I 10 Migliori Film del 2018

Mancava la Top Ten del 2018, un anno fantastico per il mondo del cinema. Come sempre sono arrivati film importanti da tutto il mondo, di vario genere e realizzati da registi esperti e volti nuovi, con un livello medio altissimo.

Ovviamente questa, a differenza delle altre nel sito, è principalmente una classifica personale, ma cerca di essere il più pragmatica possibile. Ecco a voi i migliori film dell’anno appena passato.

TOP TEN 2010
TOP TEN 2011
TOP TEN 2012
TOP TEN 2013
TOP TEN 2014
TOP TEN 2015
TOP TEN 2016  
TOP TEN 2017

 

MENZIONI SPECIALI (in ordine casuale)

BLAZE  (di Ethan Hawke, USA)

Un film che, con la sua atmosfera perennemente autunnale, le nubi di fumo, i fiumi di alcol, le tante chiacchiere, le note country, disegna un trattato esistenziale sulla fugacità di una vita spesa e consumata in perenne ricerca, tra passioni e dissolute contraddizioni. Difficile non rimanere incantati dalla poesia maledetta di Blaze. La fiamma del suo protagonista è durata poco e non ha lasciato il segno che meritava. Ma questo film che diventa racconto popolare è il giusto e migliore epitaffio possibile.  LEGGI LA RECENSIONE

 

 

 

VOX LUX  (di Brady Corbet, USA)

Cercare di immaginare e collegare la crisi dell’America recente, attraverso attentati e il problema delle armi, alla caduta e all’ascesa di una cantante pop, vedendo quel genere musicale come il simbolo dell’americanismo di plastica che ha perso i suoi valori fondanti, è indubbiamente molto pretenzioso e ambizioso. L’audacia con cui Vox Lux racconta la perdita dell’innocenza – di una nazione, di una forma sociale, di un modello per le masse – è sorprendente.  LEGGI LA RECENSIONE

 

 

 

BURNING  (di Lee Chang-dong, Corea del Sud)

La natura misteriosa e sfuggente di Burning non è immediatamente comprensibile, ma come tutto il cinema di Lee Chang-dong il film si insinua pian piano sotto pelle dello spettatore. Il thriller meno convenzionale che mai vedrete, è un’indagine sociale e una ricerca personale che mischia il vero al falso attraverso archi narrativi e personali che quasi reclamano un ritmo assolutamente lento e pensante.

 

 

 

 

DOGMAN  (di Matteo Garrone, Italia)

Plasmato con la lezione neorealista tanto cara al regista romano, filtrato attraverso la predilezione di crime sociale che lo ha imposto alla ribalta, Dogman di Garrone è una nuova profonda e oscura indagine dell’Inferno delle periferie geografiche e umane. Quella del film è una parabola su quanto il microcosmo che ci circonda possa condizionarci, cambiarci. Un uomo messo in un contesto cattivo si trasforma, inevitabilmente.  LEGGI LA RECENSIONE

 

 

 

VAN GOGH, SULLA SOGLIA DELL’ETERNITA’  (di Julian Schnabel, USA)

Il Van Gogh del film, per quanto realistico e profondamente umano, è il simbolo supremo della solitudine esistenziale. Ancora di più della solitudine dell’artista, costretto a convivere con un talento che funziona in maniera inversamente proporzionale alle fortune in vita. Un film maniacale ma al tempo stesso frugale, che ha degli sprazzi di ricerca estetica, ma poi sa sempre tornare sulla Terra e capire l’essenziale dell’umanità perduta. Forse, il film che sarebbe piaciuto anche a Van Gogh stesso.  LEGGI LA RECENSIONE

 

 

 

A QUIET PLACE  (di John Krasinski, USA)

John Krasinski ha costruito un film minimal, quasi muto, sposato con l’esigenza dell’horror. La forza di A Quiet Place è proprio quella di essere calibrato perfettamente, ricco di tensione e capace di non perdere mai di vista la necessità del genere, ovvero infondere nello spettatore la percezione che in ogni scena, ogni minuto, possa succedere qualcosa non di brutto, ma di veramente terribile. Pur senza basarsi sul ritmo A Quiet Place mantiene intatto un senso di urgenza che lo rende vitale dall’inizio alla fine.  LEGGI LA RECENSIONE

 

 

 

THE GUILTY  (di Gustav Moller, Danimarca)

Non è una novità vedere un film costruito in tempo reale, con un solo personaggio in una sola location per tutto il tempo. Quello che però rende The Guilty ancora più efficacia è l’abilità con cui orienta, e poi fa sbandare, le aspettative dello spettatore. Riesce a costruire tensione laddove non si vede l’azione, ma si sente e forse percepisce solo, e avvolge nell’empatia con un protagonista lacerato dal dubbio esattamente come noi spettatori. Ancora una volta la scuola danese si conferma tra i motori trainanti del cinema europeo.

 

 

 

MANDY  (di Panos Cosmatos, USA)

Il livello di psichedelia ipnotica di Mandy, che prende una canonica revenge story e la disintegra in una sinfonia di colori e sangue, è semplicemente indescrivibile. Un film che abbina e fa convivere la violenza più estrema, e splendidamente ironica, con l’amore più puro e solitario. Un film che brama la pace con la guerra, gli eccessi con i silenzi, la perversione col sentimento. Tutto calato in un’atmosfera lisergica di pulsioni e sensazioni astratte dal primo all’ultimo secondo.  LEGGI LA RECENSIONE

 

 

 

UN AFFARE DI FAMIGLIA  (di Hirokazu Kore-eda, Giappone)

La famiglia, ancora una volta, è lo sfondo perfetto per far crescere il cinema intimista e profondamente caloroso di Hirokazu Kore-eda. Solo che, stavolta, quella al centro non è una vera famiglia tradizionale. Il maestro giapponese, col solito tocco minimalista ma dosato da graffiante ironia, ci interroga su cosa siano davvero i legami familiari e quanto questi siano importanti nella formazione di una persona. Stavolta in modo più controverso del solito, ma sempre con estrema delicatezza.

 

 

 

ROMA  (di Alfsonso Cuaron, Messico)

Nella vita di una domestica che passa di esperienza in esperienza, nel Messico degli anni ’70 che forse per la prima volta nella sua storia scopre un certo benessere, senza essere in grado però di sopire il degrado che lo circonda, Cuaron concentra l’umanità perduta. Il cinema è soprattutto questo, empatizzare con persone comuni, con esperienze comuni. Semplicemente, termine non usato a caso, Roma racconta l’ordinario con lo straordinario. La forma è impeccabile perché la sostanza non ha bisogno di  effetti o invenzioni per colpirci: la vita supera sempre la fantasia.  LEGGI LA RECENSIONE

 

 

 

MENZIONE SPECIALISSIMA

THE OTHER SIDE OF THE WIND (di Orson Welles, USA)

Non possiamo considerarlo un vero film al 100%, indubbiamente. Ma, al tempo stesso, è l’evento cinematografico più significativo dell’anno. Non solo è un film inedito di Orson Welles, ma è un film che racchiude tutta la visione del suo grande autore: un qualcosa di enormemente dinamico, anarchico, imperscrutabile e complesso, che indaga con energia e un pizzico di follia sugli angoli più nascosti del mondo del cinema stesso, rispecchiandoli nell’innata inquietudine umana.  LEGGI LA RECENSIONE

 

 

 

E adesso, è il momento dell’attesa…..TOP TEN!

 

10.  EIGHTH GRADE  (di Bo Burnham, USA)

Vi ricordate davvero come eravamo e cosa provavamo a 13 anni? Quando non si era più bambini, ma nemmeno adolescenti? E se davvero riuscite a ricordarlo, forse non sapete come è adesso nell’era dei social. Ci aiuta però a capirlo Eighth Grade, gioiello del cinema indipendente americano che con estremo realismo e profondo calore ci avvicina alla figura di una ragazzina timida e confusa. C’è tristezza, c’è commedia, c’è tutto l’impatto di quel labirinto che è la crescita, amplificato dal megafono dei social che qui non sono il nemico, ma l’estensione dello smarrimento. Le coming-of-age-stories sono tantissime al cinema, ma è raro trovarne una così onesta e al tempo stesso completa.

 

 

 

9.  HALLOWEEN  (di David Gordon Green, USA)

Questo nuovo Halloween non reinventa la ruota, non rivoluziona il genere. Segue tutte le regole dello slasher e include quel pizzico di divertimento necessario alla formula vincente. In più questo Halloween capisce cosa era e perché è tanto piaciuto quel vecchio Halloween. Capisce i personaggi, azzecca lo spirito giusto, rimane in perfetto equilibrio tra l’omaggio e la rielaborazione. Capisce e costruisce, soprattutto, che il mondo è diverso rispetto a 40 anni fa: un mondo in cui tutti si armano per essere pronti ad affrontare il prossimo, gli orrori sono talmente grandi che ormai pensare ad omicidi causa coltello non fa più effetto, non lascia più angosciati o disgustati. Un mondo che contagia tutto ciò con cui entra a contatto.  LEGGI LA RECENSIONE

 

 

 

8.  A BEAUTIFUL DAY  (di Lynne Ramsay, Regno Unito)

Attraverso lo sguardo e soprattutto gli istinti creativi di Lynne Ramsay, A Beautiful Day si trasforma in un viaggio allucinante e allucinato nella psiche malata di un uomo senza speranza che si perde ancora di più nello schifo del mondo circostante. Tra frammenti di incubo reali o mentali, siamo gettati nel caos più puro. Lo stile è nervoso, rapido, acido, composto da flash visivi che sembrano uscire fuori da un brutto trip. Un’avventura visiva e percettiva che la regista apre chiude come una zip cinematografica, i cui tagli di montaggio e l’uso nevrotico del sonoro compongono – quando non frammentano – un labirinto di sensazioni. Potere unico del cinema.  LEGGI LA RECENSIONE

 

 

 

7.  L’ISOLA DEI CANI  (di Wes Anderson, USA)

Dietro le inquadrature simmetriche, le battute distaccate, i colori pastello, ogni fatica di Wes Anderson nasconde un cuore che batte all’impazzata. E riesce a contagiare ancora di più con la stop motion, come se Anderson fosse libero da ogni costrizione del “reale” e le sue costruzioni di mondi prendessero letteralmente vita. L’Isola dei Cani è una fiaba, e come tutte le fiabe intrattiene, commuove, e nasconde tra le pieghe un discorso più ampio, una metafora, una morale che non ruba mai il centro della scena, ma rimane bussola silenziosa che orienta senza distrarre. A Wes Anderson interessa l’immediatezza del contatto umano, più di tutto. Non ci sono barriere linguistiche, non ci sono confini nazionali, ci sono gli essere umani.  LEGGI LA RECENSIONE

 

 

 

6.  COLD WAR  (di Pawel Pawlikovski, Polonia)

Il bianco e nero non è mai usato da Pawel Pawlikovski come vezzo estetico, e anche stavolta ha un senso. Serve a dipingere un amore diviso sullo sfondo di un’Europa divisa, le cui coordinate geografiche e sentimentali sono semplici da capire ma difficili da afferrare. Senza perdite di tempo o orpelli narrativi, Cold War arriva dritto al punto e conquista con la vicenda di due innamorati che si perdono, si ritrovano, si perdono nuovamente ma non possono far altro che amarsi sempre e dovunque. Col suo ritmo compattissimo, con la sua calma solo apparente, quando arrivano le esplosioni di energie non ci sono difese che tengano, non si può far altro che abbandonarsi al sentimento condiviso con i due protagonisti. Di freddo, in questo film, c’è solo il titolo.

 

 

 

5.  A STAR IS BORN  (di Bradley Cooper, USA)

A Star is Born è un film sui compromessi per diventare e chiamarsi artisti. Su come l’arte si distrugga quando interferisce inevitabilmente l’aspetto commerciale. Dopotutto Bradley Cooper non è solo interessato a raccontare una storia, ma a mettersi in gioco, a nudo, a dire che il cinema ha senso quando ha qualcosa, qualsiasi cosa, da comunicare. L’elemento infatti più incredibile di questo film è la sua dose di autenticità, a tratti è quasi pazzesco quanto risulti vero e onesto. È pazzesco come riesca a toccare le corde dei conflitti sociali e sessuali in stravolgimento nel mondo odierno. L’onestà che Cooper infonde fa di questo film la quintessenza del cinema americano. Ovvero un film che non inventa nulla, ma quando raggiunge i suoi apici è talmente efficace da entrare subito nell’immaginario collettivo della cultura popolare.  LEGGI LA RECENSIONE

 

 

 

4.  FIRST MAN  (di Damien Chazelle, USA)

Difficile per tanti altri concepire in partenza la biografia di Neil Armstrong e la storia dell’allunaggio del 1969, e poi parlare letteralmente di altro rimanendo fedele alla storia vera raccontata. Eppure, First Man è più che altro un film sulla morte, sul lutto, sul rischio impellente di morte. A differenza di ogni altro film sulle missioni spaziali, nelle quali si procede per tentativo dopo tentativo, successo dopo successo, First Man procede attraverso funerale dopo funerale. Il protagonista è circondato da morte, che cerca di mettere alle spalle, ma poi ritrova costantemente ed inevitabilmente davanti. L’allunaggio vissuto attraverso i suoi occhi non è la realizzazione dei suoi sogni, ma il modo per mettere fine ad un incubo.  LEGGI LA RECENSIONE

 

 

 

3.  LA FAVORITA  (di Yorgos Lanthimos, Regno Unito)

Un gioco di manipolazioni va in scena nella commedia di Yorgos Lanthimos, che fa ridere – tanto – e lascia l’amaro in bocca. Sicuramente è il lavoro più accessibile e commerciale del regista greco finora in carriera. Premesso ciò, La Favorita mantiene comunque intatti i tratti distintivi del cinema di Lanthimos, a cominciare da una idiosincrasia nei rapporti umani e un cinismo di fondo che, declinati alla commedia, aiutano a spingere il tono ancora più sull’assurdo. Che tutto ciò, poi, accade in un contesto storico in costume su personaggi realmente esistiti, è la ciliegina sulla torta. E di quella torta tutti vogliono una fetta. “Il potere logora chi non ce l’ha” diceva un noto politico italiano. Il mantra di La Favorita è proprio quello.  LEGGI LA RECENSIONE

 

 

 

2.  HIGH LIFE  (di Claire Denis, Francia)

High Life è un qualcosa di assolutamente unico e nuovo: grande e piccolo, enorme nella sua ambizione e intimo nella sua riflessione, depravato ma ipnotico, respingente ma affascinante, cerebrale ma esistenziale. Questa fantascienza non guarda alle stelle, ma al sangue, ai fluidi corporei, alle piante, alla terra, ai capelli che si ingrigiscono, ai corpi che si feriscono. L’analisi del film mostra l’equilibrio precario tra le necessità biologiche dell’uomo e gli istinti di cui non può fare a meno. Desiderio umano, mistero della vita, dolore esistenziale e solitudine sono quesiti che la filosofia, e talvolta la teologia, non riescono a decifrare, figuriamoci se lo possa fare un film. Eppure il cinema può renderli ancora più interessanti, ancor più affascinanti, se possibili ancora più laceranti.  LEGGI LA RECENSIONE

 

 

 

1.  MEKTOUB MY LOVE: CANTO UNO  (di Abdellatif Kechiche, Francia)

Mektoub My Love è un grande inno alla vita, all’amore, agli errori e all’umanità più fragile. Vicino al racconto di formazione corale, con un protagonista che spesso e volentieri lascia il palcoscenico ad altri personaggi, il film è un affresco sulla gioventù sicuramente impressionista, ma anche tremendamente realista nel costruire le varie figure ed il linguaggio che usano. Soprattutto, è incredibile come Kechiche incapsuli nella storia l’essenza dell’estate. Quella stagione che, quando si è più giovani, diventa un microcosmo dei turbamenti personali: amori, passioni, tradimenti, sentimenti fugaci, timidezza, litigi, colpi di fulmine passeggeri, sguardi rapidi e sorrisi sornioni, voglia di evadere e desiderio di cambiare vita. E poi, nel vortice di chiacchiere e istinti, il film coltiva la bellezza di vivere, la bellezza di essere giovani, la bellezza di godersi una giornata al mare e le risate che non torneranno più.  LEGGI LA RECENSIONE

 

 

Insomma, scorrendo questo titoli direi che non ci possiamo lamentare del 2018 cinematografico. Ora col nuovo anno, con tante attesissime uscite, l’abbuffata fortunatamente continua.

 

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