This Must Be the Place – recensione

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This Must Be the Place di Paolo Sorrentino, con Sean Penn, Frances McDormand, Judd Hirsch, Eve Hewson.  Italia/Usa 2011

di Emanuele D’Aniello

Al suo quinto lungometraggio, Paolo Sorrentino può tranquillamente passare dal titolo di miglior regista italiano contemporaneo a quello che lo colloca tra i migliori registi emergenti europei. Dimostra con assoluta sicurezza di poter dirigere una produzione internazionale, un budget maggiore rispetto ai soliti nostrani, un cast con due attori premi Oscar, e tematiche non certo semplici. In un certo senso era la prova del nove per la sua carriera, superata brillantemente.

Come in tutto il cinema di Sorrentino, al centro della vicenda troviamo un figura maschile che occupa praticamente ogni fotogramma della pellicola. La storia gira intorno a lui, ancora più che in altre occasioni la storia E’ lui. Qui però Sorrentino compie un ulteriore passo in avanti, presentando forse la personalità più complessa (insieme al suo Giulio Andreotti in Il Divo) mai portata sullo schermo. Tutti i suoi personaggi sono da sempre eccentrici, singolari, ricolmi di se ma fragili interiormente, sempre con la soluzione di ogni cosa in mano, spesso parlano con frasi fatte per far capire di essere avanti a tutti. Ma il Cheyenne di Sean Penn, questa rockstar ritirata che non suona da 20 anni, parla in falsetto e cammina lentamente, a differenza di tutti gli altri ha una carica emotiva devastante. Questo film è un autentico romanzo di formazione, accompagniamo Cheyenne nella sua crescita, in una reale e prorompente evoluzione. Grosso merito va dato alla notevolissima prova di Sean Penn, magnifico nel caratterizzate il personaggio con piccoli dettagli (la voce, la risatina, il soffio costante al ciuffo), in grado di recitare con minimi ma sostanziali cambi di espressioni, capace di reggere continuamente le corde esteriori e interiori di un personaggio così bizzarro, in costante rischio di sprofondare nel grottesco diventando una caricatura. Sean Penne rischia, accettando un ruolo così curioso da un regista ancora poco conosciuto, e Sorrentino lo ripaga rischiando ancora di più, realizzando la sua opera finora più originale e intimista. Originale anche per la netta divisione della storia in due tronconi  (per la prima volta Sorrentino scrive a quattro mani la sceneggiatura, in questo caso con Umberto Contarello) in cui la cesura e il collegamento è legato sempre a Cheyenne e al suo percorso. Intimista e personale, perché come detto da Sorrentino stesso è il suo primo film in cui inserisce diversi elementi autobiografici.

Cheyenne si sposta dall’Irlanda, in cui la sua vita è ammantata dalla noia, al sud degli Stati Uniti, dove tra incontri rivelatori e viaggi catartici può finalmente rinascere in tutti i sensi. Gli incontri che Cheyenne fa non sono tutti riusciti (il più dimenticabile è quello in un bar con un tatuatore, un dialogo poco credibile ricolmo di luoghi comuni e frasi fatte) ma ogni sosta e ogni parola detta un mosaico umano ed emotivo fondamentale per lo sviluppo del personaggio. La visione sorrentiniana di una certa America di provincia potrebbe essere per alcuni stereotipata, per altri banale (non può non ricordare Paris, Texas di Wim Wenders) ma è estremamente funzionale al messaggio che il regista vuole trasmetterci: questo è quello che a lui interessa, e quello vediamo. Sorrentino è sempre stato attratto dal brutto, dal curioso, quasi dal kitch, sia nei volti dei personaggi sia negli oggetti di scena, e qui non è da meno, ricordandoci che l’America è anche quella che perde tempo a realizzare il pistacchio più grande del mondo per crogiolarsi nella propria inutile vanità. Un passaggio però che non ha convinto appieno la critica soprattutto americana è quello relativo all’Olocausto, alla ricerca che Cheyenne compie per scovare il criminale nazista che torturò il padre sessanta anni prima. Il film non è certo un film sull’Olocausto, e non vuole esserlo, anche questa sottotrama infatti è funzionale al percorso di Cheyenne, perfino fondamentale considerando il finale di grande impatto. Sorrentino ha la grandissima intelligenza di non utilizzare mai l’Olocausto in maniera pretestuosa, ma lo fa invece con sincerità ed enorme rispetto, ha l’onestà intellettuale di arrendersi di fronte ad un qualcosa di così vasto e complesso, risolvendo il tutto con estrema coerenza.

Non è il miglior film del regista, ma probabilmente quello che i suoi sostenitori più vivaci volevano vedere e si aspettavano (considerando anche i molteplici legami tematici ed emotivi, e anche qualche citazione, con Le Conseguenze dell’Amore), questo è un film che sprizza Sorrentino da ogni fotogramma. Lo stile e la composizione dell’inquadratura non cambia, la sua bravura nel muovere continuamente la macchina da presa (esageriamo, ora forse al mondo i migliori registi ad usare il dolly sono lui e Martin Scorsese, mica l’ultimo arrivato), il saper far parlare le immagini stimolando l’occhio dello spettatore. E poi l’utilizzo della musica nei momenti chiave, che qui culmina addirittura con la presenza di David Byrne, nel meraviglioso piano sequenza che è la scena del concerto, tecnicamente e non solo la migliore scena del film. Un film che, paradossalmente, nella freddezza e nel distacco di alcuni passaggi, riesce ad emanare un calore ed una umanità fortissima, forse il miglior viatico per quella che speriamo possa essere la seconda fase nella carriera di un regista di cui noi italiani possiamo (ed era ora) andare fieri.

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