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Mosse Vincenti (Win Win) di Tom McCarthy, con Paul Giamatti, Amy Ryan, Alex Shaffer, Jeffrey Tambor, Bobby Cannavale.  USA 2011

di Emanuele D’Aniello

Il cinema contemporaneo è pieno di generi, sottogeneri, storie fantastiche, personaggi sopra le righe, approcci originali e innovativi, effetti speciali e sonori, scomposizioni cronologica e visiva. Si dovrebbe dire per fortuna, così ogni tipo di pubblico rimane soddisfatto. In tutto questo marasma cinematografico, ancora più fortunatamente c’è un genere che non delude mai nella sua semplicità, come una vecchia casa accogliente in cui tornare per stare sereni: il cinema indipendente americano. Storie e personaggi sono al centro della narrazione e della messa in scena visiva, solo questo, senza mezzucci o artifici vari, e funziona ogni volta. L’attore, regista e sceneggiatore Tom McCarthy sta pian piano affermandosi sempre di più come una delle voci più interessanti nel panorama indipendente americano.

Siamo in New Jersey, l’avvocato Mike Flaherty, che nel tempo libero fa l’allenatore di lotta libera in un liceo, ha serie difficoltà economiche. Quando si presenta il caso di un anziano cliente, Mike decide di diventarne il tutore legale solo per incassare la rendita mensile di 1500 dollari, ma in realtà lo porta in segreto in una casa di riposo. Improvvisamente un giorno il giovane Kyle, nipote dell’anziano, si presenta in città in fuga dalla madre, e Mike lo ospita temporaneamente: in questo soggiorno Mike scopre che il ragazzo è un vero talento nella lotta libera, e lo aggrega alla sua squadra. La premessa è fin troppo semplice, soprattutto fin troppo credibile. L’autore non ha bisogno di chissà quale espediente narrativo per coinvolgerci nella storia, e già dopo una ventina di minuti siamo completamente entrati in quell’ambiente, è come se fossimo anche noi in New Jersey e fossimo conoscenti, se non addirittura amici, di Mike e la sua famiglia. McCarthy ha questo innato talento, che si era già intuito nelle sue ottime prove precedenti, lo struggente The Station Agent e il polemico L’Ospite Inatteso, un’abilità nel tratteggiare situazioni e personaggi incredibilmente umani con cui qualsiasi genere di spettatore riesce ad empatizzare. Semplicità però, si badi bene, non vuole dire banalità: le storie sono sempre molto complesse, e questo film non fa eccezione. The Station Agent raccontava con delicatezza e tristezza il tema della diversità,L’Ospite Inatteso con dirompente forza sociale il tema sempre attuale della tolleranza, e qui vediamo narrate le difficoltà della crisi economica dei giorni nostri. Mike Flaherty, il nostro protagonista, è una brava persona, un bravo marito, un amorevole padre, un amico rispettato, la classica persona tenera e tranquilla, eppure non si fa scrupoli quando ha l’occasione di rubare mensilmente soldi ad un povero vecchio, anche se 1500 dollari non sono certo una cifra che gli cambia la vita. Mike non è un ladro, non è diventato un criminale, probabilmente anche dopo un simile gesto non ruberebbe mai la borsetta per strada ad una signora, ma la situazione è talmente grave che, se ne ha l’occasione, lo fa. Le più grandi vittime della crisi economica, che nell’ultimo biennio in America è diventata davvero crisi sociale, sono le persone umane e più deboli. McCarthy pone anche altre problematiche (la realtà di provincia, il concetto di famiglia allargata o tradizionale, lo sport come collante interpersonale) ma non si sofferma troppo su di esse, non inizia pensati indagini o dissertazioni psicologiche, fa qualcosa anche più complesso: mostra la quotidianità, e come questi problemi entrano nella vita di persone normali. Mostrare la quotidianità, quella vera, è forse la cosa più difficile, e al tempo stesso sempre di grande impatto emotivo.

Il film, nella sua piccolezza, nella sua assenza di ambizioni, funziona pienamente. Merito è anche, ovviamente, degli attori, che nel cinema indipendente hanno sempre un ruolo di primo piano, possono recitare liberamente e mettere in mostra grande talento avendo a disposizioni buone storie e ottimi personaggi. Paul Giamatti, inutile ribadirlo, è uno dei migliori attori contemporanei in assoluto, perché rende credibile qualsiasi ruolo interpreta. La sua più grande dote è indubbiamente quella di essere davvero l’uomo comune per antonomasia, trasmettendo tutta l’umanità possibile, una dote quasi da attore neorealista italiano: pensateci bene, ma spesso i suoi personaggi, ancora di più questo Mike Flaherty, si potrebbero incontrare tranquillamente per strada ogni giorno. Eppure nel film la bravissima Amy Ryan riesce addirittura a superarlo e rubargli spesso e volentieri la scena, con una incredibile gestione dei sentimenti e delle espressioni: materna e autoritaria allo stesso modo, è il vero centro emotivo, semplicemente strepitosa. Attorno a loro un cast perfetto di comprimari, attori giusti al posto giusto (il giovane Alex Shaffer, pur essendo stato ingaggiato più per le sue capacità da wrestler che da attore, brilla in una parte non facile grazie ad una forte carica di tipica chiusura adolescenziale) che fanno chiedere se la grande abilità di Tom McCarthy sia quella di scrivere grandi personaggi oppure trovare i volti perfetti per quei personaggi. L’importante è che continui a realizzare simili  film: pur non cambiandoti la vita o la giornata, ti lasciano felice. E questo è già un gran merito.

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