Mancava la Top Ten del 2017, un anno fantastico per il mondo del cinema. Come sempre sono arrivati film importanti da tutto il mondo, di vario genere e realizzati da registi esperti e volti nuovi, con un livello medio altissimo.

Ovviamente questa, a differenza delle altre nel sito, è principalmente una classifica personale, ma cerca di essere il più obbiettiva possibile. Ecco a voi i migliori film dell’anno appena passato.

TOP TEN 2010
TOP TEN 2011
TOP TEN 2012
TOP TEN 2013
TOP TEN 2014
TOP TEN 2015
TOP TEN 2016

 

MENZIONI SPECIALI (in ordine casuale)

 

TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI  (di Martin McDonagh, USA)

Come in tutte le sue opere precedenti, Martin McDonagh spruzza la sua vicenda di quell’ironia, spesso assurda, che fa ridere e rende credibilmente realistici i personaggi. Una commistione, quindi, che dà vita ad un film vibrante, sempre in movimento, sempre con la battuta pronta, sempre pronto ad essere rivoltato come un calzino e cambiare prospettiva ad ogni passaggio di scena. Il dinamismo è dovuto soprattutto a quanto il film sia attuale: in un mondo in cui tutti scelgono di odiare, l’indagine introspettiva dentro i nostri difetti è l’unica arma che abbiamo per fermarci prima di perpetrare, inutilmente, altro odio.

 

 

COLOSSAL  (di Nacho Vigalondo, USA)

Ci voleva un pazzo regista spagnolo in terra americana per realizzare uno dei film più incredibili, e forse proprio per questo potenti, dell’annata. L’idea che una persona attraverso la propria instabilità emotiva possa guidare un mostro in grado di distruggere intere città è talmente folle da far girare la testa, e a Nacho Vigalondo è venuto in mente di farne un film: quando poi tale premessa è usata per raccontare una vicenda di depressione e abusi domestici, il cerchio che conferma la potenza del mezzo cinematografico in ogni angolatura è completo.

 

 

COCO  (di Lee Unkrich, USA)

Davvero, è sempre meraviglioso potersi innamorare di un film Pixar. A maggior ragione, c’è da dirlo, quando la compagnia d’animazione torna a sfornare un prodotto originale in mezzo ad un mare recentissimo di sequel, prequel o spin-off. E la parola “originale” è davvero perfetta per definire Coco, un racconto perfetto sul potere dei ricordi e sulla necessità di non dimenticare le cose veramente importanti della vita. Oltre l’immagine di un qualsiasi afterlife, oltre la morte, Coco conferma la potenza infinita della creatività e dell’originalità.

 

 

LAST FLAG FLYING  (di Richard Linklater, USA)

Sapete come si riconosce un grande autore? È colui che prende una storia semplice, realizza un film apparentemente minore, e riesce a metterci dentro tutta la propria poetica e la propria forza emotiva. Last Flag Flying è un road movie a metà e racconto d’amicizia che diventa l’elaborazione del lutto di una nazione, quell’America che si passa le guerre e le morti annesse di generazione in generazione. E poi c’è il tocco di Richard Linklater, appunto, che lo trasforma in una delle storie più umane dell’anno, e ci insegna che la tristezza della vita, col tempo, si può combattere.

 

 

HOSTILES  (di Scott Cooper, USA)

Il western di Scott Cooper non è naturalmente un classico racconto del genere: sì, ci sono i pellerossa, le cittadine di frontiera, la diligenza che non arriva mai e il simbolo del treno, ma nonostante qualche ovvia e quasi doverosa citazione estetica Cooper non prova mai ad essere John Ford. Il suo è un western riflessivo, che al rumore dei cavalli e frecce, comunque presenti, preferisci i silenzi. Le urla implose. La battaglia interiore. Hostiles è un viaggio contemplativo nel cuore della violenza umana, una passeggiata dantesca nell’Inferno, un microcosmo della vita che naturalmente finisce nella morte.

 

 

UNA DONNA FANTASTICA  (di Sebastain Lelio, Cile)

Esattamente come la sua protagonista, Una Donna Fantastica non può essere inquadrato banalmente. È un character study sobrio e asciutto, che indaga la realtà sociale del Cile contemporaneo alla ricerca di trasformarsi in un paese moderno. Al tempo stesso è una storia psicologica, che non lesina dosi di realismo magico per entrare a contatto con i sogni e le paure della protagonista. È un affresco sulla diversità ribaltato, perché invece della retorica sceglie di definire la normalità di Marina attraverso i comportamenti anormali di chi la circonda, mettendo in piazza una paura e un senso di respingimento che non hanno mai radici o motivazioni. Diventa un’elaborazione del lutto radicale, perché il senso di perdita diventa necessità di ritrovare l’altro dentro di sé.

 

LA SCOPERTA  (di Charlie McDowell, USA)

La Scoperta nasce chiaramente dall’insaziabile curiosità umana verso l’ignoto, verso ciò che non può e non potrà mai comprendere. E’ curiosità, ma anche puro bisogno, e soprattutto irrefrenabile rabbia nel non scoprirlo mai. Il film parte infatti da una premessa di assoluta fantascienza – uno scienziato ha scoperto che esiste un aldilà, ed il numero dei suicidi è esponenzialmente aumentato perché tutti vogliono raggiungerlo – ma risponde ai bisogni umani più urgenti. La vita e la morte infatti, per il film, sono composto da quelle cose essenziali che non dobbiamo mai perdere di vista: l’amore, la famiglia, la fiducia, il rapporto umano, l’importanza di vivere il presente, la possibilità di curare i propri rimpianti.

 

 

CIVILTA’ PERDUTA  (di James Gray, USA)

Civiltà Perduta mostra la bellezza che possediamo, e come la società la distrugga per paura di ciò che ritiene straniero. James Gray come sempre non si risparmia, e scava nella psicologia dei suoi personaggi, e della sua storia, per mostrare l’impossibilità della perfezione umana. Un film che regge le sue 2 ore e 20 di durata, e non va mai al di là del proprio seminato o delle proprie possibilità. Con semplicità narrativa ed estetica, punta a ricordarci la bellezza della scoperta, e come anche nella giungla il vero problema rimanga sempre l’uomo. Un peccato, perché il nostro mondo ha così tanto di straordinario da offrirci.

 

 

LADY MACBETH  (di William Oldroyd, Gran Bretagna)

Lady Macbeth è il ritratto della noia di una donna, la cui vita praticamente non esiste, e di come lei provi a sconfiggerla lasciandosi travolgere da sentimenti e istinti, che siano positivi come l’amore passionale o negativi come la macchinazione per l’omicidio. Tutto è giocato costantemente in bilico sul labile filo tessuto dalle azioni della protagonista, da un lato viste come esplosione della follia umana figlia della noia e della solitudine, ma dall’altro lato viste anche – o forse soprattutto – come forma di ribellione femminile e femminista contro una sorte personale e condizione sociale creata dagli uomini.

 

 

L’INGANNO  (di Sofia Coppola, USA)

Rabbia, violenza, egoismo, lussuria, mania, gelosia. Tutti elementi che rendono L’Inganno il film più psicologico di Sofia Coppola, cerebrale, cinico, persino crudele come mai prima d’ora ci aveva abituato. La regista prende il mito della caverna platonica e lo ribalta, non facendo uscire l’elemento all’esterno ma introducendo un corpo estraneo in un organismo interno. L’ingresso di un uomo in un gruppo di donne, isolate da troppo tempo, scatena un effetto domino di pulsioni e illusioni, invidie e speranze, sogni e incubi. Se l’uomo è oggetto, fonte di curiosità, le donne con lui sono sia custodi, sia amanti, sia aguzzine. È un continuo gioco di ruoli e di dominio, psicologico e fisico, che non può che concludersi in maniera primordiale.

 

 

MENZIONE SPECIALISSIMA

MANIFESTO  (di Julian Rosefeldt)

Merita una menzione a parte Manifesto, perché non è un vero film, ma un esperimento artistico, un’installazione da museo diventata pellicola. Giudicarlo con le aspettative ed i criteri degli altri film sarebbe sbagliato, oltre che ingiusto. Raccolta di 13 diverse tavolozze, senza dialogo, in cui ogni episodio rappresenta il credo e le basi di 13 differenti movimenti artistici, narrati dalla protagonista Cate Blanchett. Talvolta in voce fuori campo, talvolta in monologhi, altre volte come fossero normali discussioni. La fluidità è l’arma inattesa che Julian Rosefeldt riesce a conferire al suo lavoro. Mostrando senza soluzione di continuità le 13 correnti di pensiero, Manifesto crea un profondo e veritiero discorso sullo stato dell’arte e su cosa voglia dire creare arte, sul ruolo del pubblico e della critica, sulla società e sul modo in cui digeriamo ciò che abbiamo attorno, e spesso non capiamo.

 

 

 

E adesso, è il momento dell’attesa…..TOP TEN!

 

10.  BRAWL IN CELL BLOCK 99  (di Craig Zahler, USA)

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Mascherato da prison movie, Brawl in Cell Block 99 è la discesa negli inferi di una persona che deve accettare la propria natura di mostro. Un uomo violento, che nonostante la sua intelligenza e il suo colto sarcasmo nelle risposte è un primitivo che si abbandona a furenti scatti d’ira ed è capace della più brutale reazione. L’accettazione, naturalmente, deve passare per il sacrificio. E allora è quasi impossibile non vedere in quella croce tatuata dietro la testa, continuamente inquadrata e richiamata, il cammino di una figura cristologica al rovescio che per la salvezza altrui abbraccia con convinzione estrema, quasi esasperata, il martirio, entrando metaforicamente nella gabbia dei leoni.

 

 

9. I, TONYA  (di Craig Gillespie, USA)

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I, Tonya è un film acidissimo, che se ne frega di convenzioni (anche narrative) e del politically correct per capire e sviscerare il marcio che c’è dietro l’importanza (falsa) di risultare sempre i numero uno. La forma (posticcia) di risultare perfetti all’esterno. Tra canzoni senza soluzioni continuità, rotture della quarta parete, “fuck” a più non posso e violenza reale, il film ci getta addosso una grossa secchiata di disagio. Senza pudore (fasullo). Sempre a ritmo indiavolato. Una dark comedy, ma a tutti gli effetti una tragedia sull’essenza dell’orgoglio umano, e su come questo venga imboccato dalla società circostante. Si può accettare pienamente il ruolo di cattivo, ma poi mollarlo è difficile.

 

 

8.  THE SQUARE  (di Ruben Ostlund, Svezia)

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The Square, il quadrato, è letteralmente uno spazio nel quale siamo costretti a confrontare noi stessi. Pertanto, il film diventa uno spazio temporale, oltre due ore di durata, che fa calare il velo sull’umanità, provocandoci e interrogandoci. La satira di Ruben Ostlund è pungente perché porta a fare domande che non vorremmo porci. Ci mostra situazioni che non vorremmo vivere. Mette a disagio, scatena una reazione emotiva, spesso di disgusto, esattamente come la vera arte dovrebbe fare. Il regista svedese prende di mira specialmente la finta virilità del maschio moderno, sempre più insicuro, sempre più debole: ma più che autentica misandria, l’autore svedese allarga il raggio d’azione, abbatte il politicamente corretto della società moderna, le ipocrisie e le differenze di classe che ogni giorno erigono muri inutili.

 

 

7.  GET OUT  (di Jordan Peele, USA)

Quanti horror satirici escono ogni anno? Perché di questo, invece, si parla così tanto? Non solo per la tematica razziale, ovviamente. Ma soprattutto perché Get Out, oltre a far ridere, spaventare e riflettere, colpisce non i classici bifolchi americani, non i più tipici stereotipi dei razzisti, semmai le classi agiate e più integrate, i cosiddetti liberals americani, coloro che hanno votato Obama e sono bravissimi a parole, ma poi concretamente fanno pochissimo per impedire il perpetuarsi di una stato di perenne discriminazione. Quasi un remake apocrifo di L’Invasione degli Ultracorpi che riadatta con intelligenza e feroce acume l’attualità della vita sociale americana.

 

 

6.  DUNKIRK  (di Christopher Nolan, USA/Gran Bretagna)

Per una volta la guerra non è il genere ma il protagonista stesso del film, inquadrata nella sua essenza primordiale. Non c’è sangue, non ci sono soldati feriti, non ci sono sbudellamenti, non ci sono volti sporchi, perché ciò si riferisce agli umani. In Dunkirk la guerra diventa i rumori dei caccia, è il dubbio che si inserisce su chi sia veramente il nemico, è l’odore di bruciato, la claustrofobia delle navi da salvataggio, la vista di una casa che non si può raggiungere, è il mare che ti può accogliere o affogare, è la corsa senza una meta. Ed è anche, come sempre per Christopher Nolan, una guerra aperta contro il tempo, l’unico nemico che l’uomo non può sconfiggere, affrontata con le armi irrazionali della narrazione cinematografica e vissuta con un senso d’urgenza costante e umana predestinazione. Dunkirk è cinema sperimentale che diventa grande opera d’intrattenimento, ovvero l’ennesima missione impossibile vinta dal regista inglese.

 

 

5.  LOGAN  (di James Mangold, USA)

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Logan è senza mezze misure un capolavoro del suo genere, per il coraggio e quel senso di sconosciuta finalità con cui tratta la materia supereroistica. Ma, alla luce del passaggio recentissimo della Fox alla Disney, l’approccio di Logan rende il film ancora più attuale e soprattutto più importante: trasformando l’immortale in mortale James Mangold ha messo la parola fine, col punto più alto, alla prima fase nella storia dei cinefumetti. Una visione che affronta l’eroismo completamente spogliato da epica o fuochi d’artificio, in cui l’essere eroi a tutti i costi è vissuto come una condanna, un continuo tormento. Il dolore che trasuda è comunque tratteggiato con delicata umanità, ritrovata nel volto di una bambina, nella speranza di un anziano, in una risata condivisa a tavola. Un film di mutanti che si concede il lusso di trasformarsi in una elegia sulla vita e sulla morte, il perfetto simbolo di quanto Logan abbia colto nel segno e quanto rimarrà importante nel suo genere.

 

 

4.  CHIAMAMI COL TUO NOME  (di Luca Guadagnino, USA)

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Luca Guadagnino è un regista che si reinventa continuamente – purtroppo sempre all’estero – e stavolta è andato dalle parti di Eric Rohmer per adattare un romanzo e trasformarlo in uno dei più veri, e per questo anche strazianti, ritratti del primo amore che si possa trovare al cinema. Ancorato all’interpretazione impressionante del giovane Timothée Chalamet, il film attraverso sguardi, ossessioni, silenzi, corse, balli, istinti sessuali, mostra tutte le fasi che travolgono quando ci si innamora. Chiamami col tuo Nome è certamente un apice per il cinema LGBT, ma il tocco sublime di Guadagnino, che al tempo stesso è delicato e sensuale, palpabilmente seducente, trascende i confini delle etichette e si fa voce universale di un sentimento perpetuamente inspiegabile.

 

 

3.  THE FLORIDA PROJECT  (di Sean Baker, USA)

Bff The Florida Project GIF by A24

Forse The Florida Project è un manifesto della purezza dei bambini. O forse il film è anche una lettera d’amore verso gli adulti, coloro che hanno le chiavi per rendere serena la vita dei bambini. Quello certo è la posizione di The Florida Project come anti-coming-of-age-story: per una volta non è importante la crescita, anzi, è assolutamente meglio che i bambini rimangano tali il più a lungo possibile. Soprattutto, che siano messi in condizione di stare lontano dalla sporcizia degli adulti. Sean Baker ha l’abilità di trasformare in dinamico il quotidiano, con la sua cinepresa a mano infonde allo spettatore un continuo senso di urgenza, e pur mostrando piccoli episodi fatti di scherzi e giochi costruisce un crescendo di tensione universale. Un cinema erede del neorealismo rifatto però nella cornice del cinema indipendente americano, che ci ricorda quanto era bello essere bambini, quando le peggiori difficoltà della vita potevano essere superate dalla fantasia.

 

 

2.  IL FILO NASCOSTO  (di Paul Thomas Anderson, USA)

Il Filo Nascosto

La complessità di Il Filo Nascosto è proprio quella di parlare costantemente su due piani. La cinica e razionale analisi dei personaggi lascia spazio via via al calore del loro sentimento incontenibile, proprio come la l’ossessione e la ricerca della perfezione di Reynolds Woodcock – ed ad un certo punto anche di lei – cede di fronte alla realtà interiore. Non siamo in presenza solo di un film intrinsecamente romantico, ma forse del primo film che ha capito, e mostrato, cosa è davvero l’amore. Il non capirsi, prima di tutto. Il non riuscire a comunicare quando e quanto e come si vorrebbe. Il viscerale desiderio di stare con l’altro. L’insolubile dolore che si prova, al tempo stesso, stando con l’altro. Nel gioco delle antitesi su cui è costruito Il Filo Nascosto finisce per rientrare l’amore stesso: il sentimento più meraviglioso che però provoca i dolori più potenti.

 

 

1.  A GHOST STORY  (di David Lowery, USA)

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Sì, immaginare un film in cui il protagonista passa l’intera durata sotto un lenzuolo bianco, senza parlare, non è il massimo sulla carta. Ma questa non è la storia di fantasmi che ci aspettiamo, dopotutto. Il bello di A Ghost Story è proprio il suo totale rifiuto per le convenzioni. Nasce come racconto sull’elaborazione del lutto, diventa ricerca cosmica di un senso sulla vita e sull’amore, e abbattendo letteralmente i confini del tempo l’idea di David Lowery da film si tramuta in un “qualcosa” che prende il cuore di ciascun spettatore per massacrarlo senza sosta. Malinconico all’inverosimile, bellissimo nella sua straniante semplicità e potenza espressiva, A Ghost Story è uno spaccato di impressionante potenza sullo stato di solitudine umana esistenziale e metafisica. Un esempio di come con poco a disposizione, davvero pochissimo, al cinema si possa fare più di quanto umanamente immaginabile.

 

 

Insomma, scorrendo questo titoli direi che non ci possiamo lamentare del 2017 cinematografico. Ora col nuovo anno, con tante attesissime uscite, l’abbuffata fortunatamente continua.

 

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13 risposte a “I 10 Migliori Film del 2017”

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