A Dangerous Method di David Cronenberg, con Michael Fassbender, Keira Knightley, Viggo Mortensen, Sarah Gadon, Vincent Cassel. Canada/Gran Bretagna 2011
di Emanuele D’Aniello
All’inizio del secolo scorso, a Zurigo, negli studi del giovane psicoanalista Carl Gustav Jung viene portata una altrettanto giovane donna con seri problemi mentali, l’ebrea di origine russa Sabrina Spielrein. Su di lei, per curarla, Jung decide di applicare le teorie di Freud, che considera un suo mentore. Tutto ciò porta all’incontro tra i due grandi pensatori, ma la relazione tra Jung e la Spielrein, sempre più intima e sempre meno professionale, apre un vortice dalle inevitabili conseguenze.
Partiamo subito dicendo che ci troviamo davanti ad un discreto film, buono nella forma e ottimamente recitato. Michael Fassbender è solidissimo e credibile nella propria parte, Keira Knightley, in un delicatissimo ruolo, esagera senza mai andare troppo sopra le righe, e Viggo Mortensen è suadente e affascinante esattamente come il suo Freud deve essere, in grado di ammaliare gli spettatore come fece il personaggio col giovane Jung. Ma la presenza di David Cronenberg alla regia può anche lasciare interdetto chi conosce l’arte del cineasta canadese. Uno che all’inizio della carriera si è sempre tenuto lontano dalle luci ribalta, girando piccoli film ai confini con l’horror, diventando pian piano sempre più audace e consapevole dei propri mezzi, sfornando continuamente opere rigettate per le tematiche forti e la messa in scena estrema. Col tempo è diventato un regista cult, ora è addirittura un autore apprezzato in tutto il mondo, ogni suo film è stato rivalutato, come se ci fosse veramente bisogno della benedizione dell’establishment istituzionale. I film dell’ultimo decennio (A History of Violenceprima e La Promessa dell’Assassino poi) lo hanno consacrato come regista maturo, ma questa ultima fatica più che nella maturità lo conduce nel classicismo più letterale. Non parliamo dei costumi, delle scenografie, perché non sono certo questi elementi a rendere un film classico. Più che altro Cronenberg si serve di una sceneggiatura sbagliata per il suo cinema, da sempre costruito su immagini spiazzanti e laceranti introspezioni degli stati d’animo. Il copione di Christopher Hampton, tratto da un’opera teatrale, è un autentico polpettone da digerire, pieno di tantissime parole e frasi fatte, in cui si parla, parla, parla, parla, anche quando non sono i personaggi ad aprire bocca si continua a parlare tramite lettere con una onnipresente voce fuori campo. Il linguaggio è anche ostico, non perché sentiamo tecnicismi o teoremi, ma per i continui richiami intellettuali. Certo, ci lamentiamo spesso che i film moderni non sono intelligenti, ma questo lo è fin troppo. Il ritmo è glaciale, la rappresentazione delle emozioni è rarefatta e algida, il che sembra una chiara scelta stilistica, ma nonostante ciò sembra incredibile considerando quanto i film di Cronenberg sono solitamente forti, viscerali, potenti da far stare male.
Il regista canadese riesce comunque ad inserire la sua poetica. La figura dello scienziato al centro della storia, come motore di un cambiamento interiore e non solo, ricorre spesso nelle sue opere. Il tema della metamorfosi, per uno che ha realizzato La Mosca, non è certo nuovo, e qui audacemente lo ribalta: Sabrina Spielrein non diventa un mostro, ma inizia come mostro e compie una trasformazione positiva, passando da pazza a intellettuale, da paziente a dottore. I tormenti interiori dei protagonisti sono sempre presenti, la sessualità fatta di pulsioni primordiali e istinti perversi è molto marcata, grazie a scene distorte, dolorose, voyeustiche. Ma tutto questo stride con buona parte del film, e rimane imprigionato in una sceneggiatura che appare datata. Il film poteva essere molto più spinto, molto più intimamente cronenberghiano, ma non esplode mai. Non prende nemmeno una direzione decisa, tanto che alla fine della visione non si capisce se si è appena visto un film storico o no, se la storia parla del rapporto difficile tra Jung e Freud, se parla della traumatica nascita della psicoanalisi moderna o se narra della torbida relazione personale tra Jung e una delle sue più famose pazienti. Ma forse in un certo senso anche questo è Cronenberg puro, un regista in costante evoluzione, un autore in grado di trasformarsi come i suoi personaggi, nascendo reietto del sistema ormai divenuto cineasta classico. Forse questa è davvero la più riuscita delle sue metamorfosi.



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