Ecco a voi i migliori film dell’anno che sta per concludersi, ricco di tanti bei film provenienti da ogni parte del mondo e che vanno ancor più celebrati per come riescono a trasportarci nella dimensione che noi cinefili amiamo.

Una classifica personale, innanzitutto, che cerca di essere il più pragmatica possibile e ricordare titoli da non perdere.

TOP TEN 2010
TOP TEN 2011
TOP TEN 2012
TOP TEN 2013
TOP TEN 2014
TOP TEN 2015
TOP TEN 2016  
TOP TEN 2017
TOP TEN 2018 
TOP TEN 2019
TOP TEN 2020 
TOP TEN 2021 
TOP TEN 2022
TOP TEN 2023

 

MENZIONI SPECIALI (in ordine alfabetico)

REBEL RIDGE (di Jeremy Saulnier, USA)

Lo stile action dei revenge movies, mischiato ad una grande esplorazione della violenza, è uno dei tocchi del cinema di Saulnier. Cosa succede, allora, quando per una volta si esplora l’anti-violenza? Il genio di Rebel Ridge è tutto qui: prendere la trama di Rambo, praticamente, e mostrare un trattato su un superuomo imbattibile che si rifiuta di sparare e uccidere, all’interno di una comunità-metafora figlia della gun violence. Mantenendo intatta la dose di adrenalina cinematografica.

 

 

SCOMODE VERITA’  (di Mike Leigh, Gran Bretagna)

L’umanismo di Mike Leigh raggiunge uno dei suoi apici in questo film: Scomode Verità è spogliato di qualsiasi orpello estetico, di qualsiasi pretesa di trama, per mostrare solo e soltanto la durezza di un oggi segnato da strascichi continui di odio, paure, ansie e depressioni. Il character study sulla protagonista è, forse, la più veritiera rappresentazione di come il mondo post-Covid abbia dilaniato i rapporti e costretto a chiudersi a riccio scovando dentro noi stessi, purtroppo, solo rancore e solitudine.

 

 

HITMAN (di Richard Linklater, USA)

Il talento dei grandi autori sta, spesso e volentieri, nel nascondere le proprie carte. E allora prendiamo Hitman: una parodia dei topoi dei film sui killer a pagamento, ormai fin troppo abusati nell’era dei vari John Wick. Ma alla fine è tutto un pretesto che serve a Richard Linklater per attirare pubblico e realizzare, in realtà, una screwball comedy anni ’30 che si serve della verve incredibile dei due protagonisti e tira fuori un crowd pleaser come non se ne fanno davvero più.

 

 

RUMOURS  (di Guy Maddin & Galen Johnson & Evan Johnson, Canada)

Spiegare la trama di Rumours, apparentemente, è facile: i grandi del G7 si riuniscono in un hotel e finiscono per essere gli ultimi rimasti contro una minaccia misteriosa. Facile, ma intrigante quanto assurda. E la parola chiave è l’ultima, perché poi non è per nulla facile intuire il tono assurdo e farsesco di questa satira dell’inefficienza del potere globale, che parte dai cliché dei vari paesi per colpire e ridicolizzare la politica dei grandi della Terra.

 

 

THE APPRENTICE (di Emerald Fennell, USA)

Fare in questi anni un biopic sull’ascesa di Donald Trump è quasi doveroso, da un certo punto di vista. E pur facendo un biopic piuttosto tradizionale, alla fine, The Apprentice ha una visione particolare grazie al tocco di Ali Abbasi, un regista non americano, quindi una visione non politicizzata, non polarizzata, e solo interessata ed eviscerare come il male si possa creare e come le persone che possono permetterselo facciano di tutto per cedere alle seduzioni del male e del potere.

 

 

KINDS OF KINDNESS (di Yorgos Lanthimos, Grecia/USA)

Il ritorno di Yorgos Lanthimos alla sensibilità degli esordi greci, dopo una scorpacciata di fama e premi dall’altra parte dell’oceano, era tanto attesa quanto azzeccata. E così Kinds of Kindness diventa una esplorazione cinica e assurda, menefreghista e violenta, completamente straniante grazie all’utilizzo fuori contesto di attori americani non abituati ad interpretare quel registro, di arrivismo, ossessione, solitudine e disperazione.

 

E adesso, è il momento dell’attesa…..TOP TEN!

 

10.  DAY OF THE FIGHT  (di Jack Huston, USA) 

Sì, Jack Huston deve palesemente pagare il copyright a Scorsese, ma va benissimo così, alzi la mano chi subisce influenze e ispirazioni da tutto quello creato fino ad ora. Ciò che conta è la rielaborazione, e conta davvero quando è così personale come in questo lavoro. Infatti in Day of the Fight c’è una tenerezza che le epopee scorsesiane raramente raccontano. Qui i sensi di colpa del proprio vissuto sono certamente un peso traumatico insormontabile, ma anche il motore per cercare, non una redenzione, ma una pace interiore. In una struttura fortemente episodica non c’è un solo fugace incontro che non sia bellissimo, non sia toccante, non sia veramente umano, e Huston affida la sua sincerità a due armi su cui trova scritto “ti piace vincere facile”: una è la New York in bianco e nero, che renderebbe affascinante anche il peggiore dei film, e l’altra è Michael Pitt, che quel volto tra l’inquietante e l’innocente lo aiuta da inizio carriera.

 

 

9.  KILL THE JOCKEY  (di Luis Ortega, Argentina)

Tra le cinematografie da tenere d’occhio negli ultimi anni c’è certamente quella argentina, una delle più varie a spaziare completamente generi e toni. Una capsula di tutto è, appunto, la follia di Kill the Jockey, quella che parte come una storia di gangster e finisce per essere una favola assurda e stralunata sulla ricerca della felicità, senza confini di corpi e possibilità. Già l’immagine iconica del protagonista, impellicciato e fasciato in testa, rende l’idea che non esistono mezze misure per il film, tra strabilianti momenti di ballo ad affascinanti attimi di realismo magico, passando per un umorismo surreale sempre sotto traccia. I temi così strettamente contemporanei del corpo e della sessualità sono la base per mostrare come una persona debba fare di tutto per sentirsi in pace con sé stessa.

 

 

8.  THE BRUTALIST (di Brady Corbet, USA)

Fin dal suo annuncio, si è parlato dell’impresa cercata da Brady Corbet così vicino a rasentare la follia: un magnum opus di quasi quattro ore girato in pellicola a 70 mm come i grandi film epici degli anni ’60. E di epico The Brutalist ha tutto, a cominciare proprio dalla hubris del suo autore che racconta l’ipocrisia del sogno americano prendendo a piene mani spunti da Orson Welles, John Huston, Stanley Kubrick e Paul Thomas Anderson. Paragoni che scottano, ma se devi ispirarti è giusto ispirarsi ai migliori, e questa epopea di ossessione che si scontra con antisemitismo e xenofobia è un ritratto spietato di quanto sia difficile ideare e realizzare l’arte.

 

 

7.  DEADPOOL & WOLVERINE  (di Shawn Levy, USA)

Dico l’onesta verità, questo film aveva tutto per essere da me odiato: egocentrismo, fan service, esagerazioni, umorismo onnipresente inutilmente. E c’è tutto, ma fatto dannatamente bene, va ammesso. Deadpool & Wolverine fa letteralmente il giro per quanto è un film meta che, alla fin fine, diventa forse il film del genere supereroistico più importante degli ultimi anni, perché esplora proprio la crisi di quel genere e l’inesorabilità del passaggio del tempo su film, attori, personaggi e gusti del pubblico. Sì, poi c’è anche il resto da contorno, ovvero ironia senza freni e una giostra di camei senza dosaggio, ma per una volta tutto è plasmato così attentamente, e tutto è così sensato nel suo essere sopra le righe, che la formula riesce. E poi non si può che volere sempre bene a Hugh Jackman.

 

 

6.  IL SEME DEL FICO SACRO  (di Mohammad Rasoulof, Iran)

Già solo lo stato di semi-clandestinità in cui Rasolouf ha condotto le riprese di Il Seme del Fico Sacro rende questo risultato, più che un’opera cinematografica, una vera esperienza di resistenza attraverso l’arte. E ancora di più la trama di questo film, le vicende di una padre e del rapporto via via sempre più esasperato con le figure femminili della sua famiglia, diventa specchio e metafore dell’Iran contemporaneo, delle sue travagliate proteste e della sua repressa necessaria voglia di cambiamento. Ma lungi da essere solo a rischio documentario, il regista iraniano fa vero cinema, usando tutte le caratteristiche del thriller, e la cupezza di una atmosfera soffocante tramite scrittura e montaggio, che cattura e sconvolge ogni tipo di spettatore.

 

 

5.  DAAAAAALI’  (di Quentin Dupiex, Francia)

Non solo è Quentin Dupieux al massimo, questo film. Non solo è Quentin Dupieux che gioca a fare il surrealista, cosa che in realtà accarezza da tutta la carriera. Non è solo dannatamente ed esilarante questo Daaaaaalì, come dovrebbe essere e fortunatamente è. Il punto è che Dupieux non gioca soltanto, ma realizza un vero film, soprattutto un vero e proprio perfetto biopic che non poteva che essere fatto in tal modo dato il soggetto. Il film forse più vero, finora, nella carriera dell’esuberante autore francese, ma imbevuto di una enorme dose di follia, nella struttura di partenza e nella realizzazione finale, che cattura dal primo all’ultimo minuto e solo all’apparenza sembra facile o innocua. Dopotutto, il segreto dei grandi film è conquistare, a prescindere da come lo fanno e a prescindere dalle ambizioni.

 

 

4.  A DIFFERENT MAN  (di Aaron Schimberg, USA)

Il peggior nemico dell’uomo è sé stesso. Questa favola dark dai toni grotteschi, soffocanti, surreali, ironici ma anche sommessamente malinconici, è un perfetto ritratto della timidezza e insicurezza maschile. Partendo da un assunto ormai sociologicamente contemporaneo, il dolore di vivere in un corpo che non si sente proprio, seppur qui per motivi ben specifici non legati al gender, A Different Man analizza antropologicamente ancor prima che psicologicamente le insicurezze maschili nella società moderna senza abbandonare un lato gioco irresistibile. Con una maestria di tono che passa da Kaufman a Bergman, in questo mondo di marionette in cui l’estetica conta più di tutto, il film mostra come l’estetica, però, sia soggiogata a fattori mondani come la confidenza e la voglia di apparire e tutti si pieghi all’esigenza di piacere al prossimo, più che a sè stessi.

 

 

3.  ANORA (di Sean Baker, USA)

Quando si dice capire che film si voglia fare, perché spesso e volentieri, purtroppo, tanti registi non hanno la minima idea di ciò che vanno a girare e tantomeno cosa arriva poi alle sinapsi del pubblico. Ma da anni il percorso di Sean Baker è chiarissimo, gettare una luce sugli ultimi in America, quelli in difficoltà quelli che non ce la fanno, quelli però che non ce la fanno con dignità sempre e comunque, sempre senza pietismo o chissà quale patina ipocrita. Che ciò si incarni nel lavoro dei sex workers, poi, è una ciliegina che Baker ha azzeccato in pieno. E allora Anora cosa ha di più? Un continuo miglioramento del senso cinematografico, che Baker affina film dopo film, e qui trova massima esplosione nell’elaborazione del genere. Nel suo nuovo film i cliché della commedia romantica sono estremizzati, masticati, messi a nudo e poi distrutti per essere infine nuovamente ricostruiti a pieno servizio della proprio poetica. In questa rivisitazione di Pretty Woman, che poi diventa rivisitazione dei toni da screwball comedy anni ’30, ancora una volta Baker sfrutta tutta quello che trova sul suo cammino senza perdere di vista l’elemento principale: l’umano.

 

 

2.  CHALLENGERS  (di Luca Guadagnino, USA)

Oramai lo possiamo affermare senza più possibilità di smentita, dopo tanti film e tanti anni: Luca Guadagnino è il più grande esploratore del tema del desiderio. Quando si tratta di ritrarre tentazioni, seduzioni, riflessioni peccaminose, corpi sudati, sguardi lascivi, inibizioni represse, tormenti interiori, niente batte il regista italiano. Challengers è l’ennesima prova, l’ennesima espliorazione iper sensoriale e così dannatamente cinematografica della necessità di volere qualcuno, di cibarsi del suo corpo e poi della sua anima, con tutto quello che c’è in mezzo. Montaggio, inquadrature, colonna sonora, sonoro, tutto serve ad amplificare le emozioni provate dai personaggi e la psicologia sottile di questo triangolo amoroso inscenato per pure desiderio sessuale poi trasformato in puro desiderio di dominio e potere.

 

 

1.  THE SUBSTANCE  (di Coralie Fargeat, Francia/USA)

Sembra quasi superfluo parlare del mondo in cui The Substance recuperi l’essenza, oltre che la pura estetica, del cosidetto body horror. Perché questo film è, a tutti gli effetti, senza alcuna remora e con estremo coraggio, una perfetta adesione al genere come non se ne vedono da anni. Con l’idea chiara di fregarsene se respinge, anzi. Ma naturalmente The Substance è tantissimo altro, e non potrebbe essere di meno frullando una marea di ispirazioni e influenze narrative di cinema passato e non solo, tutte filtrate attraverso il senso del genere, appunto, e poi di una sensorialità visiva figlia di un punto di vista splendidamente feminile. Punto di vista reso universale dalla bravura di Fargeat di intercettare il tormento di ognuno di invecchiare, essere sostituiti, piacere a tutti sempre e comunque non avere più un futuro. Che poi tale esplorazione avvenga ipnotizzando tutti con momenti ironici e disgustosi, facendo cinema, è tutto ciò che serviva.

 

 

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2 risposte a “I 10 Migliori Film del 2024”

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