
Avete presente quando, tanto tempo fa, c’erano quelle belle commedie che facevano ridere e al tempo stesso riflettere? Quando riuscivano a prendere qualcosa di abusato e tirarne fuori qualcosa di non solo divertente, ma anche nuovamente originale? Quando bastavano due attori per farti pagare il prezzo del biglietto?
Ecco, tutte queste sensazioni sono tornate vedendo Palm Springs.
Una commedia esistenziale, si potrebbe tranquillamente definire. E il bello è che nessuno pensa sia esattamente quella cosa lì anche a film in corso. La bravura di realizzare una rom-com dentro un concept movie, e usare i generi, oltre le risate, per celare la sua essenza metaforica (comunque evidente) è forse il miglior tocco di originalità del film.
E di scelte originali Palm Springs ne ha in abbondanza. Prima cosa, prendere l’idea del time loop, che definire ormai inflazionato fin da Ricomincio da capo è dire poco, e rivoltarla come un calzino. Non solo più persone consapevolmente incastrate nella ripetizione infinita del medesimo giorno, ma addirittura iniziare fin da subito all’interno del loop, senza indugi e scene noiose. E questo concept narrativo non è usato solo con fini comici, o solo come escamotage per smottare presto in territorio rom-com, o come ennesimo messaggio retorico sul miglioramento. No, il concept del loop temporale è accessorio ad altro, e la sua banale strumentalità non lo rende comunque inutile.
Quello che Palm Springs vuole mostrarci è la ripetitività, spesso stanca e noiosa, o magari semplicemente spesso sottovalutata, della vita di coppia, dei rischi di vivere affidandosi alla routine, dei problemi che nascono quando il sentimento diventa meccanico. E quando quel sentimento ancora non è sviluppato, della semplice ma travolgente paura di affrontarlo e lasciarsi andare.
Abbandonare la formula stantia, e concepire il time loop con due persone all’interno, vuol dire porsi la domanda “oddio, e se dovessi passare il resto della mia vita con questa persona?” e capire che è praticamente il matrimonio.
Alert metaforone attivato.
Quante volte, immaginando o vivendo una relazione, è capitato di dire e pensare “e ora devo stare sempre con lui/lei, fare sempre le stesse cose, vivere fino alla fine così?”. Il terrore della monogamia dietro l’angolo. Questa paura, del tutto comune e razionale, è ciò che Palm Springs mostra e affronta. Con toni leggeri, e con un’idea originale e audace alla base come confezione, prende di petto i timori universalmente intimi della vita che diventa una copia sbiadita di ciò che si pensava fosse da giovani. Addirittura la consapevolezza di non essere soli, che in alcuni casi sarebbe fondamentale, in altri casi porta un altro bagaglio emotivo.
Certo, se cercate risposte rivoluzionare in Palm Springs sbagliate, è pur sempre un film con la targhetta “commedia romantica” e quindi suggerirà che sì, vale la pena abbandonarsi all’amore e alla fiducia di un’altra persona superando le paure. Era l’unica cosa scontata del film da attendersi, e non può essere un difetto. Importanti però sono le domande sollevate da Palm Springs, quesiti esistenziali, e puramente relazionali, posti con dolcezza e simpatia, semplicità ma accortezza, risate e malinconia.
Il vero time loop ormai è quello del cinema che difficilmente sa ricrearsi: Palm Springs è qui per smentire ciò.

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