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Da parte mia, accolgo la fine di questa stagione dei premi quasi con un sospiro di sollievo.

Sia perché, da cinefilo, la qualità complessiva dei film quest’anno in ballo non mi ha mai fatto veramente appassionare o entusiasmare. Sia perché, da “addetto ai lavori”, l’incertezza della corsa all’Oscar più aperta di sempre invece di renderla bella l’ha resa ancora più stancante. Sia perché, da osservatore, le polemiche e le controversie hanno completamente divorato i discorsi puramente cinematografici e soverchiato la qualità delle pellicole. A cominciare dal vincitore Green Book, ovviamente.

Forse il vento qui in Italia si è sentito molto meno, ma Green Book è stato un film quasi unanimemente detestato dalla critica americana. Per le controversie extra-film legate a regista e sceneggiatore (poi entrambi premiati comunque), per la natura stessa del messaggio e della creazione concettuale della sua storia, per essere il simbolo di un cinema anacronistico nel bel mezzo di una forte ondata di cambiamento.

Da noi Green Book è stato bollato come un ritorno al cinema classico, evidenziandolo come aspetto positivo. In America però questo ritorno al classico vuol dire una fiera e vetusta opposizione alle vere aperture sociali in atto. Forse gli atteggiamenti sono entrambi sbagliati: gli americani esagerano nel definirlo un film razzista che sposta le lancette dell’orologio indietro di anni, e noi italiani sbagliamo nel sottovalutare le superficialità tematiche in cui il film pigramente cade a quasi ogni passaggio.

Personalmente non ritengo Green Book uno dei peggiori vincitori dell’Oscar di sempre, come in queste ore si sta dicendo in America. Semmai, lo ritengo uno dei più inutili e dimenticabili vincitori di sempre.

Green Book ha degli evidenti problemi di semplicità eccessiva, innegabili. La storia del razzismo è completamente edulcorata, mai veramente approfondita, e filtrata attraverso il punto di vista del protagonista bianco, che assume in certi casi il cliché del “white savior”. Ha il grande difetto, soprattutto, di essere un feel-good movie a tutti i costi quando ciò che ritrae, in realtà, dovrebbe indignare e far arrabbiare più che portare il pubblico a stare bene.

Da qui però a definirlo dannoso, secondo me, ce ne passa. Perché la sua affermazione non ha impedito di lasciar correre il cambiamento: mai come quest’anno, in tutte le varie categorie, hanno vinto artisti afroamericani, asiatici, omosessuali, non americani. Il problema non è la vittoria di Green Book, il problema è perché si è arrivati alla vittoria di Green Book.

Il primo motivo è, indubbiamente, il sistema di voto preferenziale. Ormai non è la prima volta che ciò accade (non lo sapremo mai, ma gli indizi fanno pensare il sistema di voto abbia permesso le vittorie anche di Spotlight e Moonlight), e vederlo fa storcere sempre un po’ la bocca. Perché un complesso meccanismo matematico di voti, che probabilmente pochissimi giurati conoscono e nemmeno sanno spiegare, deve premiare il film che prende più voti trasversalmente tra tutti e non quello che prende più primi posti? Diventa palese poi, soprattutto in un’annata come questa in cui regna l’incertezza, che a trionfare con questo meccanismo sia il film più innocuo.

Dopotutto, è qui arriviamo al secondo motivo, Roma era tutto meno che un film innocuo. Anzi, era il film che più ha fatto parlare, per quel suo marchio addosso diventato uno stigma: Netflix. Io nel corso dei mesi, da settembre praticamente, ho sempre accompagnato il mio pronostico con una malaugurata litania: “Roma è il favorito, per motivi qualitativi e per assenza di vera avversari, ma mi pare stranissimo che un film non in lingua inglese prodotto da un servizio streaming possa essere abbracciato”. La vittoria di Roma avrebbe significato, in un certo senso, la resa di Hollywood allo streaming di Netflix. Chissà quanti votanti, per puro pregiudizio, hanno messo Roma ultimo nella loro scheda di votazione solo per punire la presenza di Netflix.

Una diatriba non tra Green Book e Roma, insomma, ma tra ciò che rappresenta Green Book e ciò che rappresenta Roma. Una diatriba che ha un po’ oscurato il grande evento della serata, e uno dei risultati più sorprendenti degli ultimi anni: la vittoria di Olivia Colman. Una vittoria che qua si accoglie con gioia, dopotutto la performance dell’inglese era davvero, in termini qualitativi, la migliore. Dispiace per Glenn Close, che pensava di rompere la maledizione, ma vedere queste sorprese è sempre incredibilmente affascinante, a prescindere dal tifo.

Forse anche la Colman ha approfittato dell’incertezza generale della stagione. Perché sempre e comunque l’incertezza ha trionfato. Lo vediamo dai risultati, che quasi mai si sono basate su statistiche e risultati precedenti, anzi spesso li hanno ribaltati. Per dire, Green Book ha vinto senza la nomination al SAG (secondo anno consecutivo che accade) e senza la nomination alla regia (quinta volta in tutta la storia che accade). Questa annata è stata talmente singolare da stracciare del tutto le solite statistiche, oppure i cambiamenti generali stanno mutando anche le statistiche su cui solitamente ci basiamo da anni? Come leggere quindi i risultati, e come prenderli a modelli per capire la prossima stagione dei premi?

Domande a cui, adesso, ancora non possiamo rispondere. Ma almeno sappiamo già che la prossima stagione dei premi non avrà in gara Bohemian Rhapsody…. e speriamo che i mesi cancellino il ricordo dei troppi Oscar che si è portato a casa….

 

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Una replica a “Oscar 2019: il commento”

  1. Avatar Oscar 2020: il commento | bastardiperlagloria

    […] scorso anno ci eravamo lasciati con polemiche cinematografiche e extracinematografiche. Da allora è passato solo un anno, ma […]

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