Tante, troppe volte si dice “quel film italiano non è indimenticabile ma va sostenuto e difeso perché un film così in Italia non lo fa nessuno, quel genere X non lo affronta nessuno”. E poi puntualmente la differenza rispetto al resto dei soliti drammi e solite commedie è solo il genere, mentre il tono e lo schema sono esattamente quelli di un classico film italiano.
I Predatori invece no, fortunatamente. Un film alieno, lunare, che esce da una quarta dimensione e non sembra affatto un classico film italiano, soprattutto quelli a cui siamo recentemente abituati. Per regia, scrittura, comparto tecnico, recitazione, idea, sviluppo, tema, voglia di osare, voglia di rischiare, voglia di fregarsene, voglia anche di andare a sbattere.
Il grottesco in Italia non la fa quasi nessuno per scelta stilistica e obbligo produttivo. Forse è il genere più difficilmente inquadrabile, forse il più difficilmente spiegabile. E infatti spiegare I Predatori, oltre alle ovvietà della trama, non è facile. Perché poi in realtà anche le cose che appaiono ovvie della trama – contrasto interno e esterno tra due famiglie di differente estrazione sociale ma con stesse problematiche, infelicità, idiosincrasie, ipocrisie – sono tutto meno che semplici, ovvie, banali. Nulla c’è di scontato, nulla c’è di prevedibile in un film fieramente anarchico come I Predatori.
Un film che più acido non si può, graffiante non si può (senza essere forzatamente controverso o specchiarsi in una ostinata ricerca dell’intelligenza), rimanendo coi piedi a terra per affrontare le cose quotidiane. L’umano, ad esempio. Come ci suggerisce il titolo, non ci sono prede, ma ogni personaggio è la simbiosi dei difetti degli altri. Senza banalizzare il mucchio, perché pure se sono tutti cattivi a modo loro, nessun comportamento è appiattito o normalizzato, ma sempre evidenziato con estro e ironia. Senza finire nella macchietta, perché i sentimenti vengono prima delle caratteristiche.
Prendiamo per esempio la famiglia Vismara: borgatari (termine romano per indicare abitanti di periferia poco colti), apparentemente ignoranti e superficiali, soprattutto palesemente fascisti. Non destrorsi, ma simpatizzanti, ma proprio fascisti. Ecco, in qualsiasi altro film questo sarebbe stato un elemento chiave, che avrebbe guidato la storia dei personaggi e forse dell’intero sviluppo del film, alla ricerca di un qualche messaggio. Per un film senza gabbie come I Predatori, invece, l’essere fascisti è una caratterizzazione e basta, fondamentale ma tenuta implicita per lo spettatore, senza che essa prenda il sopravvento. I Vismara non fanno mai cose fasciste, non parlano mai di fascismo o insegnano il fascismo, si comportano e provano sentimenti normali come tutti gli altri personaggi.
Le categorie un film come I Predatori le rifiuta (tanto è vero che, quando un personaggio scrive due categorie su due confezioni di cibo per distinguerle, passa pure per imbecille), semmai le frulla e le rielabora sotto una lente ancora più corrosiva di quanto era in partenza. E questo è tutto merito di Pietro Castellitto, finalmente diciamolo questo nome e cognome.
Il suo merito non è quello di aver fatto un film a nemmeno trenta anni, no. E neanche essere riuscito a farlo buono, no. Il merito è aver osato, aver rischiato, aver giocato con piena consapevolezza, voglia, passione, e anche rabbia. Quella esistenziale e tutta giovanile rabbia che è intrinseca nello spirito dei giovani quando vogliono ribellarsi (soprattutto se si ha un cognome simile) e hanno paura di finire subito inquadrati, messi in una categoria per il resto della carriera. I Predatori è un atto di ribellione, un grido per farsi vedere per chi si è veramente senza cognomi, un flusso surreale che nasce con l’intento di lasciare un segno in maniera personale e singolare, senza facili targhette. Con l’intelligenza di chiamare un cast composto solo da caratteristi, senza attori primedonne, tutti perfettamente al servizio della storia e del tono, liberi di essere semplicemente bravi, liberi di divertirsi. Con l’acume di prendere un registro difficilissimo, il già citato grottesco, per appiccicarlo ad una trama ad incastri da commedia all’italiana e ribaltare il tutto grazie alla realtà sociale quotidiana.
Perché nel mondo di oggi, quando pensiamo che tutto vada male, e siamo prede di un destino nefasto, in realtà siamo tutti predatori. Tutti abbiamo smesso di dialogare, di parlare con i propri sentimenti, di affrontare i problemi, e siamo diventati la società di chi urla più forte, come mostra il film in una già iconica cena di famiglia. Tutti vorremmo trasmettere un marasma personale, e Castellitto lo ha fatto, senza ordine o angoli retti ma liberando quel marasma esattamente come è. E se quel caos si tramuta in uno stile cinematografico vivo e assurdo usato in una storia senza freni con una voglia esasperata di libertà, ben venga.
Viva I Predatori, viva.


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