Prima cosa, diamo subito merito a Spike Lee per aver realizzato un film col Vietnam nella storia senza aver messo una sola canzone dei Creedence Clearwater Revival, cantori ufficiosi di tutti i film sulla “american war”.

E allora, prima di partire con la recensione, sigla!

Probabilmente senza volerlo in origine, adesso con Da 5 Bloods, dopo BlackKklansman due anni fa e Chi-Raq cinque anni fa, Spike Lee ha realizzato una ideale trilogia sulla rabbia nell’America contemporanea.

La sostanza di Da 5 Bloods, purtroppo è doloroso realizzarlo, può valere sempre per ogni decennio di storia americana, perché i problemi sociali affrontati e mai risolti sono sempre gli stessi praticamente dalla nascita della nazione; però, e duole ancora di più dirlo, assume un’efficacia sconvolgente uscendo in questo preciso momento storico. Non capita per uno scherzo del destino, ma per il talento di Spike Lee, una voce e un ascoltatore ancora prima che un regista, nel captare lo zeitgeist della propria gente, come quando quel capolavoro di Fa la cosa giusta anticipo’ di appena un paio d’anni le proteste di Los Angeles del 1992.

Il cinema di Lee, seppur spesso di enorme intrattenimento, è sempre stato feroce, acuto, senza filtri, senza vergogna, arrabbiato. Non c’è, dopotutto, definizione più azzeccata per Da 5 Bloods, un film che urla, si infervora, si ribella, si esalta, si addolora, si scuote e vibra impazzito dall’inizio alla fine. Andando a ripescare il medesimo spunto di dieci anni fa con Miracolo a Sant’Anna – un film che aveva nel titolo la parola “miracolo” uscendo alla vigilia dell’era Obama, mentre ora nel pieno della presidenza Trump non può che esserci “sangue” nel titolo – Lee ancora una volta getta luce sui soldati afroamericani mandati a lottare guerre non loro per dei diritti che in casa propria non avevano.

La differenza ora, come detto, la fanno proprio i tempi: Da 5 Bloods non può che essere un grido disperato, un viaggio allucinato in cui l’inevitabilità della sconfitta è sempre dietro l’angolo, cinica e ciclica, pronta a ripresentarsi con cadenza perpetua. Nella mente degli americani il Vietnam rappresenta una stato di guerra permanente, la stessa guerra perenne che i neri combattono nelle proprie vite ogni giorno.

La disperazione di Lee, la frustrazione verso temi che deve ripetere e condizioni che non cambiano mai, fa indubbiamente strabordare il film a ogni occasione. Ma la pellicola si nutre di questo straniante e costante disequilibrio narrativo, e la visione non può che risultare ancora più affascinante e magnetica. Lee, come spesso fatto in carriera anche nei più recenti lavori televisivi, bombarda lo spettatore di immagini, citazioni, informazioni, senza la paura di risultare didascalico in qualche punto o la vergogna di esagerare in altri momenti.

Da 5 Bloods non è un film perfetto, certamente non è un film ordinato (come forse lo era addirittura troppo BlackKklansman), semplicemente perché non ha bisogno di esserlo. Scomoda come ispirazioni la frenesia epica di Il Tesoro della Sierra Madre e la maledizione umana di Il Cacciatore, e li frulla lasciando intatti solo i lati più spigolosi. È un film tumultuoso, energico, sempre in movimento, un film splendidamente vivo come pochissimo altro cinema contemporaneo può dire di essere, che esaspera tutto l’esasperabile e trasmette palpabilmente un desiderio di libertà e una voglia di vitalità impareggiabili. Un film che è estensione precisa del suo personaggio principale, un titanico Delroy Lindo, una figura invasata che si ciba dei propri difetti, dei propri fantasmi, dei propri errori. Da 5 Bloods è esattamente così, consapevolmente decide di schiantarsi a 100 all’ora perché è l’unico modo che conosce per lasciare un segno.

Spike Lee ha il coraggio di mettere in parallelo la sconfitta militare nel Vietnam, in cui i bianchi hanno abbandonato lì sepolto per sempre il sogno americano, alla sconfitta esistenziale che gli afroamericani vivono quotidianamente in casa propria. I traumi, gli incubi, l’eredità apocalittica del Vietnam, raccontati da tanto cinema e tanta letteratura, sono anche i traumi e gli incubi di chi è percepito come nemico in America pur se americano ma dalla pelle nera. E se i bianchi hanno l’opportunità di cancellare i propri fantasmi con sedute di terapia, i neri hanno la sola possibilità di combattere i propri diversissimi fantasmi con la rabbia e le urla in piazza.

Se ci sarà modo, prima o poi, di far sparire la collera dalle strade Da 5 Bloods non ce lo può dire, ma ci fa capire perché adesso è diventato il sentimento più comune.

fonte: CulturaMente

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2 risposte a “Da 5 Bloods – recensione”

  1. Avatar Sam Simon

    Bella recensione, grazie! Sono curioso di vederlo questo, Lee ultimamente sembra essere tornato in forma!

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  2. Avatar I 10 Migliori Film del 2020 | bastardiperlagloria

    […] Un film che urla, si infervora, si ribella, si esalta, si addolora, si scuote. Un film tumultuoso, energico, splendidamente vivo come pochissimo altro cinema contemporaneo sa essere, che esaspera tutto l’esasperabile e trasmette lancinante un desiderio di libertà e una voglia di vitalità impareggiabili.  La differenza la fanno i tempi: Da 5 Bloods non può che essere un grido, un viaggio allucinato in cui l’inevitabilità della sconfitta è sempre dietro l’angolo, cinica e ciclica, pronta a ripresentarsi con cadenza perpetua. Un racconto, che valeva ieri e vale ancora più di oggi, su due guerre, una lontano da casa e una tutta dentro casa, ancora combattute – nella mente e nella realtà- e quotidianamente sempre perse. Quel Vietnam che per gli americani rappresenta uno stato di onta permanente, e quella guerra razziale perenne che i neri combattono nelle proprie vite ogni giorno. Solo uno spregiudicato come Spike Lee poteva paragonarle, fonderle e presentarle così schizofrenicamente. LEGGI LA RECENSIONE […]

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