Inutile ripeterlo adesso, sappiamo benissimo che razza di anno sia stato il 2020, e che anno sia stato per il mondo del cinema. In un modo o nell’altro, però, i film sono arrivati (meno di quanto ci aspettassimo e volessimo, ma tant’è) e noi siamo riusciti a vederli, che sia grazie alla penalizzatissima sala o al crescente streaming.
Pertanto, è una classifica quasi a sorpresa, ma appunto a maggior ragione ancora più interessante perché intercetta titoli che forse, in altri tempi, sarebbero stati sottovalutati. E allora finalmente posso e possiamo dirlo: ecco a voi i migliori film dell’anno appena passato, una classifica personale ma che cerca di essere il più pragmatica possibile.
TOP TEN 2010
TOP TEN 2011
TOP TEN 2012
TOP TEN 2013
TOP TEN 2014
TOP TEN 2015
TOP TEN 2016
TOP TEN 2017
TOP TEN 2018
TOP TEN 2019
MENZIONI SPECIALI (in ordine casuale)
IL PROCESSO AI CHICAGO 7 (di Aaron Sorkin, USA)
Bravi attori, check. Ottima e interessante storia vera, check. Competenza nella realizzazione, check. Insomma, difficilmente si può chiedere di più ad un film storico che appartiene al genere “courtroom drama”. E difficilmente un film simile riesce a essere così tanto d’intrattenimento: ci voleva il talento di Aaron Sorkin nel creare personaggi memorabili e dialoghi brillanti, col ritmo forsennato che lui sa sempre dare e quella passione per la politica che lui sa sempre come declinare per catturare lo spettatore.
WOLFWALKERS – IL POPOLO DEI LUPI (di Tomm Moore, Ross Stewart, Irlanda)
Questo bellissimo film d’animazione irlandese, che prosegue la scia dei precedenti lavori di Tomm Moore, un nome ancora poco conosciuto ma molto meritevole, è la perfetta unione tra una storia da classico Disney e la sensibilità ambientalista e favolistica tipica delle opere di Hayao Miyazaki. Amicizia, famiglia, ambientalismo, accettazione, tutto narrato con una forte componente emozionale per tutta la famiglia che si affida allo splendore del caro disegno animato. Se recentemente vediamo tanto cinema d’animazione sempre più orientato a catturare l’attenzione dei più cresciuti, è bello riscoprire come l’animazione possa, semplicemente, parlare ai più piccoli e far tornare bambini.
MAI RARAMENTE A VOLTE SEMPRE (di Eliza Hittman, USA)
Ve lo ricordate il film Juno? Credo di sì. Ecco, ora pensate a quel film ma fatto adesso, figlio dei nostri tempi, quindi costretto a lasciare da parte leggerezza e speranza per affrontare la realtà dura e cinica in cui viviamo. Anzi, in cui vivono tante ragazze la cui gravidanza non è figlia dell’amore e non ha molte possibilità. Un film realista nella sua voglia di libertà e bruciante in quei silenzi, in quei momenti quieti che scavano e catturano la solitudine umana, oltre che quel senso di oppressione tipicamente giovanile.
TESLA (di Michael Almereyda, USA)
Dio benedica chi affronta un biopic e pensa “ma devo per forza fare l’ennesimo film biografico convenzionale?”. Dopotutto il vero Nikola Tesla, di convenzionale, non aveva nulla, ed è allora giustissimo che proprio a lui sia dedicato un film così bizzarro, ricco di anacronismi e escamotage narrativi, inventivo e sorprendentemente postmoderno. Non è la prima volta che il regista Michael Almereyda si diverte con la forma cinematografica, ma con un soggetto simile e col carisma di Ethan Hawke ha trovato davvero gli strumenti ideali per la sua giocosa visione.
POSSESSOR (di Brandon Cronenberg, Canada)
Beh, quel cognome non si eredita certo per caso, e soprattutto bisogna valorizzarlo oltre che meritarselo. E come film Possessor solo un Cronenberg poteva immaginarlo, un body horror tecnologico che, partendo da un brillante spunto di trama, attraversa le sensibilità cyberpunk, senza dimenticare una buona dose di efferata violenza, per coniugare la psicologia dell’identità mentale al dilemma dell’identità corporale.
UNDINE (di Christian Petzold, Germania)
Al cinema, c’è da ammettere che ancora nulla batte le storie d’amore. Soprattutto quando sono così travolgenti, quando un autore tedesco dal nome Christian Petzold è diventato ormai garanzia di struggenti e empatiche storie sentimentali raccontate con minimalismo e totale compostezza della forma. Rielaborando un mito folkloristico tedesco, Undine trasforma i sentimenti in ossessioni, l’inaspettato in fatalismo cosmico, e si abbandona alla forza trascinante dell’amore che non conosce confini, corpi, dimensioni e elementi fisici.
TORNARE A VINCERE (di Gavin O’Connor, USA)
Tornare a vincere è un film che si vorrebbe fisicamente abbracciare. Una perfetta storia di crollo e redenzione personale abbinata alla storia di rivincita individuale e riscatto sociale attraverso lo sport, e non c’è linguaggio più universale di questo. Non c’è un clima di epica euforia, non c’è un forzato traguardo vittorioso da raggiungere guidato da un crescendo narrativo. No, stavolta il collante è quella malinconia che unisce indistintamente tutti. Un film sportivo raro, nel quale lo spettatore, portato immediatamente a tifare per quella squadra di ragazzi perdenti, non ha mai la sensazione che la vittoria possa arrivare e da sola spazzare via tutti i problemi, come in tanti altri film sportivi accade. Non è quello il punto di questo film.
LEGGI LA RECENSIONE
SOUND OF METAL (di Darius Marder, USA)
La violenza dei suoni e l’incedere del silenzio. I colpi brutali che infierisce Sound of Metal arrivano sempre con un delicato ma durissimo realismo che fa spavento. Un film quasi sperimentale, un racconto sull’accettazione dei momenti peggiori che sfuggono al nostro controllo e possiamo solo imparare a capire, non combattere. Il corpo di Riz Ahmed è la tavolozza per un profondo e commovente scavo psicologico, strumento per convogliare le emozioni mentre il film abbatte le barriere delle convenzioni narrative. Una storia di toccante dignità che non lascia indifferenti.
I PREDATORI (di Pietro Castellitto, Italia)
Un film alieno, lunare, che esce da una quarta dimensione e non sembra un classico film italiano, soprattutto quelli recenti. Per regia, scrittura, comparto tecnico, recitazione, idea, sviluppo, tema, voglia di osare, di rischiare, di fregarsene, anche di andare a sbattere. Un film che più acido non si può, ma che rimane coi piedi a terra per affrontare il quotidiano. L’umano, ad esempio. Come ci suggerisce il titolo, non ci sono prede, ma ogni personaggio è la simbiosi dei difetti degli altri. Senza banalizzare il mucchio perché, pure se sono tutti cattivi a modo loro, nessun comportamento è appiattito o normalizzato, ma sempre evidenziato con estro e ironia.
LEGGI LA RECENSIONE
MA RAINEY’S BLACK BOTTOM (di George C. Wolfe, USA)
Con vigore, rabbia e uno straordinario senso di urgenza, oltre al doveroso spirito di celebrazione dell’arte nera, Ma Rainey’s Black Bottom abbraccia pienamente la sua natura di adattamento teatrale e trasforma la claustrofobia in energia, grazie a due interpretazioni vulcaniche (paradossale che la migliore in carriera di Chadwick Boseman sia proprio, tristemente, la sua ultima) e alla feroce consapevolezza di cosa voler comunicare. Religione, sessualità, tensioni razziali, creazione artistica, possesso materiale, appropriazione culturale, ribaltamento del potere e illusione di quest’ultimo: tutto è sul tavolo e tutto è affrontato con rabbiosa malinconia e puro bisogno vitale.
LEGGI LA RECENSIONE
E adesso, è il momento dell’attesa…..TOP TEN!
10. MANK (di David Fincher, USA)

Mank non è un film sulla lavorazione di Quarto Potere, ma un film sui motivi che hanno spinto Herman J. Mankiewicz a scrivere Quarto Potere. E quei motivi sono universali, umani e vissuti da chiunque abbia lavorato o provato a lavorare nel cinema, che siano gli anni ’30 o che sia l’oggi (e il discorso, in realtà, si può ampliare a qualsiasi lavoro artistico e creativo). Mank, allora, diventa un film sull’identità personale e sulla dignità, sul decidere cosa fare della propria vita e dei compromessi che bisogna accettare per tirare avanti, sui bocconi amari da digerire, sempre attenti alle dosi, senza portare all’indigestione che vuol dire autodistruzione.
LEGGI LA RECENSIONE
9. THE CLIMB (di Michael Angelo Covino, USA)

All’improvviso esce fuori la perfetta unione tra l’indy americano e la sensibilità europea della dark comedy alla Ruben Ostlund. The Climb è la storia di un’amicizia tossica, tipicamente maschile, nel corso di vari anni, raccontata con una pungente e graffiante verve comica filtrata da una sottaciuta malinconia. I lunghi piani sequenza che compongono le scene costringono lo spettatore a vivere il disagio di momenti e personaggi, lasciando che la risata, la tristezza e soprattutto la rassegnazione abbiano il sopravvento. La parola inglese “cringeworthy” non ha una perfetta traduzione italiana, ma l’effetto di The Climb è quello, un qualcosa che ci respinge ma da cui non riusciamo a distogliere gli occhi: forse perché l’imbarazzo comico e malinconico di essere completamente inadatti alla vita adulta ci lega come poche altre cose riescono a fare.
8. PALM SPRINGS (di Max Barbakow, USA)
![]()
Quello che Palm Springs vuole mostrarci è la ripetitività, spesso stanca e noiosa, o magari semplicemente spesso sottovalutata, della vita di coppia, dei rischi di vivere affidandosi alla routine, dei problemi che nascono quando il sentimento diventa meccanico. E quando quel sentimento ancora non è sviluppato, della semplice ma travolgente paura di affrontarlo e lasciarsi andare. Abbandonare la formula stantia, e concepire il time loop con due persone all’interno, vuol dire porsi la domanda “oddio, e se dovessi passare il resto della mia vita con questa persona?” e capire che è praticamente il matrimonio.
LEGGI LA RECENSIONE
7. BORAT SEGUITO DI FILM CINEMA (di Jason Woliner, USA)

Borat seguito di film cinema è un film politico fatto e finito. Se nel 2006 mostrare il razzismo insito nella società americana fu una sorpresa, ora che nel 2020 quel razzismo non è più nascosto, ma anzi è uno slogan di molti politici e motivo di vanto, e il pubblico si è quasi tristemente abituato, allora i colpi devono essere più diretti invece che sottili, e la comicità deve diventare più comprensibile invece che assurda. La scelta di rendere il suo messaggio politico lo espone ovviamente a dei limiti – il fatto di parlare solo a una parte di pubblico, quella peraltro già convinta delle idee del film prima di vederlo, e lenire la satira puntando più sull’indignazione che sulla risata – ma Sacha Baron Cohen affronta ogni passaggio con piena consapevolezza e grande divertimento.
LEGGI LA RECENSIONE
6. NOMADLAND (di Chloe Zhao, USA)

La prima cosa che colpisce di Nomadland, è quanto sarebbe potuto essere melodrammatico, ruffiano, poeticamente fine a se stesso, e invece riesce sempre a non esserlo. Anzi, riesce addirittura, in alcuni momenti, a essere leggero, perché sa catturare quegli spaccati dell’esistenza che più ricordano quanto sia bello, nonostante tutto, nonostante ogni insormontabile difficoltà, nonostante ogni incontenibile dolore, e quanto sia importante il dono della vita. E vivere è certamente difficile, spesso drammatico, come ci mostra la regista Chloe Zhao in un’opera che, col suo dolce neorealismo, può essere definita quintessenzialmente americana: è proprio l’America di oggi quella che genera gli incubi, ma la sua gente vuole ancora, in ogni modo, spesso con fondamentale e umana semplicità, guardare al domani.
5. PROMISING YOUNG WOMAN (di Emerald Fennell, USA)
![]()
Quando si dice lasciare un segno, lasciare un impatto, Promising Young Woman è il film ideale. Non solo perché cattura perfettamente lo zeitgeist polemico degli ultimi anni, ma per come lo comprende e rielabora: una avvincente, stilizzata, fulminante revenge story che, attraverso l’intrattenimento del puro cinema, coltiva una rabbia e un impotente senso di colpa semplicemente sconquassanti. Un film che ha il coraggio di disegnare una protagonista depredata di ogni speranza, e per questo la piega sorprendente della storia raggiunge dritto il cuore e lo stomaco con forza dirompente. Manifesto della condizionato femminile, spogliato di ogni retorica e declinato solo alla durezza della realtà, Promising Young Woman è pulp sporcato di sentimento e dolore.
4. SOUL (di Pete Docter, USA)
Soul non è un grande film solo perché ha il coraggio di essere un film adulto mascherato da altro. No, semplicemente Soul è un grande film perché la sua voglia di parlare in maniera squisitamente adulta, mascherata da altro, è figlia di una consapevolezza di mezzi espressivi e di una tenacia emotiva saldamente ottimista da far breccia nel più cinico degli spettatori. Soul infine, prima ancora che un grande film, è un traguardo di tutto il cinema che parte dai personaggi di Frank Capra e arriva al mito Pixar nel saper raccontare con enorme umanità la univoca universalità del destino, dando i mezzi per affrontare col sorriso e con energia quanto abbiamo davanti a noi.
LEGGI LA RECENSIONE
3. STO PENSANDO DI FINIRLA QUI (di Charlie Kaufman, USA)

Che i film di Charlie Kaufman siano imperscrutabili, anche quando sono più perscrutabili di quanto non sembri, lo diamo oramai come assodato. Siamo affascinati anche per questo, dopotutto. Ma tra tutte le stranezze, e le cose difficili da capire persino con più visioni, una cosa è sempre chiara e vincente: l’umanità dolorosa che Kaufman mette nei suoi lavori, e che parte sempre dai suoi tormenti personali. Sto pensando di finirla qui può essere letto sotto diversi punti di vista, ma tutti sono riconducibili alla difficoltà tutta umana di vivere bene con se stessi; di creare una propria personalità all’interno di un mondo che ci bombarda di stimoli, riferimenti e opinioni ed è sempre meno originale; di costruire una propria voce, una propria sensibilità – che sia nell’arte per Kaufman, che sia nelle relazioni amorose per i protagonisti del film – che rimanga distintiva senza assomigliare ad altro, senza abbandonarsi alla co-dipendenza. Un film ostico che in realtà nasconde un grande grido d’aiuto che tutti, ogni giorno, vorremmo urlare.
2. IL RE DI STATEN ISLAND (di Judd Apatow, USA)

Il clic che ha permesso a Il Re di Staten Island di non essere solo l’ennesima commedia sboccata, o un qualcosa retorico come i precedenti lavori seri di Apatow, è stato l’innamoramento di quest’ultimo per la storia di Pete Davidson. Lungo tutto il film è palpabile la tenerezza che Apatow nutre per il suo protagonista, aiutata dalla totale volontà di Davidson di mettersi a nudo. Il film è un coming-of-age-story che non cerca forzatamente il lieto fine o la crescita a tutti i costi. Così come non sono negati i lati più oscuri, non è nemmeno taciuta l’impossibilità dolorosamente reale di superarli: quello che in altri film sarebbe fastidio verso un personaggio che non cresce, pure quando tutto sembra girare per il verso giusto, qui invece si trasforma nella dura realtà di dover accettare, fare i conti e convivere con i problemi personali.
LEGGI LA RECENSIONE
1. DA 5 BLOODS (di Spike Lee, USA)
Un film che urla, si infervora, si ribella, si esalta, si addolora, si scuote. Un film tumultuoso, energico, splendidamente vivo come pochissimo altro cinema contemporaneo sa essere, che esaspera tutto l’esasperabile e trasmette lancinante un desiderio di libertà e una voglia di vitalità impareggiabili. La differenza la fanno i tempi: Da 5 Bloods non può che essere un grido, un viaggio allucinato in cui l’inevitabilità della sconfitta è sempre dietro l’angolo, cinica e ciclica, pronta a ripresentarsi con cadenza perpetua. Un racconto, che valeva ieri e vale ancora più di oggi, su due guerre, una lontano da casa e una tutta dentro casa, ancora combattute – nella mente e nella realtà- e quotidianamente sempre perse. Quel Vietnam che per gli americani rappresenta uno stato di onta permanente, e quella guerra razziale perenne che i neri combattono nelle proprie vite ogni giorno. Solo uno spregiudicato come Spike Lee poteva paragonarle, fonderle e presentarle così schizofrenicamente.
LEGGI LA RECENSIONE
Nonostante tutti i problemi, i bei film non ci deludono mai. E ora speriamo che tutto possa tornare verso il lato giusto delle cose. Viva il cinema!





Lascia un commento