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Tantissime storie raccontate attraverso il sottogenere del “film a camera chiusa” – che sia per scelta stilistica, o che sia per motivi derivativi di un adattamento teatrale, come è appunto il caso di Ma Rainey’s Black Bottom – affrontano un tema di riferimento ben preciso, sempre lo stesso declinato sotto diverse forme: il potere. Più precisamente, l’equilibrio del potere tra persone, come la dinamica del controllo si eserciti e muti all’interno di un gruppo chiuso, in uno spazio chiuso.
Un tema centrale che diventa ancora più esasperato, più potente, più dilaniante quando affronta la contemporaneità, ovvero la dinamica del potere mischiata al tema della razza.
Con vigore, energia, rabbia e uno straordinario senso di urgenza, oltre al giusto spirito di celebrazione dell’arte nera, Ma Rainey’s Black Bottom prende di petto tali dinamiche e le analizza senza fare prigionieri. Abbraccia pienamente la sua natura di fedelissimo adattamento teatrale, a cominciare da testo e spazi, perché laddove questo per molti film sarebbe un freno, qui invece diventa un motore fondamentale: è proprio la claustrofobia a diventare energia, perché i protagonisti non sono persone comuni con comuni problemi, ma afroamericani nell’America di fine anni ’20.
L’illusione del controllo e del potere, che i neri dell’epoca non avevano, è qui analizzata in ogni forma possa presentarsi: religione, sessualità, tensioni razziali, creazione artistica, possesso materiale. Quel continuo gioco di ribaltamento dei ruoli, tipico delle storie a camera chiusa, è qui riletto attraverso la lente del razzismo in America, della consapevolezza che gli afroamericani prendono il controllo solo quando i bianchi glielo lasciano per il loro beneficio, e quei momenti vanno goduti totalmente e spremuti appieno.
La rabbiosa malinconia di Ma Rainey’s Black Bottom, nonostante la sua impostazione strutturale poco cinematografica, non diventa mai statica, non si perde mai nei suoi monologhi, perché la forza esplosiva delle interpretazioni, e il senso del ritmo con cui il film le confeziona, dà quel tocco che solo il cinema può generare. Viola Davis è come sempre magnetica, ipercarismatica, sontuosa e pericolosa, una potenza magmatica che riesce a essere imponente persino quando non è in scena. Chadwick Boseman, in quella che è tristemente la sua ultima prova, regala paradossalmente ora che è troppo tardi quella che forse è la sua miglior performance in carriera, capace di lavorare su un personaggio vivo e disperato con ogni muscolo del proprio corpo.
Un film che racchiude l’anima del blues, quell’instancabile forza che trascina ogni ascoltatore, e con un tocco apparentemente classico in realtà scoperchia esacerbanti ineguaglianza e problematiche, come nella scena finale che, priva di sottolineature, racconta un terremoto di appropriazione culturale che non può rimanere sotto silenzio.

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