
Film autobiografici, in cui il protagonista interpreta quasi sé stesso. Precisamente su un comico, quasi sconosciuto fuori dagli Stati Uniti, che esperienze al cinema le può contare sulle dita di una mano. Judd Apatow al timone, uno che soffre di megalomania galoppante. Insomma, gli ingredienti per il disastro ci sono tutti.
Quello che ne è uscito fuori, invece, è Il Re di Staten Island, uno dei film più riusciti, teneri, umani e toccanti di questo straniante 2020.
Dopotutto l’unione tra la sensibilità di Apatow e le radici di Davidson era così perfetta da essere a rischio esplosione. Da un lato, un autore che è diventato, nel corso degli anni, il cantore degli uomini che non sanno o si rifiutano di crescere; dall’altro, un comico che non è famoso per far ridere a crepapelle o per uno stile particolare, ma più che altro per essere un ragazzo enormemente sincero, che in tv dichiara e affronta i propri problemi e traumi personali in chiave ironica (depressione, morbo di Crohn, pensieri suicidi) e che racconta di vivere ancora nel sottoscala della casa della madre.
Il clic che ha permesso a Il Re di Staten Island di non essere solo l’ennesima commedia sboccata, o un qualcosa un pizzico retorico come i precedenti lavori più seri di Apatow, è stato l’innamoramento totale di quest’ultimo per la storia di Davidson. Lungo tutto il film (che dura molto per gli standard di una commedia, 2 ore e 15 minuti, perché il regista evidentemente è incapace di stare sotto le due ore) è palpabile il sentimento e la tenerezza che Apatow nutre per il suo protagonista, aiutata dalla totale volontà di Davidson di mettersi a nudo e raccontare senza filtri una versione solo vagamente fittizia di sé stesso.
Il film è essenzialmente una coming-of-age-story che però non cerca forzatamente il lieto fine o la crescita a tutti i costi. Così come non sono negati i lati più oscuro del trauma, non è nemmeno taciuta l’impossibilità dolorosamente reale di superarli: quello che in altri film sarebbe fastidio verso un personaggio che non cresce e non cambia, pure quando finalmente tutto sembra girare per il verso giusto, qui invece si trasforma nella dura realtà di dover accettare, fare i conti e convivere con i problemi personali. Il malessere esistenziale qui può essere contenuto grazie all’aiuto degli altri, grazie alla sconfitta della solitudine, ma non si riescono mai a cancellare del tutto le ferite interiori.
Anche per questa gigantesca e sincerissima verità di fondo che il film vuole trasmettere, lo stile scelto è naturalista e dispersivo, con un linguaggio comune e per nulla didattico. Pur avendo un collante centrale – la creazione di un nuovo nucleo familiare – la storia è spesso episodica, a farla da padrone sono vignette esilaranti e dialoghi isterici, che il montaggio volontariamente taglia al momento della punchline come per non dare il tempo allo spettatore di ridere, come dovessi subito immergersi nella scena successiva.
E poi, appunto, c’è l’inaspettata presenza scenica di Davidson, prototipo perfetto per un film di Apatow che però sembra, miracolosamente, estraneo a un film di Apatow. Davidson cerca più la strada della fragilità e della vulnerabilità, lasciando da parte la comicità esasperata per un contatto diretto col pubblico. Anche nei momenti in cui si comporta male, fa o dice cose sbagliate, non c’è una sola scena del film in cui Davidson non trasmetta empatia, non lo si capisca, non lo si voglia addirittura abbracciare e compatire, aiutarlo a richiudere le sue ferite ancora fin troppe aperte. È un vero adolescente permanente che si rifiuta di iniziare una vita reale, ma al tempo stesso è vittima di un mondo che non ti concede il lusso di avere traumi, che non ti permette di trovare il tempo per capire il proprio posto nella società, che ti lascia irrimediabilmente indietro se non hai subito una svolta al medesimo momento e ritmo dei più fortunati o talentuosi. Vederlo ripetere più volte nel corso del film “forse sono stupido” è una mazzata che mai diminuisce di potenza.
Tutti vorrebbero un posto sicuro in cui stare, qualcuno che ci capisca, qualcuno che ci accetti per come siamo. Pete Davidson è una persona reale e al tempo stesso un simbolo, Judd Apatow lo ha capito e gli ha cucito addosso non un film, ma un atto d’amore che pochi altri avrebbero azzeccato con tale affetto e intensità. Un atto d’amore, di questi tempi, è qualcosa di cui abbiamo davvero bisogno.

Scrivi una risposta a I 10 Migliori Film del 2020 | bastardiperlagloria Cancella risposta