre nel genere carcerario, sembra quasi strano che gli americani, e non i francesi o gli europei in generale, abbiano realizzato agli albori delle rivolte del ’68 un film che parla di ribellione e attacca ferocemente il sistema. Il carisma e il talento straripante di Paul Newman, con alcune scene memorabili e frasi ormai iconiche, completano un film che è diventato più di un cult, ma un vero e proprio inno alla libertà.

.

.

.

38.  ANDREJ RUBLEV  (di Andrej Tarkovskskij, Unione Sovietica 1966)

Il cinema di Tarkovskij è da sempre uno dei più affascinanti e ostici per qualsiasi tipo di spettatore, ma una volta penetrato nella pelle e nella mente, è difficile da cacciar via. Come questo film, uno dei più magnetici e complessi per la dilatazione dei tempi e i tantissimi temi affrontati, un affresco della Russia che diventa contemporaneo, per alcuni concetti che rimangono sempre attuali, e universali, per quei sentimenti e pensieri che toccano ogni uomo.

.

.

.

37.  LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI  (di George Romero, USA 1968)

Il primo zombie movie non si scorda mai. L’arrivo di Romero nel mondo del cinema è fragoroso, una rivoluzione copernicana per il genere horror, una svolta per tutto il cinema indipendente a basso costo. E quel sano miscuglio, con un approccio quasi documentaristico, tra cinema di orrore e critica sociale, con i problemi che vengono dagli umani, incapaci di aiutarsi a vicenda e convivere, afflitti da dubbi di fiducia e questioni razziali, dimostrano come l’horror possa essere una delle migliori metafore in possesso della settima arte.

.

.

.

36.  IL DISPREZZO  (di Jean-Luc Godard, Francia 1963)

Ora, state attenti. Evitate come la peste la versione italiana (tagliata e iper-censurata, totalmente rimontata e con l’aggiunto di una musica posticcia da commedia) e guardate la versione originale, fortunatamente oggi facilmente reperibile. Perchè l’opera di Godard tratta dal famoso romanzo di Alberto Moravia va apprezzata così come l’autore francese volle crearla, il racconto intensissimo della lavorazione di un film che si intreccia ad una forte crisi matrimoniale. I dialoghi e le scene intime di questo film, oltre alla bellezza prorompente di Brigette Bardot, qui anche bravissima, sono da prendere e consegnare alla storia.

.

.

.

35.  DUE O TRE COSE CHE SO DI LEI  (di Jean-Luc Godard, Francia 1967)

Lei non è la nostra protagonista, Godard lo precisa con quella sua voce fuori campo così soave, pervasiva e fondamentale. Lei può essere una donna come può essere la Francia, può essere la guerra del Vietnam come può essere la società dei consumi, può essere la metropoli moderna come può essere la prostituzione. Quest’opera di Godard, insomma, è forse il suo film più ermetico e corrosivo allo stesso tempo, affascinante e straniante, girato utilizzando i registri che possono non far pensare al film (la rottura della quarta parte, la fusione tra attore e personaggio) per girare in pratica un documentario di finzione. Se c’è un film che rappresenta in pieno il cinema e il pensiero di Godard, lo abbiamo chiaramente trovato.

.

.

.

34.  L’AVVENTURA  (di Michelangelo Antonioni, Italia 1960)

Un gruppo di amici, tutto della ricca borghesia romana, fa una gita in barca al largo delle Eolie. Improvvisamente, una di loro sparisce misteriosamente in mare. Pochi giorni dopo, gli amici non solo di dimenticano di lei e delle ricerche, ma il film inizia a raccontare altro e non ci dà alcuna soluzione. L’anti-giallo di Antonioni è indubbiamente l’apice del suo cinema sull’incomunicabilità, mostrandoci esseri umani cinici e soli ma mai davvero cattivi, semplicemente troppo a pensare ai propri problemi, che spesso non esistono.

.

.

.

33.  L’ANNO SCORSO A MARIENBAD  (di Alain Resnais, Francia 1961)

Leggere una trama non vi basterà. E cercare in giro spiegazioni nemmeno. Non è un caso che ancora oggiL’Anno Scorso a Marienbad interroga, affascina, ipnotizza e innervosisce. Sarà lo stile, i tempi narrativi, le scene oniriche e le concessioni alla fantasia, ma questo enigma cinematografico è uno dei simboli della capacità e potere del cinema di stupire senza ricorrere a chissà quale effetto scenico o idea strampalata.

.

.

.

32.  DIVORZIO ALL’ITALIANA  (di Pietro Germi, Italia 1961)

La commedia all’italiana era già nata da qualche anno, ma se c’è un film che rappresenta in pieno quello spirito e ha portato fieramente all’attenzione di tutto quel genere, è indubbiamente il film di Germi. Interpretato favolosamente da un Mastroianni raramente così esilarante, il film approfitta della commedia per calarsi poi nella satira sociale, andando a prendere di mira determinati costumi di un’Italia mai sopita. Con una storia perfetta e un intreccio che regge benissimo (è uno dei pochissimi film non americani ad aver l’Oscar per la sceneggiatura), Divorzio all’Italiana è un caposaldo del nostro cinema più reale e sincero.

.

.

.

31.  ROSEMARY’S BABY  (di Roman Polanski, USA 1968)

Film simbolo, e forse più famoso della carriera di Roman Polanski, è un torbido e agghiacciante horror claustrofobico che rappresenta tutti i temi cari all’autore polacco. l’interpretazione intensa di Mia Farrow avvicina gli spettatori e li avvolge in un clima di terrore e paura, nel quale nessuno sa più di chi fidarsi. Forse, è anche una metafora dei dolori e della paura della gravidanza che solo una donna può capire.

.

.

.

Posted in

3 risposte a “I 60 Miglior Film degli Anni ’60 (Terza Parte)”

Scrivi una risposta a I 60 Miglior Film degli Anni ’60 (Ultima Parte) | bastardiperlagloria2 Cancella risposta