BASTARDI
PER LA GLORIA

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    Gli Spietati (The Unforgiven) di Clint Eastwood, con Clint Eastwood, Gene Hackman, Morgan Freeman, Richard Harris.  USA 1992

    di Valerio Carta

    Di tutti i generi cinematografici, il western è il meno adattabile. Se voi sceneggiatori in erba covate il desiderio di scrivere un vostro western, sappiate che esistono dei comandamenti scritti sulla pietra. Lo spazio di manovra è ridotto, essendo tale genere chiuso in un determinato periodo storico e in un determinato ambiente. Il senso non è ovviamente letterale, potete anche non presentarvi puntuali sul monte Sinai, ma il rischio di scrivere una schifezza è sempre dietro l’angolo. Se volete leggere delle recensioni riguardanti i film western nel loro picco più alto, vi rimando alle ottime recensioni già presenti in questo sito relative alla trilogia del dollaro di Sergio Leone (“Per un pugno di dollari”, “Per qualche dollaro in più” e “Il buono, il brutto e il cattivo”). All’interno di essi era ricorrente il personaggio dello straniero senza nome, il cowboy errante che per affascinare il pubblico aveva bisogno solamente di un poncho e di un sigaro, stretto tra i denti con un’espressione fredda e calda allo stesso tempo; in altre parole, Clint Eastwood. (altro…)

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    A History of Violence di David Cronenberg, con Viggo Mortensen, William Hurt, Ed Harris, Maria Bello, Ashton Holmes.  USA/Germania 2005

    di Valerio Carta

    Quando la lunga fiumana di spettatori si espande verso l’uscita del cinema al termine di una proiezione, è noto quel primo senso di smarrimento che li accompagna. Le parole si confondono ai passi resi pesanti dalle due ore trascorse su un seggiolino, gli occhi e le orecchie devono ancora riabituarsi ai rumori della strada dopo aver vissuto in prima linea per un’ora e mezzo il miracolo dell’arte audio-visiva. Per un film di David Cronenberg, solitamente, tutte queste sensazioni sono elevate al quadrato. Andare a vedere un suo film al cinema è come recarsi a visitare una mostra di opere d’arte: immediatezza e sensazione, non limitata ai tempi scenici. Cronenberg è certamente tra quei registi che possiamo considerare artisti: eccentrico, eccessivo, innovativo, visionario. Non bisogna identificarlo solamente con i temi che ha introdotto nelle prime fasi della sua carriera: il corpo umano e le malattie che lo colpiscono (Il demone sotto la pelle, 1975), la carne (Videodrome, 1983 – Crash, 1996) e la metamorfosi (La Mosca, 1986)costituiscono infatti solo una parte della sua produzione. Se Cronenberg nella sua carriera ha raggiunto l’eccellenza con film molto diversi l’uno dall’altro, il merito è dovuto alla sua capacità di addentrarsi negli abissi della psiche umana come pochi registi. (altro…)

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    Taxi Driver di Martin Scorsese, con Robert De Niro, Jodie Foster, Harvey Keitel, Cybill Shepherd, Leonard Harris. USA 1976

    di Valerio Carta

    Parlare di Taxi Driver implica la necessità di addentrarsi in un mondo a parte, in cui le analisi convenzionali risultano inefficaci per descriverlo. Più che un film, Taxi Driver è un’opera d’arte – definizione che non necessariamente lo eleva ad un piano superiore, ma semplicemente diverso. Martin Scorsese, nativo di New York, sfrutta tutte le potenzialità artistiche della sua città e del linguaggio audio-visivo per affrontare l’argomento su cui si basano una buona parte delle arti e delle scienze: l’essere umano, con i suoi eterni dilemmi. Taxi Driver sta all’uomo, come l’uomo sta al cinema. (altro…)

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    Django di Sergio Corbucci, con Franco Nero, José Bodalo, Loredana Nusciak, Eduardo Fajardo.  Italia/Spagna 1966

    di Valerio Carta

    Se si fermano dieci persone in strada per chiedere loro che cosa sia il jazz manouche, è difficile che arrivi anche solo una risposta positiva. Discorso opposto, invece, se la domanda avesse come soggetto il cinema. È certo però che il musicista belga Django Reinhardt, massimo esponente nonché creatore del jazz manouche, non si sarebbe mai aspettato in tutta la sua vita terminata il 16 maggio del 1953 che qualche anno dopo un regista italiano, tale Sergio Corbucci, esperto, guarda caso, di jazz e di cinema, avrebbe usato il suo nome per battezzare uno dei quantitativamente maggiori body-to-work che l’industria della settima arte abbia mai conosciuto. (altro…)

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    Oldboy di Park Chan-wook, con Choi-Min-sik, Yu Ji-tae, Kang-Hye-jeong, Corea del Sud 2003

    di Valerio Carta

    A Seoul, durante una serata piovosa, un uomo di nome Oh-Dae-su viene trattenuto in una stazione di polizia in stato di ubriachezza. Un suo amico lo va a prendere, lo fa uscire e si allontana per fare una telefonata. Quando esce dalla cabina telefonica, di Dae-su, nel marasma notturno e in un labirinto di ombrelli, non vi è più traccia. Dae-su si risveglia in quella che ha tutta l’aria di essere una camera d’albergo, non fosse per la porta bloccata, dotata di una fessura che permette il passaggio dei piatti con del cibo. Dae-su non ha idea di chi lo abbia imprigionato in quella camera, né del motivo, né conosce la durata della sua prigionia. Tutto quello che ha a disposizione è un televisore da cui viene a conoscenza che sua figlia è stata rapita e portata in Svezia e sua moglie è stata assassinata. Vicino al cadavere, la polizia ha rinvenuto tracce ematiche appartenenti a Dae-su.Quindici anni dopo, Dae-su viene improvvisamente liberato sul tetto di un grattacielo, nell’area dove fu rapito quindici anni prima, e inizia una caccia all’uomo per scoprire chi lo ha rinchiuso, perché lo ha fatto e infine per ottenere vendetta. Ma le apparenze, in una storia di vendetta, spesso sono più ingannevoli della stessa. (altro…)

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    Akira di Katsuhiro Ōtomo. Giappone 1989

    di Valerio Carta

    16 luglio 1988. Panoramica della città di Tokyo. Clacson che suonano. Vento che soffia. Un cerchio di luce bianca in lontananza a cui fa seguito una devastante esplosione. Il fungo atomico che si espande e lentamente divora l’intero agglomerato urbano. Silenzio. Schermo bianco.
    Anno 2019. Una panoramica della città di Nuova-Tokyo, trentuno anni dopo la Terza Guerra Mondiale. Schermo nero, sul quale si proietta una frase in rosso: AKIRA.

    Era il 1960 quando i Flinstonesottennero la loro prima TV dando modo alla popolazione americana in primis e a quella mondiale in secundis di incollarsi allo schermo durante la proiezione di macchine con pietre al posto delle ruote e dinosauri utilizzati come aereoplani. In quegli anni, dall’altra parte del mondo, precisamente in Giappone, il cinema era monopolizzato dalle opere epiche di Akira Kurosawa, celebre regista che terminò il lavoro di Yasujiro Ozu portando il cinema giapponese a divenire una delle grandi potenze mondiali cinematograficamente. Il cinema in Oriente si stava evolvendo e in Occidente l’animazione assumeva toni meno impegnativi rispetto all’epicità della Disney, target che racchiudeva più generazioni di persone. Katsushiro Otomo durante quella serie di avvenimenti storici era solo un ragazzo che iniziava a produrre i suoi primi lavori animati, con uno stile progressista tipico della sua terra natia.Nel 1989, conAkira, Otomo firma la sua magnum opus, un kolossal supportato da una delle più ingenti produzioni di tutti i tempi. L’evoluzione di questo film, da manga, a film animato, a fenomeno culturale in Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti per citare tre grandi potenze mondiali, non ha segnato solamente il cinema d’animazione, ma ha contribuito a rivoluzionare i canoni della fantascienza, processo già in atto da pochi anni per mezzo del Blade Runner di Ridley Scott (1982). Il cinema d’animazione, notoriamente, è il sottogenere di arte cinematografica che più di tutti fatica ad arrancare, supportato da uno zoccolo duro di fans e snobbato dagli amanti della live-action, ma Akira non è solo questo, è cyber-punk portato ai livelli più estremi: se Blade Runner è il classico del movimento in occidente, Akira è il suo corrispettivo in oriente.

    Nella stordente sequenza iniziale, in un tripudio di luci, suoni ed immagini che ci riconducono ad un futuro eccentrico nelle apparenze, otteniamo una chiara idea di ciò che vedremo nel corso dell’opera. La terza guerra mondiale non ha devastato solo la città di Tokyo, ma anche gli ideali della gente. I ragazzi trascorrono le loro giornate in scuole che cadono letteralmente a pezzi, tra insulti e soprusi con gli insegnanti, e di notte danno libero sfogo al loro rancore sfidandosi in folli corse motociclistiche dove tutto è concesso. Il rombo dei motori durante l’opera è costante tanto quanto l’impatto scenico, con la profondità studiata ad hoc per apparire più reale del reale. La colonna sonora dovrebbe essere studiata nelle scuole di cinema per spiegare come si produce un degno suono extra-diegetico: la musica che accompagna le scene ridonda dentro le stesse, l’idea prodotta è quella di un futuro nebbioso, troppo legato al passato, un’idea di velocità – resa concreta dalle corse motociclistiche – distorta, sulla quale sfuma il presente e quindi l’immobilità. Un frenetico movimento di immagini, luci e suoni che rischia di far perdere qualcosa allo spettatore poco attento in una prima visione, ma che soprattutto ha fatto perdere tutto ai personaggi del racconto.

    Ogni opera futuristica, nella letteratura o nel cinema, ha un aspetto distopico che influenza la costruzione del racconto. Nelle opere di Asimov la distopia non era diretta ma apparente, da ricercare nell’animo umano del lettore. In 1984 di George Orwell ogni lettera del romanzo è in funzione del terrificante futuro distopico dipinto dallo scrittore inglese. In Blade Runner è la storia che costruisce la distopia. In Akira, invece, l’aspetto distopico è qualcosa che è chiaramente presente sin dall’inizio, ma non è chiaro sinché non emerge in superficie. È un lento processo, che passa per delle tappe: una storia di corruzione a Nuova Tokyo, con lo Stadio Olimpico – teatro di un finale memorabile – che in realtà è un sotterfugio per nascondere gli sprechi di una classe politica poco attenta a gestire la situazione del dopoguerra. Una storia con elementi sovrannaturali, come lo stesso Akira, vero protagonista dell’opera che incolla tutti i personaggi del racconto ma che in verità non compare mai sulla scena. Non è solamente un’autocelebrazione artistica da parte di Otomo, bensì un film di denuncia verso molti aspetti della società giapponese. Akira ha uno stile universale per la struttura della trama, giapponese per quanto riguarda i dettagli che la compongono. I due personaggi principali sono due ragazzi di nome Kaneda e Tetsuo. Il primo è a capo di una banda di motociclisti, il ragazzo forte d’animo e valoroso, il secondo si sente sfruttato da Kaneda e gli anni trascorsi subendo prese in giro dai ragazzi più grandi gli hanno donato una visione malvagia della sua vita frustrata, in cui desidera acquisire un’immagine di leadership. È lui il vero protagonista/antagonista della storia, catturato dall’esercito per sfruttare il suo enorme potere, che in seguito userà per fare ciò che ha sempre desiderato: comandare, e vendicarsi di Kaneda. Paradossalmente la caratterizzazione dei personaggi è il punto debole dell’opera; nel cinema giapponese Kurosawa, Kitano e Ozu animano personaggi distaccati dai canoni occidentali, ognuno con un proprio modo di pensare fuori dalle righe in grado di catalizzare su di sé l’attenzione della storia; qui i personaggi sono costruiti in funzione della storia, con molti cliché occidentali – basti pensare al colonnello Shikishima, capo dell’esercito e consigliere politico, capace solo di digrignare i denti e sbattere pugni al tavolo – che rimangono passivi. Si può comunque giustificare in un’opera del genere Otomo, che ha spostato l’attenzione su Nuova-Tokyo e i personaggi di quel contesto non possono che esserne influenzati. Akira, però, rimane troppo in penombra durante certe parti del film, ed è il personaggio a cui viene data paradossalmente meno attenzione. Ci si aspetta di vederlo sbucare da un momento all’altro, ma non arriva mai, e non delude solo i personaggi, ma anche gli spettatori. Per buona parte del film ci si dimentica anche della sua presenza celata in preda all’attenzione verso la metamorfosi di Tetsuo. Ma questo ha un senso: Akira, prima di essere ogni altra cosa, è un simbolo, e come tutti i simboli finisce per essere mitizzato.

    Per anni si è discusso di un possibile remake in live-action. Con l’evoluzione della tecnica cinematografica e il potenziamento degli effetti speciali sarebbe senz’altro possibile, ma non plausibile; Akira è un film che vive della propria animazione. Roger Ebert lo descrisse come un “esperienza extra-sensoriale” per lo spettatore, un sovraccarico di percezioni che influenzano il normale andamento della storia tanto che per qualcuno la trama potrebbe sembrare priva di senso. La reale concentrazione è sulle emozioni che gli effetti di questo futuro producono. Non avrebbe senso in live-action. Dragon Ball ha dimostrato che un successo planetario per i manga e per i vari film d’animazione può essere al tempo stesso un flop colossale nel cinema, per la difficoltà di ricreare con attori in carne ed ossa quella specie di magia tipicamente giapponese. In Akira questo concetto è ancora più esasperato, perché non si tratta solo dei personaggi – e ricreare gli uomini con il volto da vecchi e i corpi da bambini non funzionerebbe, perché siamo abituati a vederli animati – ma soprattutto di ambientazione. Gli inseguimenti con le motociclette forse funzionerebbero, ma a quale prezzo?

    E qui arriviamo al punto cardine. Akira è un classico della fantascienza?

    La fantascienza è un genere che ha avuto dei boom in diversi periodi della storia, con produzioni ingenti e talvolta pacchiane (soprattutto negli anni ’50 ad Hollywood) ma altre che hanno favorito lo sviluppo di convenzioni per affiancare alla stessa diversi sottogeneri. Così come Ed Wood era il maggiore esponente delle prime, Jack Arnold è stato capace di introdurre tematiche che prima eravamo in grado solo di leggere, precisamente negli scritti pulp degli anni ’30. Tra i grandi classici dello stesso periodo di Akira, troviamo Alien e Guerre Stellari: il primo si affianca all’horror, il secondo è influenzato dai film western degli anni ’60. Akira, rispetto a questi, è sì qualcosa di diverso, ma è anche fantascienza nuda e cruda, violenta visivamente e fisicamente. Non è un film per tutti. Non è un film per tutti i bambini. Non è un film neanche per tutti gli adulti, per quanto le tematiche drammatiche, fanta-politiche e per certi versi anche splatter sono evolute. Akira è un classico del cyber-punk, che nel vortice finale del film si mostra al mondo nella sua purezza, come Akira e come Tetsuo.

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    Avatar di James Cameron, con Sam Worthington, Zoe Saldana, Stephen Lang, Sigourney Weaver, Michelle Rodriguez, Giovanni Ribisi.   USA 2009

    di Emanuele D’Aniello

    Avatar è un film passato immediatamente alla storia grazie al risultato del box office che lo ha incoronato, senza contare l’inflazione, come il più grande incasso di tutti i tempi a livello americano (760 milioni di $ solo negli Stati Uniti) e soprattutto a livello globale (2 miliardi e 780 milioni racimolati in tutto il mondo). James Cameron si è spodestato da solo, perché il primato precedente apparteneva al suo Titanic, e proprio dal film vincitore di 11 Oscar non tornava al cinema. Ha passato anni a progettare Avatar, dalla sua prima ideazione sono passati 15 anni, ha atteso prima di girarlo che la tecnologia disponibile fosse adatta e pronta per realizzare la sua opera. Ma è valsa la pena aspettare tutto questo tempo? (altro…)

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    di Emanuele D’Aniello

    Iniziamo a passare in rassegna l’intera filmografia di Stanley Kubrick, indubbiamente uno dei più grandi e influenti artisti del secolo scorso. I primi lavori del grande autore vengono accorpati e oggi analizziamo i suoi primi tre importanti film.

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    Orizzonti di Gloria  (Paths of Glory) di Stanley Kubrick, con Kirk Douglas, Ralph Meeker, Adolphe Menjou, Wayne Morris, Timothy Carey.  USA 1957

    di Emanuele D’Aniello

    Stanley Kubrick e i suoi film sono stati indistintamente idolatrati da critica e pubblico, un privilegio riconosciuto a pochissimi altri autori. I detrattori dell’artista hanno però rivolto sempre una critica ben precisa a Kubrick, quella di realizzare opere fredde, ciniche, distaccate, emotivamente distanti. Come risposta a questo errato pensiero credo che nulla sia meglio della scena finale di Orizzonti di Gloria, uno dei maggiori culmini emotivi mai toccati dal cinema nel ventesimo secolo: dopo tanti momenti di battaglia, processi ed esecuzioni, un manipolo di soldati francesi sosta in un bar, poche minuti prima di partire nuovamente per il fronte, consci di rischiare la vita. Una ragazza tedesca, proveniente quindi dalla nazione in quel momento nemica (interpretata da colei che diventerà la moglie di Kubrick fino alla sua scomparsa, conosciuta proprio su quel set), viene portata sul palco per intrattenere con una canzone i soldati. È trattata in malo modo, sbeffeggiata, strattonata, usata come una scimmia ammaestrata. Tra le lacrime, inizia ad intonare le note in tedesco di una canzone tristissima. I soldati ovviamente non capiscono e non conoscono le parole, ma iniziano a mormorare le note della canzone unendosi alla ragazza nel canto. Le prese in giro sono dimenticati, le differenze nazionali alle spalle, tutti cantano uniti commossi poco prima di andare in guerra. Il loro generale li guarda fuori dal locale e decide di attendere qualche minuto in più, lasciandoli nella loro momentanea serenità, prima di chiamarli e farli tornare in guerra. (altro…)

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    Spartacus di Stanley Kubrick, con Kirk Douglas, Laurence Olivier, Peter Ustinov, Jean Simmons, Tony Curtis.   USA 1960

    di Emanuele D’Aniello

    Ad appena 31 anni Stanley Kubrick coglie l’occasione di girare uno dei film più maestosi e importanti nella storia del cinema fino a quel momento. Ma il regista non riuscirà mai a prendere davvero in mano il controllo sulla produzione e sullo stile della pellicola, non lo sentirà mai suo, quasi lo rinnegherà negli anni successivi. Ad oggi, pur essendo girato da Stanley Kubrick, questo rimane essenzialmente il film di Kirk Douglas, un grandissimo titolo che si inserisce nel lungo filone di quegli anni di film epici in costume ispirati all’antica Roma, ma che poteva dire sicuramente qualcosa di più. (altro…)