Sembra letteralmente incredibile ma, giunti alla fine di un decennio, è il momento di tirare le somme dal punto di vista cinematografico degli anni appena passati. E, per un sito come questo innamorato del gioco delle classifiche, vuol dire tirare fuori i 100 migliori film degli anni 2010.
Indicare 100 film per un solo decennio è un’operazione a dir poco folle, considerando le migliaia di opere realizzate ogni anno in ormai ogni angolo del mondo, con ogni mezzo e con ogni budget. Anche per questo è una sfida ancora più divertente che non ha alcuna pretesa di essere definitiva o veritiera. Con questa classifica ho cercato, come sempre faccio, di includere il meglio del meglio, senza pregiudizi e rimanendo più imparziale possibile. I criteri primari sono soggettivi, ovviamente si parte sempre dal gusto personale, ma cercano di collegarsi alle recensioni critiche ottenute, all’importanza e all’influenza dei film raggiunta nel corso degli anni.
Dopo aver stilato la classifica del decennio 2000, e per il secolo scorso la classifica degli anni ’90, poi la classifica degli anni ’80, la classifica degli anni ’70, la classifica degli anni ’60, ovviamente quella degli anni ’50, quella degli anni ’40, infine quella degli anni ’30, come detto è arrivato il momento di volgere il nostro sguardo agli anni appena vissuti (incredibile a dirsi): iniziamo a scoprire i migliori film del decennio 2010!
100. LA DONNA CHE CANTA (di Denis Villeneuve, Canada 2010)
Alternato su due distinti piani temporali, legati indissolubilmente dalla tragedia, il film che ha lanciato Denis Villeneuve verso la carriera internazionale è uno straziante racconto personale che si intreccia ai problemi storici e sociali che viviamo nel mondo moderno. Sempre vicinissimo al melodramma, ma capace di non cadere mai in quella trappola poiché la realtà e l’impatto terrorizzante del racconto vanno oltre il semplice sentimentalismo, La donna che canta è un film che tiene incollati dal primo all’ultimo minuto trasformando lo stato di shock in voglia di essere sconvolti.
99. NO (di Pablo Larrain, Cile 2012)
Immaginiamo che per lo spettatore moderno, abituato o quasi assuefatto a tecnologie avanzate, 3D ovunque, motion capture, effetti speciali all’avanguardia, non debba essere semplice guardare un film girato volontariamente in bassa definizione, con una telecamera a mano degli anni ’80. Ma accettata la premessa, la soddisfazione della visione sarà ripagata. La tecnica di Larrain ci immerge nel mondo dell’epoca, nel Cile che cercava di emanciparsi da una dittatura, in una società spaccata, mostrandoci come il modo di realizzare una pubblicità possa essere il vero spartiacque tra vecchio e nuovo mondo.
98. FORZA MAGGIORE (di Ruben Ostlund, Svezia 2014)
Una valanga. Una fuga istintiva maschile, una protezione istintiva femminile. Le conseguenze. Il cinema di Ruben Ostlund è una galleria grottesca di assurda sociologia tesa a smascherare l’inutilità del mito maschile, e Forza Maggiore ha forse l’idea più forte per riuscirsi. Con le sue estenuanti lunghissime inquadrature, il film scava nei dubbi e nei timori di una coppia senza più falsi veli a coprirli. Ovviamente fa ridere, perché c’è un particolarissimo registro grottesco, ma è sempre quella risata che sembra quasi un riflesso di autodifesa dello spettatore: mai vorremmo trovarci nei panni dei personaggi ideati da Ostlund.
97. SCOTT PILGRIM vs THE WORLD (di Edgar Wright, USA 2010)

Il film di Edgar Wright non è solo un film basato su un fumetto, è un autentico fumetto che prende vita sul grande schermo. Riporta al cinema magicamente non solo il look visivo, ma addirittura il ritmo, il tono e l’energia, soprattutto costruisce in maniera fedelissima un universo legato ai videogiochi. Fantastiche scene di lotta, battute e momenti esilaranti a ripetizione, la strepitosa prova di Michael Cera: questo film si è meritato il suo status cult a pieni voti.
96. HEREDITARY (di Ari Aster, USA 2018)

Raramente un’opera prima mette così in chiaro la poetica di un nuovo regista sulla scena: Ari Aster con Hereditary potenzia l’horror d’autore del cinema indipendente americano con fortissimi richiami alla sensibilità europea, diminuisce il jump scare a favore dell’atmosfera, del disagio, dell’eleganza della messa in scena, del tema, e non ha paura di prendersi molto sul serio. Così tanto da usare strumentalmente l’horror per raccontare un dramma, un’elaborazione del lutto, e truccarla da racconto di streghe.
95. TANGERINE (di Sean Baker, USA 2015)
Molti vi diranno che questo piccolissimo film indipendente lascia il segno perché girato semplicemente con un iPhone S5, ma in realtà c’è molto di più di cui parlare. Essenzialmente una commedia, Baker affonda il coltello nella Los Angeles multietnica e più problematica, quella che tutti provano a nascondere ma che comunque c’è. Divertente e trascinante, Tangerine è anche molto toccante nei momenti silenziosi, intimi, quelli che ci ricordano le difficoltà quotidiane di una coppia di amici transgender (le due attrici protagoniste sono realmente transgender) nella nostra società.
94. LA FUGA DI MARTHA (di Sean Durkin, USA 2011)
Il cinema indipendente americano negli ultimi decenni ha avuto una crescita esponenziale, creando quasi un sottogenere quando indaga quell’America di provincia oscura e a tratti inquietante. Il debuttante Sean Durkin mostra la facilità con cui ragazzi normali possono essere affascinati e deviati da quelle comunità/famiglia che troppo spesso si trasformano in vere sette, e le difficoltà di rapportarsi al mondo reale, fatto di materialismo e ipocrisia, dopo aver vissuto un’esperienza a dir poco traumatica. Un’altra esordiente, la protagonista Elizabeth Olsen, regge sulle sue spalle con una prova sontuosa un film complesso e per certi versi da brividi.
93. MOMMY (di Xavier Dolan, Canada 2014)
Il quinto film di Xavier Dolan ha confermato il talento di uno dei prodigi, non solo per precocità, del cinema mondiale. Ancora una volta Dolan riesce a coniugare una forma assolutamente travolgente, dalle musiche giovanili, alle scene coreografate, alla scelta di girare in 4:3, ad una sostanza fin troppo emozionante, con dialoghi potenti, personaggi molto umani e una storia universale che entra dentro e ti rigira lo stomaco.
92. IL TOCCO DEL PECCATO (di Jia Zhangke, Cina 2013)
Quattro storie sulle Cina contemporanea unite da un solo comune denominatore: la violenza. Fin da inizio carriera Jia Zhangke è stato il cantore della Cina moderna ingabbiata tra tradizione e modernità, ma non aveva mai affrontato il problema così di petto. Uomini comuni, storie comuni, un mondo marcio che li circonda ed un solo modo estremo per chiarire le cose: solo attraverso la violenza, purtroppo, la Cina riesce ad assomigliare veramente al mondo occidentale.
91. LOGAN (di James Mangold, USA 2017)

Logan è senza mezze misure un capolavoro del suo genere, per il coraggio e quel senso di sconosciuta finalità con cui tratta la materia supereroistica. Trasformando l’immortale in mortale, James Mangold cerca di mettere la parola fine alla prima fase nella storia dei cinefumetti. Una visione che affronta l’eroismo completamente spogliato da epica o fuochi d’artificio, in cui l’essere eroi a tutti i costi è vissuto come una condanna, un continuo tormento. Il dolore che trasuda è comunque tratteggiato con delicata umanità, ritrovata nel volto di una bambina, nella speranza di un anziano, in una risata condivisa a tavola. Un film di mutanti che si concede il lusso di trasformarsi in una elegia sulla vita e sulla morte, il perfetto simbolo di quanto Logan abbia colto nel segno e quanto rimarrà importante nel suo genere.
90. GRAVITY (di Alfonso Cuaron, USA 2013)
.jpg?bwg=1547219111)
Nel 2013, quando pensiamo di aver visto ormai tutto, soprattutto al cinema, un film riesce ancora a stupire, riconsegnandoci quel senso di meraviglia fondamentale per il cinema. Gravity è un’opera magistrale, un lavoro di altissimo livello sotto ogni aspetto, regia, sceneggiatura, recitazione, effetti speciali, sonoro, musica, tecnica, costruzione della tensione, un film che ti prende, ti assorbe, ti fa entrare nello spazio, ti fa ammirare quanto vedi, e ti fa esclamare “wow” all’inizio, durante e alla fine del film. Non solo un film, ma una vera e propria esperienza sensoriale.
89. L’ILLUSIONISTA (di Sylvain Chomet, Francia 2010)
Jacque Tati non c’è più da anni, e riportare in vita lui e il suo cinema non è certo possibile. Alcuni elementi però possono aiutare: l’animazione, paradossalmente il genere che più si presta a quel linguaggio comico, e ovviamente una sceneggiatura rimasta incompiuta del grande maestro francese. Sylvain Chomet ha il merito e l’audacia di realizzare un film di Tati senza Tati e al tempo stesso con Tati, qualcosa di inimmaginabile. E ci riesce. Vince questa sfida col rispetto per il materiale di partenza, con l’amore per l’autore francese e con una delicatezza propria dei suoi film.
88. THE RAID (di Gareth Evans, Indonesia 2012)

Coreografato all’inverosimile, eppure mai artificiale o pretenzioso, The Raid è una scossa d’adrenalina che costruisce la narrazione attraverso i combattimenti e il rumore delle ossa spezzate. Tutto all’interno di un solo edificio, costruito con la conquista di più livelli come fosse un videogioco, è in realtà tremendamente realistico nello sviluppo dell’azione e dell’uso che fa dell’action mischiato ai film di combattimento per incollare lo spettatore alla visione. Ci voleva il cinema indonesiano per ribaltare il genere.
87. EL CLUB (di Pablo Larrain, Cile 2015)
Pablo Larrain ha da sempre mostrato e raccontato, con estrema cura ma anche con estrema consapevolezza e quel giusto filo di rabbia, i fantasmi sempre presenti nella storia recente del suo Cile. Immaginare una casa per pentiti di peccati e crimini è forse anche un escamotage morale per provare a intrappolare in un solo luogo, senza che escano nel resto del paese, gli incubi storici del Cile. Realizzare un film come El Club con un approccio che sembra thriller è il miglior modo per esprimere una forma di penitenza cinematografica dal profondo e percepibile dolore.
86. NOCTURAMA (di Bertrand Bonello, Francia 2016)

Se, tra qualche decennio, dovessimo guardarci indietro a cercare film simbolo di eventi storici, Nocturama sarebbe uno dei primi citati, e tra i più significativi. Senza mezze misure, è il film che più in assoluto rappresenta i tragici anni recenti in Francia. Senza perdersi in troppe spiegazioni superflue o costruzioni artificiali, il film di Bonello raffigura con stile raggelante e precisione antropologica il senso di confusione del mondo giovanile nella Francia odierna, quell’umana apatia che nasce apolitica e sfocia nel terrorismo. Dividendo il film nettamente in due parti, diversissime tra loro, Bonello mostra i protagonisti nella loro essenza: bambini soli, che non sanno comunicare, e odiano la civiltà consumista solo perché non posso possederla. Più horror dell’horror.
Qui si chiude la prima parte di questa lunghissima scalata per scoprire i migliori film del decennio appena trascorso. Tra pochi giorni vedremo le posizioni dal numero 85 al numero 71.












Scrivi una risposta a I 100 Migliori Film del Decennio 2010 (Terza Parte) | bastardiperlagloria Cancella risposta