Non fatevi ingannare dalla trappola degli omaggi. Va bene il bianco e nero, vanno bene le figure storiche e l’ambientazione negli studios cinematografici degli anni ’30, va bene quel fantastico sonoro come se fosse davvero un film del periodo, vanno bene tutte le citazioni strutturali e visive a Quarto Potere.
Ma si badi bene, Mank non è un vero omaggio. Un omaggio, un tributo era lo scorso anno C’era una volta a Hollywood, non a caso chiunque ha abusato la frase “lettere d’amore al cinema” per descriverlo. Questo invece, adesso, non è una lettera d’amore, non è un omaggio, non è un tributo, non è un ricordo.
Mank è un grande “vaffanculo” a tutto il mondo del cinema, non solo del passato, ma anche del presente. Una lettera di ribellione così acida e profonda che poteva provenire solo da un autore sprezzante, egomaniaco, sicuro di sé e, perché no, anche un po’ cinico come David Fincher.
Si va a riprendere la storia della paternità di uno dei più grandi film di sempre, Quarto Potere, per approfondire il ruolo del cinema quale schiacciasassi nella vita di chi decide di dedicare la propria esistenza alla settima arte. Mank non è un film sulla lavorazione di Quarto Potere, ma un film sui motivi che hanno spinto Herman J. Mankiewicz a scrivere Quarto Potere. E quei motivi sono universali, umani e vissuti da chiunque abbia lavorato o provato a lavorare nel cinema, che siano gli anni ’30 o che sia l’oggi (e il discorso, in realtà, si può ampliare a qualsiasi lavoro artistico e creativo).
Mank, allora, diventa un film sull’identità personale e sulla dignità, sul decidere che cosa fare della propria vita e dei compromessi che bisogna accettare per tirare avanti, sui bocconi amari da digerire sempre attenti alle dosi, senza portare all’indigestione che vuol dire autodistruzione. Fincher lo capisce perché ha vissuto una carriera a litigare con tutti gli studios con cui ha collaborato, a mitigare la propria visione sempre ardita, a lasciare progetti e tagliare scene. Non che se la passi male, probabilmente ora è nella casa di Beverly Hills con l’assegno di Netflix sul tavolo, ma non sappiamo quale sia il suo tumulto interiore, se il benessere esterno sia la stessa prigione d’orata a cui si era condannato, appunto, il Kane di Quarto Potere. Tale tensione tra ricchezza e insoddisfazione è alla base dell’approccio emotivo di Mank: un film che indubbiamente non risulta caloroso, non si abbandona alle emozioni (ma si potrebbe obiettare quale lavoro di Fincher, che spesso mostra anti-eroi o psicopatici, sia davvero emotivo) proprio perché è costruito sull’assenza di emozioni, sul sacrificio del calore del calore umano, sulla fredda frustrazione e sul cinico compromesso.
Il fittizio Mankiewicz, protagonista del film, quel calore lo cerca costantemente tra l’affetto di una moglie e la quantità dei colleghi, tra l’amicizia con un montatore disperato e l’innocenza ambita di un’attrice eterea, tra l’altruismo verso la sua cameriera immigrata e le concessioni artistiche a un giovane rampante regista. Proprio quell’irriducibile generosità, quell’irrefrenabile desiderio di essere riconosciuto lo porta a sacrificarsi e annullarsi: uno scrittore affermato nella costa est che per guadagnarsi da vivere va nella costa ovest e finisce per essere giullare di potenti, mano invisibile di arrivisti, pedina di squallidi politicanti. Il talento creativo è risucchiato via da un’industria spietata che non ha tempo per l’arte, deve intrattenere e mantenere lo status quo: è vero con Mayer e Hearst negli anni ’30, è vero con oggi con tanti studios contemporanei. E se Quarto Potere anticipava l’incapacità dei potenti di accettare la sconfitta, Mank visualizza la creazione delle fake news e il crudele modo con cui i mezzi di comunicazione possono usarle.
E finisce per essere un po’ paradossale che un film come questo, che mostra appunto la nascita delle fake news, nasca proprio su una fake news (il famoso libro di Pauline Kael che dà solo a Mankiewicz la scrittura di Quarto Potere, smentito e screditato poi da tutti) e la sposi completamente. O che finisca per essere vittima dello stesso problema di attribuzione dei crediti di scrittura (la firma è solo di Jack Fincher, ma si sa che ci hanno rimesso mano sia David stesso che Eric Roth). Ma tali incongruenze, forse, danno ancora più vigore, più fascino, più umanità a un film che quell’umanità la cerca ardentemente tra i cocci del sacrificio. Identità e dignità, come detto prima, ricordarsi chi si è e di cosa si è capaci dopo tanti anni passati a tenere la testa bassa: chiedere semplicemente il credit a una sceneggiatura è, allora, l’atto più sincero e empatizzante che ci possa essere.
Solo dopo aver compreso tutto ciò possiamo parlare banalmente di sonoro e fotografia, della prova magnetica di Gary Oldman o della sagacia strutturale del copione, della brillantezza dei dialoghi o della regia per la prima volta sommessa di Fincher, quasi riverente nel mettersi da parte e rispettare la scrittura del padre. Ne possiamo parlare, ricordandoci che è Mank è altro, ovvero la domanda universale su chi siamo, cosa vogliamo fare, cosa siamo disposti a sacrificare e cosa vogliamo lasciare da ricordare di noi stessi.
La storia, soprattutto nei suoi punti più bassi, è ciclica e si ripete: sta a noi non rimanerne sempre vittime.


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