I 10 Migliori Film del 2021

Ecco a voi i migliori film dell’anno che sta per concludersi, un anno segnato ancora dalle difficoltà, dalle chiusura ma anche dalle ripartenze e dai grandi incassi inattesi. Un anno, nonostante tutto, ricco di tanti bei film proveniente da ogni parte del mondo e che, proprio per il momento storico, vanno ancor più celebrati per come riescono a trasportarci nella dimensione che noi cinefili amiamo.

Una classifica personale, innanzitutto, che cerca di essere il più pragmatica possibile e ricordare titoli da non perdere.

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MENZIONI SPECIALI (in ordine casuale)

 

BARB & STAR GO TO VISTA DEL MAR  (di Josh Greenbaum, USA)

Tante volte ci si è chiesti che fine avessero fatto quelle commedie degli anni ’80 tratte dall’umorismo surreale del National Lampoon o che sembrassero sketch estesi del Saturday Night Live. Ora, finalmente, Kristen Wiig e Annie Mumolo riportano in auge quello stile. Barb & Star è una commedia surreale senza essere parodistica, eccessiva senza essere straniante, sempre esilarante e sempre attenta a creare situazioni divertenti che siano in linea con lo spirito della vicenda e dei personaggi. Una storia d’amicizia soprattutto che ci fa esclamare un solo mantra: vogliamo ancora Barb e Star da qualche altra parte.

 

 

BOILING POINT (di Philip Barantini, Gran Bretagna)

In tv, da qualche anno, ovunque imperversano programmi di cucina: tutti cucinano, che siano chef o persone comuni, e lo fanno sempre sembrare semplice oppure molto invitante. Ma vi siete mai immaginati quanto possa essere infernale il lavoro della cucina di un ristorante durante una serata piena di clienti? I ritmi, le ordinazioni, lo stress, tutto mischiato a dover sempre garantire alta qualità tenendo a freno i problemi personali di ognuno. Boiling Point è un chamber drama raccontato tutto in tempo reale, tutto in un unico piano sequenza, che snerva e opprime e genera una tensione indicibile sul godersi una semplice serata al ristorante. Senza respiro.

 

 

IL COLLEZIONISTA DI CARTE  (di Paul Schrader, USA)

Il Collezionista di Carte, di base, è “solo” il solito film di Paul Schrader, con i soliti temi, le solite introspezioni, il solito protagonista che tiene un diario personale, ma quando sa valorizzare tutto ciò senza ripetitività, senza vergognarsi di tacere un dolore sommesso, allora magicamente tutto funziona. Schrader infatti non usa un senso di colpa astratto, immanente e pregresso, ma lo contestualizza in maniera fattuale, legandolo ai sensi di colpa di una nazione intera: gli orrori di venti anni di guerra in Medio Oriente che non si cancellano facilmente. Una doppia chiave di lettura che il film incanala attraverso un velo di redenzione, un appiglio per il futuro, una chance di catarsi che, seppur tragica, sempre a quella funziona emotiva asserisce.

 

 

COMPETENCIA OFICIAL  (di Mariano Cohn & Gaston Duprat, Argentina)

I film sul “dietro le quinte” del cinema stesso sono praticamente un genere a sé stante, e spesso rimangono respingenti per il grande pubblico che determinate dinamiche non le conosce o, semplicemente, non gli interessano. Ma i film sul cinema hanno sempre qualcosa di universalmente noto e empatico, ovvero mostrare quella voglia di nascondere i propri difetti, dietro i propri narcisismi, comune a tutti gli umani. Gli argentini Cohn e Duprat come sempre seguono la strada della satira, e Competencia Oficial è un racconto sulla vanagloria e sulle banalissime rivalità umane ricco di divertimento e follia. Poi quando si hanno a disposizioni tre interpreti fenomenali, allora è anche tutto più facile.

 

 

PASSING (di Rebecca Hall, Gran Bretagna/USA)

Negli ultimi anni, giustamente e finalmente, sono aumentate le storie che mostrano cosa voglia dire essere afroamericani nell’America di oggi. Ma nell’America di ieri? Passing prende un famoso romanzo per iniettare in un dramma sociale sfumature esistenziali e psicologiche, nell’amicizia tra due donne che usano o osservano la pratica del “passing” (con cui i mulatti fingevano di essere bianchi per evitare i problemi degli afroamericani) e pian piano diventano rivali, in una versione aggiornata di Eva contro Eva nella cui tragedia si mischia, al disagio di essere chi si è, anche la gelosia di non essere chi non si è. E se tutto questo avviene in un debutto, è chiaro che la transizione da attrice a regista di Rebecca Hall va assolutamente seguita.

 

 

PIECES OF A WOMAN  (di Kornel Mundruczo, USA)

Pieces of a Woman è il film, probabilmente, più sconsigliato alle giovani donne, perché l’atto di partorire non è mai stato mostrato al cinema in maniera così reale, vera, difficile, terrificante e totalizzante. Ma quell’atto, quella lunga intensissima sequenza iniziale, è solo il motore per raccontare altro: il film di Mundruczo, con una magistrale Vanessa Kirby, è infatti un’opera sul dolore che non si cura, con cui si deve imparare a convivere, soprattutto se quel dolore non si prova quanto gli altri vorrebbero che si provasse perché fin da subito si cerca di seppellire.

 

 

SHIVA BABY  (di Emma Seligman, USA)

Il secondo chamber drama di questa lista, forse perché ultimamente, purtroppo, siamo stati troppo abituati a rimanere tra mure domestiche. E tale effetto claustrofobico è reso magnificamente in Shiva Baby, brillante dramedy indipendente che mischia l’ironia al puro orrore di essere incastrati ad una festa con persone che non si vuol vedere e situazioni in cui non si vuol finire, con tutto quell’imbarazzo delle interazioni sociali che qui diventa ipnotico. Tutto nel film, dalle musiche ai suoni, dal montaggio alla regia, accentua il tono che imprigiona i personaggi, e allora ridere diventa, talvolta, davvero l’unica via di scampo.

 

 

MASS  (di Fran Krantz, USA)

Quattro attori, uno più bravo dell’altro. Quattro attori, seduti intorno ad un tavolo, almeno quando non si debbano alzare perché la tensione è eccessiva ed i sentimenti prendono il sopravvento, che parlano e si confrontano. Mass, pur essendo completamente originale, è palesemente figlio di un impianto teatrale, ma ciò non diventa mai un limite né spaziale né visivo. Perché la scrittura fa un lavoro enorme nel cogliere tutte le possibili sfumature e considerazioni del confronto tragico in atto, e perché soprattutto i quattro attori danno vita ad una magmatica intensità viscerale che ci vivere ogni lacrima, ogni ruga, parola spazzata dal dolore, ogni dubbio e ogni rimorso. Un film che cerca una catarsi impossibile, una consolazione irraggiungibile, ma che la sfiora con una profondità umana incredibile.

 

 

BENEDETTA  (di Paul Verhoeven, Francia)

In un cinema contemporaneo completamente appiattito su schemi debolmente convenzionali e tematiche spente e afone, il sempre audace Paul Verhoeven sembra ancora più coraggioso di quanto non fosse decenni anni fa. Benedetta è quasi l’approdo naturale della sua costante tensione verso la controversia, un racconto che mischia erotismo a blasfemia e farebbe felice Buñuel. Un film che, pur volendo ragionare solo con la testa, lavora sul corpo e sulla carnalità, sulle pulsioni che i corpi trasmettono e sulle nefandezze putride che i corpi manifestano. Verhoeven non nasconde nulla, e se lo fa in una storia a sfondo religioso, vuol dire che come sempre si fa beffe di tutto e tutti, senza assolutamente vie di mezzo che non sa cosa siano, tra il basso e l’alto, tra il fetido e il sublime.

 

 

I MITCHELL CONTRO LE MACCHINE  (di Mike Rianda, USA)

Con grande costanza temporale, ogni tanto ci chiediamo dove ormai possa arrivare l’animazione, e con grande costanza temporale, ogni tanto arriva qualcosa che sposta l’asticella un po’ più in là. I Mitchell contro le macchine, prodotto figlio delle menti geniali di Lord & Miller, sa fin dal principio che non lavorerà sulla profondità della storia (la lasciamo ancora alla Pixar) e allora punto tutto sull’essenzialità dei sentimenti, che riescono così ad essere empatici per tutti, sul ritmo forsennato, sulla spettacolarità della vicenda e su un lavoro puramente visivo da autentica festa per gli occhi.

 

 

RIDERS OF JUSTICE  (di Anders Thomas Jensen, Danimarca)

Il cinema scandinavo, in particolar modo quello danese, negli ultimi anni ha un passo in più rispetto al resto delle scuole europeo per un semplice quanto fondamentale motivo: se ne frega delle convenzioni, ma senza arroganza, sempre con leggerezza. Riders of Justice riesce nel tentativo di unire perfettamente due toni completamente diversi, quello dell’action machista alla commedia quasi demenziale, non fondendo gli stili ma quasi sovrapponendoli, cosicché gli attori recitino in due film distinti senza che ciò sembri assurdo. Questa decostruzione dei revenge movies, che scava nella futilità ottusa della ricerca di violenza nel cinema contemporaneo, è un’autentica impresa narrativa prima ancora che un gran film.

 

 

THE LOST DAUGHTER  (di Maggie Gyllenhaal, USA)

Cosa vuol dire essere madre? E cosa vuol dire vivere da madre, consapevole che quella diventa una dimensione totalizzante soprattutto per come si è visti dagli altri, come se ogni singola mancanza, anche la più minuscola, significasse trasformarsi in una persona orribile. Dalle parole scritte di Elena Ferrante alle immagini tumultuose di Maggie Gyllenhaal, che sfrutta un montaggio originale e interpretazioni grandiose, attraverso salti temporali la psicologia della vicenda si dipana strisciante nelle sfumature dei comportamenti umani. The Lost Daughter è un racconto di femminilità ferita dalle aspettative sul proprio ruolo, dalle invidie per il tempo che passa, dalle costrizioni di genere. E lascia sempre il segno, come le lacrime di Olivia Colman o le urla di Jessie Buckley.

 

 

THE GREEN KNIGHT  (di David Lowery, USA)

Solo uno come David Lowery poteva prendere una celeberrima leggenda medievale come pretesto, fregarsene talmente tanto della sua forma da rivelare il plot twist più importante praticamente all’inizio del film, e trasformarla in strumento per la sua ennesima analisi sul tempo che scorre inesorabile, sull’immanenza pessimista dell’esistenza umana, sull’inevitabile accettazione del nostro destino terreno. The Green Knight è affascinante e inquietante, avvincente e profondamente meditativo allo stesso tempo, ricco di immagini iconiche e intriso di psicologia freudiana tutto meno che superficiale. Insomma, è un grande film.
LEGGI LA SPIEGAZIONE DEL FINALE

 

 

E adesso, è il momento dell’attesa…..TOP TEN!

 

10.  FLEE  (di Jonas Poher Rasmussen, Danimarca)

I migliori film sono quelli che, in partenza, riescono a far sposare due elementi: un grande e sincero cuore ad un autentico linguaggio visivo. Flee, con intelligenza, abbonda di entrambi. Riguardo al primo aspetto, narra con estrema delicatezza e grande attenzione alla verità la storia reale di un emigrato che fugge da una situazione insostenibile per la sua vita quotidiana, ovvero la guerra nel proprio paese, e per la sua vita interiore, ovvero l’impossibilità di vivere in quel contesto la scoperta della propria omosessualità. Riguardo al secondo aspetto, è un documentario che sceglie di coprire l’identità del suo protagonista (solo sentito in voce, mai visto in volto) con l’animazione, e ciò permette anche di ricreare cinematograficamente i ricordi raccontati. Insomma, Flee è un film originalissimo ed emotivamente travolgente, un autentico traguardo in tutti i generi in cui può rientrare. La prova che basta un’idea per non rendere mai banale qualcosa estremamente meritevole di essere raccontato.

 

 

 

9.  PIG  (di Michael Sarnoski, USA)

Pig non è un film semplice perché nasce da un concetto coraggioso e rischioso: caricare aspettative errate, tradirle tutte e comunque far felici gli spettatori. La premessa infatti è quella di un tipico revenge movie, e con Nicolas Cage pensiamo di sapere cosa aspettarci, invece la vicenda si dipana in maniera del tutto interiore, puntando sulle profondità e non sulle superficialità, catturando l’onnipresenza dell’elemento cibo nel nostro quotidiano per traslarla nella sfera della sensorialità emotiva, raccontando la convivenza col dolore che si cura nella catarsi delle cose più piccole. Quando il film, narrato col ritmo lento di un western d’antan, diventa un’elegia sull’importanza dei rapporti umani, sul dover fare ciò che ci rende felici oltre la materialità delle ambizioni, Pig sfodera un cuore e una sincerità difficilmente pareggiabili.

 

 

 

8.  SPENCER (di Pablo Larrain, Grean Bretagna)

Pablo Larrain lo premette subito, sullo schermo nero ancor prima del frame iniziale: questa è una storia di fantasia. Non dovrebbe nemmeno premetterlo, tutti i biopic, pur essendo biografici, non possono mai essere veramente biografici fino in fondo, ma Larrain ci tiene ad avere la totale libertà creativa di immettere tutta la fantasia che vuole. E di fantasia ne mette sicuramente tanta, perché Spencer è il film che nessuno si aspetta da un biopic: un incubo claustrofobico, una storia di fantasmi (metaforici e visibili), un fiaba al contrario in cui la principessa non vuole più la corona. Larrain si serve di armi fumanti – la fragilità di Kristen Stewart, l’opacità visiva di Claire Mathon, le note inquietanti di Johnny Greenwood – per costruire, senza sottigliezze, la sua torre d’avorio psicologica, in cui persino gli abiti sontuosi sono gabbie, in cui i personaggi entrano e spariscono dalle scene come fossero entità sovrannaturali, in cui immagini e parole sono lame che non vogliono uccidere ma lasciare cicatrici. E sicuramente Spencer qualcosa lascia, esattamente come fanno i migliori incubi.

 

 

 

7.  THE FATHER  (di Florian Zeller, Grean Bretagna)

The Father ha un primissimo merito: non essere mai pesante nonostante quello che mostra e racconta. Gli altri meriti di un film sontuoso nella sua onestà, complesso nella sua semplicità, affilato nella sua purezza, sono quelli evidentissimi di aver saputo narrare con acume psicologico e occhio cinematografico una storia di impianto teatrale e dal concept basilare. Non c’è una scena sprecata, non c’è un movimento di macchina fuori posto, non c’è un arredamento scenografia privo di significato: Florian Zeller fa vivere il suo film e la sua storia, valorizza tutta l’intelligenza della scrittura, che inganna costantemente lo spettatore e lo costringe a essere sempre attento, coniugandola benissimo con le intuizioni della tecnica di messa in scena, che avvolge con tempismo magistrale l’intera atmosfera in un ulteriore, e decisivo, strato di realistica confusione e tristezza. Certo, poi avere a disposizione il talento di Anthony Hopkins aiuta non poco.

 

 

 

6.  ZOLA  (di Janicza Bravo, USA)

Non c’è un film che incapsuli di più la “social media age” di quanto faccia Zola. Non solo perché è il primo film della storia tratto da una serie di messaggi di un account twitter (148 messaggi, per l’esattezza). Non solo perché inserisce i suoni di quel social alle battute che replicano gli esatti messaggi. Ma soprattutto perché nel film si parla esattamente come si parla (o più propriamente si scrive) sui social, perché è montato con la stessa frenesia con cui la nostra vita trascorre scrollando i social. Un film orgogliosamente anti-convenzionale, fino a sposare in pieno un voluto finale anti-climatico, che riesce ad elevarsi da un semplice status di curioso cult, o da semplice esperimento che fa da ponte tra i media digitali e il cinema come potrebbe apparire riguardandolo tra qualche anno, grazie alla fervida ironia con cui dipinge i personaggi negativi e alla trepidante sincerità con cui accompagna i personaggi positivi. In sostanza, trasmette con intrattenimento e ingegno una verità assoluta: i comportamenti e le relazioni interpersonali nell’età dei social sono davvero un casino.

 

 

 

5.  LICORICE PIZZA  (di Paul Thomas Anderson, USA)

La prima cosa che risalta all’occhio durante la visione di Licorice Pizza è quanto i personaggi corrano, quanto Paul Thomas Anderson si diverta a farli correre, a vederli correre e riprenderli mentre corrono. Questa corsa, questa frenesia, questo bisogno lancinante di arrivare il più in fretta possibile da qualsiasi parte, questo sprint dall’adolescenza all’età adulta, è il motore vitale di un film straordinariamente vivo, energico, scintillante, vibrante, voglioso e desideroso di qualcosa. Si percepisce palesemente come Anderson, dopo una serie di grandi film ricchi di complessità e mille sfaccettature da analizzare e approfondire, volesse fare il tipo di film che semplicemente gli andava di fare, con la gente con cui vuole stare e con l’ironia che lo fa sorridere. Nel percorso di crescita di due giovani, che si prendono e si allontanano, si cercano e si respingono, esce fuori tutto il divertimento di fare cinema e la voglia di essere giovani, l’importanza di creare storie con personaggi con cui vorresti uscire a bere qualcosa e la bellezza di parlare di sentimenti universali per tutti.

 

 

 

4.  È STATA LA MANO DI DIO  (di Paolo Sorrentino, Italia)

Il cinema, non lo scopriamo certo ora, è anche terapia, soprattutto per chi lo fa. Non a caso, esistono tanti esempi in cui gli autori decidono di mettersi a nudo, raccontare e mostrare sé stessi come mai erano riusciti a fare. E se anche uno come Paolo Sorrentino ha scelto di condividere col pubblico la sua intima esperienza personale, lui che invece fugge spesso in situazioni barocche, personaggi astratti, dialoghi ai limiti del surreale, vuol dire che la potenza del cinema è davvero irrefrenabile. E allora bisogna lasciarsi irrefrenabilmente travolgere dal sentimento di È stata la mano, perché è commovente vedere Sorrentino tornare nella sua Napoli e vedere come poeticamente ritrae la sua città; è invidiabile l’amore con cui descrive una famiglia tipica nella sua unicità, tra pregi e difetti, spensieratezza e problemi, letteralmente col cuore in mano; è sorprendente come accompagna la crescita umana al bisogno di creatività, senza retorica o ruffianeria, col paradosso di cercare nell’evasione dalla realtà la necessità di rimanere con i piedi nella realtà. Un film come Sorrentino mai aveva fatto ma che assomiglia a tutti gli altri, perché un regista può crescere ma il talento non cambia mai.

 

 

 

3.  RED ROCKET (di Sean Baker, USA)

Sean Baker completa la sua ufficiosa trilogia sugli emarginati della realtà socio-politica americana col suo sguardo quasi etnologico attento a quelle categorie che il cinema spesso nasconde: una volta protagonisti sono due transessuali e la prostituzione, un’altra una madre che fa la cam girl, ora si parla di un uomo con un passato da pornostar. Ma è pienamente riduttivo restringere questo film alla professione del suo protagonista, perché più che il suo lavoro sono la sua anima e la sua psicologia ad essere scandagliate: Red Rocket è un character study antropologico su un personaggio che sa solamente sbagliare, che sa solo agire per sé stesso, ma è così convinto di essere nel giusto, così imbevuto del suo stesso ego, che si convince sinceramente che il proprio bene possa coincidere di riflesso con quelli degli altri, e finisce per manipolare senza alcun  cinismo, con pena e persino un pizzico di fascino, e gli altri pur sapendo di essere usati lo sottovalutano talmente tanto da finire ugualmente manipolati. Red Rocket diventa l’espressione più duramente spigolosa, e forse anche per questo paradossalmente più divertente, di tutto l’umanismo di Sean Baker, autore di un cinema assolutamente unico fondato su priorità chiare e costanti: gli esseri umani e le loro idiosincrasie prima di tutto, poi il resto.

 

 

 

2.  LA PERSONA PEGGIORE DEL MONDO  (di Joachim Trier, Norvegia)

Diciamolo, il coming-of-age è uno dei genere più visti e abusati: ci voleva quindi qualcosa di originale per ribaltarlo. E qui entra Joachim Trier, ovvero l’ultimo sulla faccia della Terra che ti aspetti, un regista di drammi molto seri e molto realistici tipicamente scandinavi. Trier, posseduto da chissà quale anima proveniente dalla Nouvelle Vague, gira un film che avrebbe potuto ideare decenni fa Truffaut, Varda, il Godard ancora apolitico, ma con un tocco personale, e una visione perfettamente contemporanea, che diventa un’ode alla perpetua indecisione esistenziale dei cosiddetti millennial. Questo è il punto di partenza di La Persona Peggiore del Mondo, ma appunto solo la partenza, solo la forma, perché appena il film carbura (ovvero dopo pochi centesimi di secondo dall’inizio) Trier diventa un romanziere ottocentesco nella sua voglia di affrontare tutto, e raccontare il caos personale con un controllato caos cinematografico: con divisione in capitoli, narrazione con voice-over sovrapposti, trucchi narrativi ed estetici, sbalzi di tono, persino scene oniriche, si parla di amore e lavoro, relazioni e ambizioni, indipendenza personale e sovrastrutture sociali, vita e morte, gioie ed errori, famiglia e futuro, sempre con ironia, sempre con voglia di stupire sia visivamente sia intellettualmente, sempre con attenzione alla realtà, senza morali o messaggi, perché quasi tutto va navigato prima di capire dove si possa approdare.

 

 

 

1.  TITANE  (di Julia Ducournau, Francia)

Non pensate solo alle immagini forti e talvolta assurde che il film propone: paradossalmente, Titane è una storia tenera, dolce, triste e malinconica – ma raccontata in maniera energica, dinamica, adrenalinica e cinetica, con continue scosse telluriche di pura eccitazione sensoriale – che prende l’idea e le metafore del body horror per analizzare la profondità di temi universali. Infatti tutte le persone, anche quelle “singolari e mostruose”, hanno bisogno di qualcun altro accanto per stare bene, per sentirsi veramente in serenità col mondo e con sé stessi, senza aver paura di mostrare le proprie fragilità o i propri lati brutti. E dire chiunque altro come seconda metà della mela da cercare è esattamente ciò che propone Titane: il lavoro di Julia Ducournau è probabilmente, possiamo usare gli assoluti e le iperboli, il film più pansessuale, gender fluid e orgogliosamente genderless mai visto finora.

 

 

Nonostante tutto, i bei film non ci deludono mai. E ora speriamo si possa tornare verso il lato giusto delle cose. Viva il cinema, sempre!

 

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3 risposte a “I 10 Migliori Film del 2021”

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