di Emanuele D’Aniello
Abbiamo iniziato una folle cavalcata per scoprire gli 70 miglior film degli anni ’70, probabilmente una delle classifiche più difficile da fare. Ricordando come questo elenco sia il più imparziale possibile, e come la differenze tra i vari titoli sia davvero minima, perchè parliamo del meglio tra centinaia di migliaia di pellicole realizzate, continuiamo a scalare le posizioni rivisitando incredibili opere cinematografiche
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50. IL TAMBURO DI LATTA (di Volker Schlöndorff, Germania 1979)

La premessa è certamente incredibile (un bambino che decide di non crescere più, ed effettivamente smette di crescere) ma questa storia tratta dal romanzo di Gunter Grass è una analisi grottesca e feroce di venti anni di storia della Germania, naturalmente i più famosi e cupi. Un racconto struggente fatto di episodi, personaggi e soprattutto emozioni.
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49. I DUELLANTI (di Ridley Scott, Gran Bretagna 1977)

Il debutto cinematografico di Ridley Scott è la storia di una folle rivalità (realmente avvenuta) tra due ufficiali francesi che dura 15 anni e si estende attraverso diversi duelli. In realtà i due protagonisti sono metafore di un’epoca che non c’è più, ed il film si scopre affascinante ritratto dell’Impero Napoleonico, della sua ossessione e della sua caduta, come ci ricorda il meraviglioso finale.
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48. CANE DI PAGLIA (di Sam Peckinpah, USA 1971)

Forse il più discusso film della carriera di Peckinpah, accusato all’epoca di essere un film fascistoide che esalta la difesa personale, in realtà è un’acutissima opera sulla violenza e sulle radici violenza intrinseche nell’uomo, che può essere letta quasi come trattato sociologico sugli istinti animaleschi soltanto sottaciuti dall’uomo. Indubbiamente sgradevole e disturbante, tutti sintomi che il film nella propria missione ha fatto pienamente centro.
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47. LA RABBIA GIOVANE (di Terrence Malick, USA 1973)
Difficilmente un esordio può essere così efficace, potente, e rappresentare fin da subito tutte le caratteristiche di una precisa poetica. Nel 1973 il nome Terrence Malick entra nell’immaginario collettivo e non ne esce più, lui grande poeta visivo fa parlare la natura, le immagini, i tramonti, e dona profondità e sincerità ad una storia di due giovani fuggiaschi certo non originale. Il primo Malick non si scorda mai.
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46. I GIORNI DEL CIELO (di Terrence Malick, USA 1978)

Natura. Musica. Paesaggi aperti. Personaggi disperati. Voci femminili. Il passato. Il tramonto. Una fotografia meravigliosa. Fate la somma, ed otterrete il nome di Terrence Malick, che raramente come nel suo capolavoro del 1978 ha saputo toccare le corde dell’anima, del cuore, degli occhi e della testa degli spettatori.
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45. L’ULTIMA CORVE’ (di Hal Ashby, USA 1973)

Film simbolo della New Hollywood, come tutti quella della carriera di Hal Ashby, un ritratto amaro e sincero di un’America che non c’è più, un mondo in cui tre uomini diversissimi (due sottoufficiali scortano un marinaio condannato per furto) si incontrano, si scoprono e fanno amicizia. E’ l’essenza dell’America in un film in cui tutto funziona, dalla sceneggiatura ad una delle prime grandissime interpretazioni di Jack Nicholson.
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44. MEAN STREETS (di Martin Scorsese, USA 1973)

L’origine, il primo capolavoro di un giovane Martin Scorsese, il film che lancia lui stesso, Robert De Niro e Havey Keitel tra i più grandi nomi del cinema. Per le vie di Little Italy un gruppo di giovani amici criminali ne combina di tutti i colori tra risse e debiti di gioco, ma il film è soprattutto la tragica rappresentazioni dei ragazzi di strada, Charlie è praticamente l’alter ego del regista continuamente tormentato e diviso tra l’attrazione per il mondo religioso della chiesa e la criminalità facile con i suoi amici. Il dilemma religioso e il senso di colpa è sempre presente nei film di Scorsese, che qui inizia anche a mostrare i suoi classici marchi di fabbrica: grande cura nel montaggio, uso della musica rock moderna, regia virtuosa, violenza primordiale incontrollata. Con grandi richiami al Nouvelle Vague francese, Scorsese firma il suo primo grande film, che tuttora rimane una favolosa summa di tutto il suo cinema.
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43. CINQUE PEZZI FACILI (di Bob Rafelson, USA 1970)

Se nel 1970, agli albori della New Hollywood, avessero chiesto ad un gruppo di critici di citare il film simbolo di quel movimento nascente, tutti avrebbero risposto il capolavoro di Bob Rafelson. Attento studio su personaggi e caratteri, il film rappresenta al meglio l’inquietudine e la confusione dei giovani dell’epoca, vulnerabili ma arroganti, intelligenti ma spaesati. La fantastica prova di Jack Nicholson (la scena in cui tenta di ordinare un toast è entrato nell’immaginario collettivo) è una delle prime perle di una carriera unica.
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42. PROFESSIONE: REPORTER (di Michelangelo Antonioni, USA/Italia 1975)

L’incomunicabilità e l’impossibilità di distinguere il reale dal falso sono temi che Antonioni ha sempre portato nel proprio cinema, anche nelle sue fortunatissime trasferte americane. Lo starpower dei due protagonisti serve a dare ancora più potenza ad uno dei film più belli ed enigmatici del regista italiano, un autentico giallo esistenziale in cui il mistero è rappresentato dall’identità stessa dell’essere umano, dalla domande su chi siamo e cosa di differenzia l’uno dall’altro.
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41. LA PAURA MANGIA L’ANIMA (di Rainer Werner Fassbinder, Germania 1974)

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