Ecco a voi i migliori film dell’anno che sta per concludersi, ricco di tanti bei film provenienti da ogni parte del mondo e che vanno ancor più celebrati per come riescono a trasportarci nella dimensione che noi cinefili amiamo.
Una classifica personale, innanzitutto, che cerca di essere il più pragmatica possibile e ricordare titoli da non perdere.
TOP TEN 2010
TOP TEN 2011
TOP TEN 2012
TOP TEN 2013
TOP TEN 2014
TOP TEN 2015
TOP TEN 2016
TOP TEN 2017
TOP TEN 2018
TOP TEN 2019
TOP TEN 2020
TOP TEN 2021
TOP TEN 2022
MENZIONI SPECIALI (in ordine alfabetico)
ASTEROID CITY (di Wes Anderson, USA)
Lo stile di Wes Anderson lo conosciamo tutti, fino al parossismo, e soprattutto il modo in cui, negli ultimi anni, ha quasi nascosto la sostanza. Ma il primo ad essere pienamente consapevole di ciò è Anderson stesso: così, fin dall’inizio, ammette che Asteroid City è un gioco, una pièce, un esercizio dichiarato che diventa un divertimento con lo spettatore, in cui immergere una vasta galleria di personaggi in un scenari così volutamente cartooneschi da richiamare esteticamente perfino l’universo di Willie il Coyote.
IL SOL DELL’AVVENIRE (di Nanni Moretti, Italia)
Nanni Moretti torna a fare Nanni Moretti, e già questo basta. Perché il suo Il Sol dell’Avvenire non è soltanto un canto del cigno, come potrebbe (forse volutamente?) sembrare, ma soprattutto un film ricco di sentimento e idee, di rimandi al passato per i suoi fan ma rielaborati per essere attualizzati nel cinema e nel mondo contemporaneo. Con gli anni, nonostante le storture della società, o forse proprio a cause di queste, il cinismo ha lasciato il passo alla dolcezza, e questa trasformazione morettiana ce la teniamo davvero stretta.
MEMORY (di Michel Franco, USA)
Spesso sono i film piccoli, quasi apparentemente innocui, a nascondere gli universi più grandi. E spesso sono anche i registi più controversi, quelli che scendono in campo per scioccare e interrogare, che alla fine non vogliono far altro che raggiungere territori empaticamente universali. Memory è esattamente questo: reggendosi su due meravigliose interpretazioni, il regista messicano Michel Franco sembra voglia toccare aspetti morbosi e attuali, e finisce per mostrarci per infinita dolcezza e timidezza il bisogno di due anime perse di stare semplicemente insieme.
Il senso di confusione delle nuove generazioni, il bisogno di affermarsi, l’impossibilità di chiarire i propri sentimenti quando in ballo c’è sempre tanto altro, è tutto alla base di Passages, una vorticosa storia di coppie che si prendono e si lasciano, e ovviamente fanno più danni di quanti ce ne fossero all’inizio. Al centro il vulcanico Franz Rogowski è una calamita di sentimenti tossici che rovina tutto ciò che tocca, a cominciare da sé stesso, ma in fondo il film esplora il suo interiore facendoci capire che non ha colpa: alla fine è semplicemente umano, troppo umano, e questo è il problema.
SALTBURN (di Emerald Fennell, USA)
Ancora una volta Emerald Fennell si prende (narrativamente) gioco di noi: pensiamo che i suoi film siano una così, poi durante la visione diventano altro, fino a diventare ancora un’altra cosa, che però era la sua esatta natura fin dall’inizio se solo avessimo seguito con più attenzione. Ma non possiamo perché Fennell ci inganna con i suoi colori schizzati, col suo montaggio frenetico, con i suoi personaggi bizzarri, con le sue storie mefistofeliche. Salburn è la seduzione del male, quello più sinuoso e inafferrabile, che prende la struttura di Teorema di Pasolini, ci infila dentro i caratteri del Mr. Ripley di Patricia Highsmith, e mescola tutte le contraddizioni sociologiche per tirare fuori un cocktail esplosivo di sessualità violenta e psicologia perversa.
E adesso, è il momento dell’attesa…..TOP TEN!
10. UN COLPO DI FORTUNA (di Woody Allen, Francia) 
Ad alcuni, l’ennesima rielaborazione di “Delitto & Castigo” da parte di Woody Allen potrà anche avere stancato. Dopotutto è un territorio nel quale l’autore newyorkese ha già abbandonatamente giocato ed esplorato. Ma il talento dei grandi autori è quello di saper spesso parlare della stessa cosa ma rileggendola ogni volta in modo differente, con sfumature nuove e riflessioni aggiuntive. Un Colpo di Fortuna, infatti, prima di tutto ha dalla sua la patina dell’ambientazione: Allen gira in Francia e riesce a fare un film autenticamente francese, dall’atmosfera al ritmo dei dialoghi. E poi ha una innata e ostentata leggerezza che diventa alla lunga l’assoluta arma vincente: in una storia di tradimenti e gelosie, ossessioni e violenza, omicidi e menefreghismo, la saggezza di Allen è quella di farci cogliere che stiamo vedendo “solo” un film, e se possiamo trarne un insegnamento è quello di godere ogni aspetto della vita.
9. KILLERS OF THE FLOWER MOON (di Martin Scorsese, USA)
Da oramai un ventennio, con qualche rara eccezione, Martin Scorsese è entrato nel business degli epic movies, e ha costellato la propria filmografia di epopee (sia nel minutaggio, sia nell’ambizione, sia nella visione d’insieme). E ovviamente Killers of the Flower Moon rientra in tale categoria, perché è un film che, richiamando gli aspetti dei lavori di John Ford o George Stevens, racconta la banalità del male per ancorarsi alla tradizione dei grandi romanzi americani. Partendo da una struttura di genere, perché Killers of the Flower Moon è essenzialmente una storia western di americani contro nativi, Scorsese con sguardo clinico, seppur ricco di umano dispiacere, mostra tutta la ferocia dell’appropriazione culturale e del razzismo insito nell’uomo bianco, che fa quel che fa non per una innaturale crudeltà o un preciso piano malvagio, ma solo perché pensa sinceramente e tremendamente che debba dominare sugli altri e tutto ciò sia normale, anzi dovuto, e quindi debba anche rimanere impunito. Che poi, appunto, è la metafora della storia dell’America nel novecento.
8. MAY DECEMBER (di Todd Haynes, USA)
Quando Todd Haynes gira storie di donne, sappiamo che non è in grado di sbagliare. E come due suoi grandi maestri e palesi fonti di ispirazione, Douglas Sirk e Pedro Almodovar (con pochi cambiamenti questo potrebbe essere benissimo un film del regista spagnolo), Haynes se ne frega del rischio di sfiorare il ridicolo, se ne frega se tocca toni camp e spesso sopra le righe, purché tali aspetti siano finalizzati ad arricchire la sostanza. E certamente May December di sostanza ne ha da vendere: torbida storia di un’attrice che entra nella casa di una coppia, decenni prima al centro di una scandalo sessuale diventato circo mediatico, per studiare come interpretare il biopic sulla loro vicenda, l’opera di Haynes è uno sguardo ravvicinato e fortemente psicologico su quanto gli umani siano attirati verso il buco della serratura delle vite altrui. Talvolta con ironia pungente, talvolta con i toni del melodramma, grazie a tre interpretazioni perfette May December si arricchisce minuto dopo minuto di strati di riflessione fino alla realizzazione finale: stiamo guardando un inquietante horror sui traumi umani.
7. THE HOLDOVERS (di Alexander Payne, USA)
Fortunatamente, per un fan del genere come il sottoscritto, il catalogo già ampio dei film di Natale aggiunge al canone un nuovo grande titolo: The Holdovers. Chissà se il suo regista Alexander Payne sarà contento di questa definizione, lui che del tono caustico ha fatto scuola, ma forse sì, perché lo spirito di The Holdovers non può essere casuale o involontario, ma figlio di una necessità, forse dovuta anche all’età che avanza e fa vivere nuovi bisogni, di trovare calore umano. Aspetto che in realtà il cinema di Payne ha sempre avuto, infatti anche questo film come i suoi migliori lavori precedenti è un piccolo grande dramedy umanista su personaggi cinici, solitari, apparentemente egoisti, che aprono il loro cuore e accettano di migliorare a contatto con altre persone. The Holdovers recupera tutto il cuore della New Hollywood più tenera, potrebbe infatti essere benissimo un film di Hal Ashby, e grazie anche ad un Paul Giamatti in stato semi-divino diventa, più che un film, un qualcosa da voler abbracciare.
6. PAST LIVES (di Celine Song, USA/Corea del Sud)
Non so, onestamente, se ci sia qualche ragione sociologica o culturale per cui il cinema asiatico è quello che riesce meglio a catturare le sensazioni irrimediabilmente dolci-amare della lontananza fisica, ma ancora una volta ci sono riusciti. Past Lives è una tenerissima riflessione sul tempo che passa, sul peso delle scelte che facciamo e come esse possano gettare un’onda lunghissima nel tempo di conseguenze, sui pentimenti e sulla necessità di tenere sempre il presente su una riga dritta, realizzato con estrema sincerità e quel tono puramente etereo da far inevitabilmente emozionare. Ma, a differenza di altre storie simili, il film di Celine Song ha anche l’infinita intelligenza di farci palpitare per la prospettiva del cosiddetto “terzo incomodo”, che diventa paradossalmente il vero protagonista: un lui e una lei possono anche ritrovarsi dopo anni, ma come sta e cosa pensa di questa un lui che ora sta con lei? La risposta è, naturalmente, empaticamente struggente.
5. ANATOMIA DI UNA CADUTA (di Justine Triet, Francia)
C’è un motivo per cui i courtroom dramas sono sempre i film (quando fatti bene, naturalmente, e questo è il caso) più avvincenti: il tribunale diventa lo specchio della società, i processi sono il mettere in piazza i propri problemi, le sentenze sono le soluzioni a cui nella vita, forse, è spesso impossibile arrivare con un punto finale. Anatomia di una caduta, infatti, sfrutta il genere, anzi, due generi, il thriller e appunto il giallo processuale, per analizzare in realtà le sottigliezze di una matrimonio. Quindi, in realtà, il film di Justine Triet è un film sulla disintegrazione di una coppia, nel quale i punti interrogativi sono molteplici e non necessitano di una risoluzione, perché non esiste giusto o sbagliato, ma solo differenti prospettive. Che tutto ciò venga esplorato con una abilità di scrittura e messa in scena esaltante, introiettato dalla performance sontuosa di Sandra Huller che fa del suo volto enigmatico una chiave di volta, è grande cinema.
4. DREAM SCENARIO (di Kristoffer Borgli, USA)
Noi, talvolta, siamo spettatori semplici, e grazie anche all’abilità degli autori nell’ingannarci cadiamo spesso in trappole. Quella di Dream Scenario è farci credere che sia un film sulla cancel culture (aspetto comunque sicuramente presente e sicuramente interessante del film, grazie anche alla visione di un occhio esterno, ovvero un autore norvegese, sulla società statunitense) così che noi possiamo cogliere questo amo e sprecarci fiumi di inchiostro virtuale, arricchendo una eventuale polemica che fa bene alla pubblicità del film. Ma la facciata che cerca la controversia facile è, appunto, solo una facciata, perché Dream Scenario, con tutte le sue bizzarrie e momenti ironici, inquietudine e originalità, è una riflessione sulla solitudine e inadeguatezza umana, sulla costante necessità di approvazione che abbiamo, anzi, sul desiderio di essere semplicemente riconosciuti. Il solito lunatico Nicolas Cage è un uomo sognato da tutti, ma sognato nella sua totale inerzia: tutti vogliamo che gli altri ci vedano, ma che ci vedano per un segno che lasciamo, per un qualcosa di buono che facciamo, per una eredità da valorizzare. Cercare un motivo per la nostra esistenza, che possa essere anche solo essere ricordati dalla persona che si ama, è la nostra massima e più straziantemente veritiera aspirazione.
3. THE ZONE OF INTEREST (di Jonathan Glazer, Gran Bretagna/Germania)
Jonathan Glazer va ammirato per la sua coerenza: entra in scena, estrae un capolavoro così dal cilindro, e poi sparisce per circa un decennio. Ormai con costanza. E quindi bisogna appieno goderci la sua impronta quando viene impressa, anche se ciò vuol dire scavare nuovamente nell’orrore massimo rappresentato dal buco nero di umanità chiamato Shoah. L’autore inglese compie l’unica operazione possibile, ovvero applicare il massimo del distacco, il massimo della freddezza, per mostrare la freddezza umana più grande compiuta, e così la narrazione quasi meccanica di The Zone of Interest è il riflesso della semplicità del male quando essa è insita nella normalità quotidiana delle persone: loro era pienamente consapevoli di ciò che facevano ma non erano nemmeno crudeli nel farlo, affrontavano tutto come una routine da sbrigare, ed era ciò a renderli ancora più crudeli. Il cinema rarefatto di Glazer, in cui da sempre hanno primo piano le atmosfere, le musiche, i suoni per comporre la tavolozza dei sentimenti di un film, è addirittura fin troppo perfetto per esplorare tali immortali nefandezze.
2. POVERE CREATURE! (di Yorgos Lanthimos, USA)
Il grottesco, il surrealista, il deadpan, stili con cui Yorgos Lanthimos ha firmato alcuni dei suoi lavori più recenti (e, personalmente, i più riusciti), vengono se possibile ancora più esteticamente e tonalmente accelerati in Poor Things per affinare uno spietato ritratto del bisogno di libertà. Quella libertà con cui Lanthimos, appunto, ha realizzato questo film, urlando coraggiosamente ogni cosa a prescindere dai canoni, e totale libertà data ai suoi attori, tutti sopra le righe ma tutti ugualmente perfetti nel giocare su quegli accenti alti. E parlare di libertà, al giorno d’oggi, non può non riguardare il mondo femminile: quello che il greco fa è mostrare come il maschio, abituato a secoli di immotivato dominio di genere da lui dato come biologicamente e mentalmente scontato, letteralmente impazzisca quando la donna cerchi di prendere giustamente i suoi spazi. Bella Baxter è una donna che apprende, scopre, divora, riflette, comprende, senza alcuna convenzione e alcuna sovrastruttura, risucchia le cose belle e brutte del mondo nel suo sfrenato desiderio di emancipazione, e gli uomini attorno a lei semplicemente non riescono a tollerarlo. Più che una rilettura del “Frankenstein”, o addirittura della Genesi biblica, come molti hanno suggerito vedendo le ovvie ispirazioni, l’opera di Lanthimos è un travolgente e schizzato riflesso delle discussioni contemporanee sui conflitti di genere, narrato con un senso di libertà (sì, ancora quella) cinematografica senza alcuni eguali.
1. OPPENHEIMER (di Christopher Nolan, USA)
Sono anni ormai che, per svariati motivi, il cinema di Christopher Nolan è sulla bocca di tutti, e chiunque ha una opinione sul suo modo di fare cinema. L’unica cosa certa è che Nolan è uno degli ultimi grandi autori ad esser diventato un marchio di fabbrica, colui che sa abbinare autorialità a blockbuster, e prova totalizzante di ciò è certamente un’opera come Oppenheimer. Un film che, sulla carta, non dovrebbe minimamente funzionare: una storia di tre ore su scienziati che parlano, spesso di cose incomprensibili ai più, che hanno dilemmi morali e rimangono impelagati in dinamiche politiche. Perché dovrebbe funzionare un biopic simile su un personaggio, oltretutto, nemmeno pop? Eppure non solo in Oppenheimer questi aspetti funzionano, ma Nolan riesce a renderli anche immensamente cinematografici. Col montaggio, con la scrittura, con la musica, col comparto tecnico, con gli attori, ma soprattutto con la visione di saper cogliere le sfide e tramutare in possibile ciò che non lo era, un po’ come curiosamente fa proprio il protagonista del suo film. E allora Oppenheimer diventa una storia in cui tantissimi possono immedesimarsi, una metafora sulla necessità di realizzazione personale, contro tutto e tutti, che però ha inevitabilmente dei costi e lascia strascichi duraturi. La scintilla della follia era nel vero Oppenheimer e ora è in Nolan, ed è esattamente quella fiammella fondamentale per lanciarsi in avventure, per rischiare, e così realizzare grande autentico cinema.












Scrivi una risposta a I 10 Migliori Film del 2024 | bastardiperlagloria Cancella risposta