Ci siamo, è arrivato il momento atteso di svelare la Top Ten del 2019. Come sempre sono arrivati film importanti da tutto il mondo, di vario genere e realizzati da registi esperti e volti nuovi, con un livello medio altissimo.
Ovviamente questa, a differenza delle altre nel sito, è principalmente una classifica personale, ma cerca di essere il più pragmatica possibile. Ecco a voi i migliori film dell’anno appena passato.
TOP TEN 2010
TOP TEN 2011
TOP TEN 2012
TOP TEN 2013
TOP TEN 2014
TOP TEN 2015
TOP TEN 2016
TOP TEN 2017
TOP TEN 2018
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MENZIONI SPECIALI (in ordine casuale)
Pablo Larrain torna in Cile e si conferma uno dei più grandi talenti contemporanei. La storia di una madre che fa di tutto, ma proprio di tutto per riprendere il figlio adottato che aveva frettolosamente abbandonato, è raccontata con una forza e passione cinetica da far spavento. Ema è un film che grida, si agita, brucia e si ribella, un film di corpi che si muovono, di musica che esplode e sessualità che rimbomba. L’energia della sua visione che diventa esperienza sensoriale colpisce, e la sua vitalità abbatte ogni schema convenzionale.
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THE FAREWELL (di Lulu Wang, USA)
La bravura di non essere mai pesanti e manipolatori con i sentimenti. La sagacia di evitare i momenti tipici forzatamente cool del cinema indipendente americano. Un equilibrio che regge, perché The Farewell racconta di sentimenti, drammi personali e comuni, desideri e speranze toccando la radice del modo con cui li affrontiamo: il retaggio culturale. Un racconto interessato a scoprire come un’altra cultura affronti la malattia dal punto di vista della vita, non della morte, e tutto ciò che tale retaggio comporti. LEGGI LA RECENSIONE
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PICCOLE DONNE (di Greta Gerwig, USA)
Riprendere uno dei romanzi più amati da generazioni di lettrici non è facile, ma è una sfida da vincere se ti chiami Greta Gerwig. L’autrice, da sempre simbolo di spirito giovanile e indipendente, dà a Piccole Donne un piglio fresco e moderno, rivoluziona la linearità del romanzo e rimodella il finale dandogli un senso di incredibile contemporaneità. Ciò che esce fuori è un film vibrante, toccante e divertente, che riesce a raccontatori desideri e passioni attraverso l’universalità dei temi di un romanzo di tanti e tanti anni fa.
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HIGH FLYING BIRD (di Steven Soderbergh, USA)
Quest’anno Steven Soderbergh ci ha regalato ben due film (entrambi usciti su Netflix) e, beffardamente, il miglior è quello di cui si è meno parlato. Certo, molti spettatori potrebbero perdere le dinamiche di High Flying Bird se non seguono il basket o lo sport americano in generale. Nonostante ciò, funziona per la sua efficace storia di vita, lavoro, passione, lotta contro il sistema, ricca di dialoghi sempre brillanti, e soprattutto fondata sulla chiave di lettura socio/razziale che, in uno splendido finale, offre una nuova prospettiva a tutto quanto visto prima.
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Vedere i 140 minuti di Midsommar è letteralmente vedere un regista che si specchia nella propria bravura. Ma, sorprendentemente, Ari Aster riesce a non farlo in modo presuntuoso, bensì seguendo sempre una precisa visione estetica e tematica. Vedere Midsommar, pertanto, non è vedere un horror per spaventarsi e divertirsi con lo spavento. Vedere Midsommar è soffrire, accettare il sovvertimento delle regole narrative basilari, e lasciarsi trasportare in un viaggio lisergico di sofferenze e immagini indelebilmente orrorifiche. LEGGI LA RECENSIONE
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THE LIGHTHOUSE (di Robert Eggers, USA)
Superare l’ostacolo dell’opera seconda non è mai facile, figuratevi con un film in bianco e nero, in 4:3, con due soli attori, senza una trama che va avanti solo con momenti bizzarri. Vuol dire che Robert Eggers è qui per restare. Il suo talento, e la sua visione completamente unica nel cinema contemporaneo, sono palesi in The Lighthouse, immersione sensoriale e viscerale dalle venature di cinema espressionista che cattura con la sua atmosfera inquietante, ma soprattutto stupisce per quanto sia sorprendentemente divertente. Due cattivi coinquilini che faticano a convivere, Robert Pattinson e Willem Dafoe urlano, ballano, cantano, bevono, impazziscono e rendono il tutto estremamente godibile in un film che non ha nulla, sulla carta, per essere godibile. Tra sirene fantastiche e gabbiani pericolosi, abbandonatevi alla follia di The Lighthouse senza esitazione.
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TOY STORY 4 (di Josh Cooley, USA)
Toy Story 4 è, più dei capitoli precedenti, il film di Woody. Lo è perché porta all’apice, e forse a compimento, il suo percorso di scoperta e accettazione, che poi altro non è che una crisi esistenziale umana. La Pixar cerca di celarlo bene con un ritmo altissimo e un profondo senso d’avventura, probabilmente è il film della saga nel quale il divertimento è maggiore e il vertiginoso susseguirsi di peripezie non lascia mai respirare. Soprattutto, ci ha ricordato quanto siamo innamorati di questi giocattoli: il cerchio tematico forse è chiuso, ma vorremmo comunque godere altre mille avventure con loro. LEGGI LA RECENSIONE
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RITRATTO DELLA GIOVANE IN FIAMME (di Celine Sciamma, Francia)
Trovare un film in cui la straordinaria cura formale va di pari passo alla potenza emotiva della sostanza non è facile. Quando arriva, è un terremoto. E proprio un terremoto, per quanto silenzioso, sottaciuto, interiore, è Ritratto della giovane in fiamme: un’esondazione di immagini perfette, sentimenti negati e domande sull’identità che, partendo dal mito di Orfeo e Euridice, racconta la passione con tristezza e un profondo senso di speranza.
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DOLOR Y GLORIA (di Pedro Almodovar, Spagna)
L’8½ di Pedro Almodovar è, se possibile, il film più personale di un regista che fa spessissimo film personali. Nell’analizzare quelle calcificazioni, fisiche e mentali, che a un certo punto della vita bloccano la creatività e la voglia di un artista, Almodovar dipinge un sincerissimo e commovente autoritratto: un uomo sfinito, un regista stanco che realizza un film così desideroso e proteso verso la vita. Mortifero ma consapevole di esserlo, terapeutico e per questo coraggiosissimo, Dolor y gloria prende la forma delle pagine del diario di vita di Almodovar che, con enorme affetto, sfoglia insieme al proprio pubblico.
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CENA CON DELITTO (di Rian Johnson, USA)
Oltre ad essere un film arguto, raffinato e godibilissimo, divertente e intelligente oltre la superficie di genere, Cena con Delitto è sia un omaggio al giallo canonico, sia una presa in giro dei suoi meccanismi ripetitivi. Inoltre, per chi cerca qualcosa oltre al mistero e alla sua decostruzione, il film svela una natura fortemente politica con la quale Rian Johnson si è divertito a nascondere, nemmeno così segretamente, un vero ritratto dell’America contemporanea. LEGGI LA RECENSIONE
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RICORDI? (di Valerio Mieli, Italia)
Non è sola una storia romantica Ricordi?, né tantomeno solo un film che uso il trucco della scrittura frammentata per furbizia. Semmai, è un qualcosa che riesce intelligentemente, e con grande sensibilità, a captare quanto la mente sia melliflua e poco affidabile quando si tratta di immagazzinare nella nostra testa esperienza influenzate dai sentimenti. Un film che con estrema tenerezza, e pochissima voglia di banalizzare i due protagonisti, riesce a comprendere quanto le relazioni di coppia siano la colonna portante del nostro quotidiano. LEGGI LA RECENSIONE
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MENZIONE SPECIALISSIMA
AVENGERS: ENDGAME (di Anthony Russo & Joe Russo, USA)
Sì sì, confermo, è tutto vero. E allora:

Certamente non è il migliore film dell’anno, ma Avengers: Endgame non può esser ricordato “solo” per gli incassi. I Marvel Studios, con questo film, sono riusciti a fare ciò in cui avevano spesso fallito, secondo me, nel corso degli anni: costruire un’opera che parlasse ai fan e agli spettatori casuali pareggiando equamente spettacolo enorme a emozioni, lasciando da parte la loro solita “piacioneria” per ribaltare intenzioni e aspettative. Se il genere supereroistico ha rappresentato indubbiamente il genere simbolo di questo decennio, Endgame allora si erge altrettanto indubbiamente come suo esempio massimo, l’apice e la chiusura al tempo stesso.
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E adesso, è il momento dell’attesa…..TOP TEN!
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10. HER SMELL (di Alex Perry Ross, USA)
Ogni tanto arrivano quei film che appartengono completamente al talento del proprio protagonista. Un caso è questo: Elisabeth Moss è Her Smell. La sua titanica performance, energica e corrosiva, vulcanica e fragile, feroce e onnicomprensiva, divora il film e lo modella a proprio piacimento. Ma, al tempo stesso, è lei ad essere modellata dalla natura epica di Her Smell: diviso in 5 atti, ognuno dei quali rappresenta una macrosequenza narrata in tempo reale, il film è un’epica opera rok ‘n’ roll che mostra come il passaggio del tempo, e la potenza dei legami personali, possano incidere e cambiare anche personalità tossiche e narcisistiche che rovinano tutto ciò che toccano e tutte le persone con cui entrano a contatto.
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9. MARTIN EDEN (di Pietro Marcello, Italia)

Tratto dal romanzo di Jack London, ma completamente rimodellato dal documentarista Pietro Marcello, a cominciare da una collocazione anacronistica in Italia fieramente atemporale, Martin Eden è un vibrante racconto sulle metamorfosi sociali e personali, sull’impossibilità di banalizzare la forza trainante dell’amore e sulla potenza del desiderio come motore unico per vivere. L’occhio di un documentarista, con gli inserti “reali” inseriti nel film, è fondamentale per accompagnare la visione con originalità e sentimento tangibile. E di tangibile c’è anche la ferocia di Luca Marinelli, capace di navigare ogni registro interpretativo in due ore con un talento impressionante.
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8. THE SOUVENIR (di Joanna Hogg, Regno Unito)
In un anno in cui sono stati tanti i film di autori che hanno guardato al tempo passato, alle proprie passate esperienze personali, pochi hanno pareggiato il livello di sincero e toccante dolore del ricordo degli anni giovanili della regista Joanna Hogg rappresentati in The Souvenir. Ritratto delle forze deleterie magnetiche che formano le “relazioni tossiche”, praticamente l’anti-Call me by your name, il film è un devastante mosaico che ricollega, poco a poco, i tasselli di una relazione capace di condizionare, e forse distruggere, vita e legami. L’empatia che trasuda dal film è assorbita dai due attori protagonisti Tom Burke e Honor Swinton-Byrne (una che il talento lo ha nel DNA) i quali, con una chimica fuori dal comune, formano una delle più coppie più potenti, nel bene e nel male, viste recentemente al cinema.
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7. LA BELLE EPOQUE (di Nicolas Bedos, Francia)
Una riflessione sul tempo, su come cambi senza rendercene conto, e quando ce ne accorgiamo, vogliamo stoppare l’impossibile. Sull’amore che svanisce ma in fondo è l’unica cosa a cui possiamo rimanere attaccati per sentirci e essere vivi. Persino una riflessione sul cinema stesso, sulla sua abilità unica tra tutti medium nel creare mondi intellegibili e gettarci dentro sogni e incubi degli spettatori. Il sorriso di Daniel Auteuil, la radiosità di Fanny Ardant, il carisma di Guillaume Canet, la freschezza di Doria Tellier. Il talento di questo gruppo di attori formidabili ci accompagna nel percorso di ricerca di sé stessi e dei propri bisogni, lasciandoci cullare dalla dolce ma energica sensibilità di La Belle Epoque. LEGGI LA RECENSIONE
6. UNCUT GEMS (di Josh Safdie & Benny Safdie)
Da queste parti si è sempre sostenuta la paradossale tesi secondo cui Adam Sandler è l’unico comico al mondo che funziona meglio dei drammi che nelle commedie. Vedere ora Uncut Gems non solo conferma la tesi, ma rende la locuzione “Adam Sandler funziona” un mero eufemismo. L’attore è il perfetto strumento per far esplodere in modo molto umano e inequivocabilmente tragico il cinema ansiogeno, iperdinamico e “street-minded” dei fratelli Safdie. Soprattutto, è la perfetta espressione dei loro racconti a effetto domino, in cui una scelta sbagliata è sempre seguita da scelte ancora più catastrofiche, di chiari radici ebraiche: Adam Sandler è un moderno Giobbe che, invece di accettare il proprio destino, si muove in un caos disperato e nel lottare finisce per peggiorare sempre la sua situazione. Visione consigliata con una bombola d’ossigeno a portata di mano.
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5. STORIA DI UN MATRIMONIO (di Noah Baumbach, USA)
Storia di un matrimonio è un autentico horror sulla dissoluzione di un rapporto che finisce nelle sabbie mobili burocratiche del divorzio. E così, grazie anche alle magnifiche prove dei due protagonisti, si evitano manipolazioni e melodrammi artificiali. Quando il film decide di commuovere, è devastante. Quando decide di far sorridere, è istericamente divertente. Forse, Storia di un matrimonio è uno dei film più umani visti recentemente. Così affettuoso nel ritrarre la disaffezione. Così sincero nel mostrare pregi e difetti senza alcuna vergogna. E così potente nell’esaltare come spesso amore e dolore, rabbia e passione vadano a braccetto, come siano sentimenti purtroppo inestricabilmente collegati e potenziati attraverso le pieghe inumane delle sovrastrutture di sistema. LEGGI LA RECENSIONE
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4. C’ERA UNA VOLTA A HOLLYWOOD (di Quentin Tarantino, USA)
C’era una volta a Hollywood è, quasi letteralmente, una fiaba, che però solo Tarantino poteva realizzare in tal modo. Precisamente, solo il Tarantino del 2019, a quasi 60 anni, poteva concepire e realizzare così. Un tempo andava avanti in maniera frenetica, adesso va indietro in modo malinconico ma maturo. È il suo primo film che non è necessariamente cool, non vuole esserlo a tutti i costi. È il suo primo film nel quale contano i piccoli momenti, i piccoli gesti quotidiani, il fulcro è tutto sulle emozioni. Tarantino ci mostra esseri umani in piena crisi esistenziale alla ricerca di un posto nel mondo. Per una volta, in un suo film ci siamo noi. Per questo C’era una volta Hollywood è il film meno tarantiniano di sempre ma, al tempo stesso, il più ideale per comprendere lui e il suo mondo. LEGGI LA RECENSIONE
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3. JOKER (di Todd Phillips, USA)
Come si fa a ridere, a essere felici, quando l’intera società va a rotoli? Quanto è difficile quando in ogni telegiornale senti qualcosa che va storto nel mondo, quando senti che il primo pazzo, magari influenzato da ideologie deliranti, ha preso una pistola e ha ucciso a caso? Questo il quesito che si pone Joker, la conferma del cinefumetto come genere più importante del momento. Ciò che stupisce di Joker è il forte senso di urgenza che lo rende, nella sua sconcertante immediatezza, l’esatta immagine dei nostri tempi: causa e effetto del mondo nel quale viviamo. Solo nel 2019 poteva ritrarre il villain più iconico dei fumetti come espressione di un disagio primordiale e radicato nell’inconscio, che si crea e si nutre dell’oscura lucida irrazionalità da cui egli stesso è stato creato, paradossalmente. E per questo il Joker di un indimenticabile Joaquin Phoenix è ancora più pericoloso del semplice “pazzo”. LEGGI RECENSIONE
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2. THE IRISHMAN (di Martin Scorsese)
È il film dell’anzianità The Irishman, quello con cui Scorsese guarda indietro, riflette su sé stesso, sulla propria carriera e sul genere intero. Come fosse il punto esclamativo sul genere di gangster, la medesima funzione che ha avuto Gli Spietati per il western. Un’opera monumentale sulla vita, sui rischi della “toxic masculinity” che fa interiorizzare troppo, fino a deteriorare, i sentimenti di una amicizia tutta maschile annegata nei doveri e nell’orgoglio. Scorsese spoglia The Irishman di ogni epica, di ogni forza di seduzione attrattiva, di ogni accelerazione stilistica, lasciando la scena ai suoi attori. Ciò che resta sono i rimpianti e i capelli bianchi. Scorsese e i suoi amici, i veri bravi ragazzi, hanno capito quando e come mettere un punto al senso delle loro stesse carriere. LEGGI LA RECENSIONE
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1. PARASITE (di Bong Joon-ho)
Parasite è un film sempre in costante movimento, che non si placa per un solo secondo, che non sa cosa voglia dire riposarsi. Un flusso magmatico di toni ed emozioni, nel quale il divertimento va di pari passo alla tensione da thriller e finisce nella realizzazione dark della bassezza umana. Purissimo esempio del cinema di Bong, autore che da sempre gioca con metafore estremamente dirette e toni completamente mischiati. Commedia, thriller e horror, non a caso tutti qui presenti, sono proprio i generi più viscerali e diretti. Abbandonato il fantasy e il distopico degli ultimi film, Bong si concentra sull’evoluzione dei personaggi, sui loro desideri e incubi, su particolarità e idiosincrasie. Non si schiera, non parteggia, li osserva e li muove, senza risultare però cinico. Un giro sulle montagne russe che fa vivere ogni gamma di emozione e reazione, persino le più estreme, dalla repulsione all’affetto. LEGGI LA RECENSIONE
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Insomma, scorrendo questo titoli direi che non ci possiamo lamentare del 2019 cinematografico. Ora col nuovo anno, con tante attesissime uscite, l’abbuffata fortunatamente continua.








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