Al settimo film da regista, e non sono affatto pochi, si fa ancora fatica chiamare George Clooney regista.

Non perché siamo più abituati a vederlo davanti alla macchina da presa che non dietro, anche se le sue apparizioni sono andate sempre più diminuendo negli ultimi anni. Ma perché Clooney quel feeling con la regia ancora non lo trova, e The Midnight Sky è l’ennesima dimostrazione.

Un peccato, perché Clooney naturalmente può permettersi sempre grandi idee, grandi cast, grandi budget, grandi mezzi (e pensare che il suo miglior film è l’unico low budget indipendente che fa eccezione a tale elenco, ovvero Good Night and Good Luck, dovrebbe far riflettere) che finisce spesso per sprecare con disarmante facilità.

Prendiamo appunto il caso attuale di The Midnight Sky, film di e per Netflix che racconta la solitudine di un uomo in una base polare, poco dopo un evento disastroso sulla Terra, che deve avvertire una missione spaziale di quanto successo (trama molto ridotta all’osso). Materiale indubbiamente interessante che Clooney affronta con con piena conoscenza dei mezzi e delle proprie intenzioni. Infatti la sua storyline è indubbiamente la più riuscita, uno spaccato di solitudine umana e rimpianti con cui è difficile non empatizzare, grazie anche ad una ottima prova dell’attore, capace qui di abbinare a quegli occhi e allo sguardo stralunato, tipico dell’over acting usato nei film dei Coen, una profondità e fragilità davvero intensa.

Peccato che poi ci sia un’altra storyline, quella riguardante l’equipaggio nello spazio, e poi dei banali flashback, e che la parte di Clooney, esaurita più o meno intorno all’ora, abbia davanti ancora metà film.

Insomma, quello che poteva essere un buon survival movie, seppur non originale quantomeno profondo, sconfina in caratterizzazioni di personaggi poco riuscite, storie poco interessanti, un tono da melodramma a volte fastidioso e in qualche momento leggero fuori tono, che invece di allievare la pesantezza della visione finisce per stranire ancora di più lo spettatore.

Non ce la si fa nemmeno a essere arrabbiati, solo delusi, perché è chiaro che Clooney ha delle idee chiare e precise, anche molto profonde, che mal si sposano con una narrazione cinematografica compiuta e sfaccettata, e la sua sincerità si perde spesso nella poca chiarezza dei toni da usare. Ci si può arrabbiare, semmai, quando invece diventa percepibile il fatto che sia lo stesso Clooney ad accontentarsi di questo, perché la sua carriera ormai quella è e un vero salto di qualità non è nemmeno necessario.

Questione di prospettive, come sempre.

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Una replica a “The Midnight Sky – recensione”

  1. Avatar Il trailer di The Tender Bar | bastardiperlagloria

    […] da quando ha esordito nel 2002, senza mai variare da questa distanza. Ora invece, dopo aver diretto un film lo scorso anno, per la prima volta dirige un film immediatamente dopo (chissà se sono i complici i soldi dei […]

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