Ecco a voi i migliori film dell’anno che sta per concludersi, ricco di tanti bei film proveniente da ogni parte del mondo e che vanno ancor più celebrati per come riescono a trasportarci nella dimensione che noi cinefili amiamo.

Una classifica personale, innanzitutto, che cerca di essere il più pragmatica possibile e ricordare titoli da non perdere.

TOP TEN 2010
TOP TEN 2011
TOP TEN 2012
TOP TEN 2013
TOP TEN 2014
TOP TEN 2015
TOP TEN 2016  
TOP TEN 2017
TOP TEN 2018 
TOP TEN 2019
TOP TEN 2020 
TOP TEN 2021

 

MENZIONI SPECIALI (in ordine alfabetico)

ARMAGEDDON TIME (di James Gray, USA)

Sono anni che mi interroga su come definire i film di James Gray, in quale contesto e genere inserirli, perché fondamentale film come lui non fa li quasi nessuno, sembrano tutti incapsulati nel tempo della New Hollywood di cinquanta anni fa. Ma ho capito che cercare di inquadrarli è inutile: Armageddon Time non necessita di etichette perché è un delicato ritratto dell’innocenza perduta di una società e di una nazione, narrata con mano gentile che sa dirompente nei momenti lenti e soffocante nella sua apparente semplicità.

 

 

BABYLON  (di Damien Chazelle, USA)

Damien Chazelle è vicino alla piena maturità artistica e quindi può permettersi di sperimentare, osare, e in un certo senso fare quello che gli pare. La sua filmografia parla da sola. E così aggiungere un tassello vistoso e pesante come Babylon è la prova che, anche in film non pienamente riusciti, possono nascondersi i veri tesori. Non è come sviluppa trama, personaggi o risvolti – quello già è stato fatto e visto, onestamente – ma come Chazelle fa le cose: con una energia irrefrenabile, con una passione che esce fuori dallo schermo, con una voglia di conquistare il mondo oltre a limitarsi a fare “solo” un film.

 

 

THE BANSHEES OF INISHERIN  (di Martin McDonagh, Irlanda)

Ormai dire che Martin McDonagh sappia gestire benissimo dialoghi e descrizioni dei personaggi è piuttosto scontato. In un film apparentemente piccolo e contenuto come The Banshees of Inisherin effettivamente è, l’autore irlandese inserisce però un mondo interiore, prettamente umano, che diventa specchio del caos esteriore in cui viviamo, tra divisioni senza reali motivi e il perpetuarsi di un odio fine a sé stesso sempre completamente inutile. Certo, poi avere anche attori bravissimi a disposizione non guasta mai.

 

 

BARDO  (di Alejandro G. Inarritu, Messico)

E il film poteva durare meno, e si potevano tagliare scene, e Inarritu è sempre il solito logorroico pretenzioso che si prende sul serio, e alla fine non mostra nulla di originale, e scopiazza Fellini, e che ci frega dell’ennesima autoterapia di un regista. Però signori, Bardo fa cinema, quello vero. Ha inventiva, ha audacia, ha ironia, ha tenerezza, ha visione, ha estetica, ha dolore. Tracima nella sua voglia di strafare, di inglobare tutto e il contrario di tutto in una linea costantemente surreale, e per questo rischiosa, ma alla lunga la bulimia visiva e contenutistica diventa una forza, il mettersi a nudo diventa empatico, il personale diventa universale. Perché Inarritu non dimentica che, alla fin fine, sta facendo cinema.

 

 

RRR (di S.S. Rajamouli, India)

Descrivere ciò che accadde in RRR è semplicemente impossibile. Non a livello di trama, naturalmente, ma a livello sensoriale. E probabilmente parliamo di un film che per il cinema indiano è quasi routine, ma noi occidentali possiamo prenderlo benissimo ad esempio simbolico assoluto di ciò che Bollywood è capace di fare al massimo della propria esplosività. Perché in questa opera c’è tutto, letteralmente, con cambi di tono e genere e persino credibilità che, non so come, reggono e funzionano. La stella polare dell’intrattenimento non è mai stata tanto centrata in pieno come in tale occasione.

 

 

TRIANGLE OF SADNESS  (di Ruben Ostlund, Svezia)

Nel lavoro sul genere satirico che Ruben Ostlund fa da anni, c’è sempre una sottigliezza psicologica invidiabile, solo che stavolta, con Triangle of Sadness, ha scelto di non andare per il sottile affatto. La sua critica sociale alla ricchezza, alla vacuità della ricchezza, all’interscambilità delle classi sociali in situazioni in cui le sovrastrutture spariscono (e qui si deve tanto all’influenza di una certa Lina Wertmuller..) è sempre aumentata al massimo. Ciò vuole amplificare i difetti ma soprattutto i pregi, tra cui risate, coraggio, assurdità e realismo spinto. Un film che non fa prigionieri e non ammette zone grigie.

 

 

E adesso, è il momento dell’attesa…..TOP TEN!

 

10.  APOLLO 10 E MEZZO  (di Richard Linklater, USA)

Ci sono due elementi su cui Richard Linklater ha praticamente costruito una (splendida) carriera: il tempo e la nostalgia. I suoi migliori film, controllate bene, sono quelli che elaborano insieme questi due elementi, quasi sempre presenti. E come potrebbe mancare in un film che, molto liberamente, ricorda l’infanzia stessa del regista nell’estate texana passata in attesa del primo allunaggio? Apollo 10 e mezzo è il fellinismo di Linklater filtrato però da leggerezza e familiarità, divertimento e quotidianità. Non c’è un vero filo narrativo, ma un insieme di ricordi che compongono un mosaico estremamente umano, un flusso di piccole cose in cui tutto possono ritrovarsi quando erano bambini.

 

 

9.  HOLY SPIDER  (di Ali Abbasi, Danimarca)

I film sui serial killer sono praticamente un genere a sé. Ma se, come in questo caso, il serial killer non fosse soltanto una persona, ma una intera società? Anche un modo di vivere e vedere le cose, di contestualizzare il mondo, di sopprimere gli altri solo perché nascono in un modo? Holy Spider perde tutti i crismi del genere, se possibile li filtra attraverso una lento ancora più oscura e inquietante del solito, e mostra come un intero mondo possa paradossalmente pendere dalla parte del serial killer, che diventa giocoforza, e per tutte le ragioni più sbagliate, il vero rivoluzionario di turno. Con uno stile asciutto e attentissimo alla verità, scavando dentro il mostro che alberga in ognuno di noi, l’opera agghiacciante di Ali Abbasi è un ritratto perverso degli ostacoli verso la parità che la nostra contemporaneità incontra quotidianamente a cause delle sovrastrutture obsolete e violente che non riusciamo ancora ad abbattere.

 

 

8.  BLONDE (di Andrew Dominik, USA)

Quando qualcuno capirà, come è scritto in tutte le sinossi, che questo film NON è il biopic di Marilyn Monroe (così come il romanzo originale non era la biografia), ma un racconto di finzione sul trauma personale e sulla macelleria che il sogno di Hollywood fa sulle persone, non sarà mai troppo tardi. Quella che vediamo in Blonde, dopotutto, non è mai Marilyn (e la stessa Ana de Armas non la interpreta, semmai lei interpreta solo la Norma Jean che ha una doppia personalità), ma il manifesto dei crudeli effetti collaterali che la fama porta ad una donna in una industria popolata da uomini con pochi scrupoli. E il film lo racconta con uno stile trascendente, la messa in scena di un incubo che che fa diventare la forma sostanza senza alcun filtro per deboli di stomaco.

 

 

7.  PINOCCHIO  (di Guillermo del Toro, USA/Messico)

Se c’è una storia vista al cinema milioni di volte e raccontata, anche in altre forme, milioni di volte, quella è certamente Pinocchio. E allora il colpo di genio di Del Toro è essenzialmente uno: non raccontarlo di nuovo, ma prendere la storia di Collodi per fare, essenzialmente, il suo solito film. E mai matrimonio fu più felice. L’autore messicano tradisce in ogni modo possibile la storia del famoso burattino, cancella il conformismo (andare a scuola qui diventa sbagliato e pericoloso, rendiamoci conto) per esaltare le idiosincrasie umane, insulta gli estremismi e fa una parabola della crescita che diventa bisogno di imparare ad accettare la nostra stessa mortalità. Se questo non è uno dei più fantastici adattamenti degli ultimi anni, non so cosa possa esserlo allora.

 

 

6.  GLI ORSI NON ESISTONO  (di Jafar Panahi, Iran)

Spessissimo i film di Jafar Panahi mischiano finzione e realtà. Ora la realtà purtroppo lo ha superato, e vederlo nella finzione che che prova a sua volta a superare un confine ma moralmente non ce la fa, è troppo straziante per la nostra sospensione dell’incredulità. Panahi resta di rimanere in Iran, nell’Iran odierno, con tutto ciò che ne consegue. Il coraggio di realizzare un qualcosa come Gli orsi non esistono va oltre la qualità del film, assolutamente alta in ogni aspetto. Le idee e la forza emotiva sono l’architrave di un racconto tragico che mostra l’impossibilità di vivere in determinate situazioni, eppure come sia necessario, o forse inevitabile, continuare a farlo con la dignità di combattere per ciò in cui si crede. E detto ciò, è comunque incredibile la qualità filmica che Panahi ha raggiunto, paradossalmente, da quando ha subito il divieto di realizzare film, un qualcosa di sovrannaturale.

 

 

5.  DECISION TO LEAVE  (di Park Chan-wook, Corea del Sud)

Vi invito a fare una cosa, un divertente esperimento: guardate, o riguardate nel caso più fortunato, Decision to Leave con maggiore attenzione, e notate le dissolvenze del montaggio, oppure solo la carta da parati usata nella scenografia. In un film che trabocca di simbolismi, e mischia la solita lotta alle pulsioni perverse dei film di Park Chan-wook ad una trama hitchcokiana nelle sue fondamenta, è la tecnica del regista coreano a lasciare onestamente di sasso. Non perché non sapessimo quanto Park fosse talentuoso e capace, ma perché mai come stavolta ha usato il suo dilagante estetismo per narrare ed emozionare, raggiunge l’unione perfetta tra forma e sostanza.

 

 

4.  TURNING RED  (di Domee Shi, USA)

Con i film Pixar, ogni anno, è sempre la solita storia: o sono capolavori, o non vanno bene. Ma c’è modo e modo di raggiungere il capolavoro, anche con le idee semplice, non per forza con gli originalissimi concept rivoluzionari. Basta un’idea semplice, come quella di realizzare una metafora sulla scoperta da parte delle giovani dell’esistenza del ciclo mestruale, per fare un qualcosa che nessuno ha mai fatto prima. Sì, Turning Red si concede il lusso di metaforizzare il ciclo e trasformarlo in un gigantesco panda rosso. Con attenzione incredibile per i rapporti umani, andando a parlare alla fascia di pubblico pre-adolescenziale (quella più difficile e meno toccata dal cinema, sia come soggetto sia come spettatori) in maniera coraggioso e assolutamente riuscita.

 

 

3.  THE WHALE (di Darren Aronofsky, USA)

Avete presente i film di Darren Aronofsky, quello sempre duri da digerire, quelli che raccontano di ossessioni parossistiche intrise di psicologia e violenza, in cui spesso la forma estetica è fin troppo evidente. Ecco, ora pensate esattamente al contrario, e avrete The Whale. Un film contenuto, nel luogo e nel tempo e nel concept, ma che rientra perfettamente nella poetica di Aronofsky per quella sconfinata e sofferta analisi di ossessione, solitudine e redenzione, quasi a comporre una ideale trilogia con The Wrestler e Il Cigno Nero. Lo stile qui sparisce del tutto per lasciare spazio all’emotività di una vicenda che esalta la bontà umana, o quantomeno la sua disperata ricerca e necessità, e soprattutto al talento di Brendan Fraser, che fa della tristezza e della tenerezza del suo personaggio un mantra recitativo.

 

 

2.  TAR  (di Todd Field, USA/Germania)

Tar è il film che non sapevamo di volere, ma di cui invece il mondo del cinema (e forse non solo) ha disperatamente bisogno. Perché raramente un film si è attaccato in maniera così aderente allo zeitgeist del momento, triturando la contemporaneità col coraggio di non prendere posizione. Perché sì, con la cancel culture non prendere posizione è la mossa più audace e rivoluzionaria, ed il film di Todd Field osserva in maniera quasi documentaristica l’evolversi di una vicenda empatica e assolutamente tipica. Più che avere un vero e proprio carattere, Lydia Tar è in realtà il messaggio tematico del film e non un personaggio tridimensionale, però quel messaggio tematico è il manifesto dello stato dell’arte contemporaneo scritto con preciso acume, girato coraggiosamente senza filtri, che riesce persino ad intrattenere senza rinunciare ad una cifra palesemente autoriale anti-mainstream.

 

 

1.  EVERYTHING EVERYWHERE ALL AT ONCE  (di Daniel Kwan e Daniel Scheinert, USA)

Il film cult del 2022 è anche il miglior film dell’anno perché riesce, quasi subito, a liberarsi della sua natura, quasi stretta, di cult appunto, e diventare un’opera complessa, ricca di sfaccettature, emozioni ed elaborazioni socio-culturali senza mollare mai la voglia di intrattenere e divertire. Soprattutto, Everything Everywhere All at Once è una frustrata di originalità che lascia un segno profondo, una scarica adrenalinica di inventiva costante, che non si stanca mai di essere innovativa anche quando parte dalla semplice parodia ironica. Solo e soltanto, l’immaginazione al potere, cuore e cervello che si fondano e pompano insieme pura energia e, di conseguenze, puro cinema. Non-stop.

 

 

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3 risposte a “I 10 Migliori Film del 2022”

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