Melancholia di Lars Von Trier, con Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Alexander Skarsgard, Stellan Skarsgard, John Hurt, Charlotte Rampling. Danimarca 2011
di Emanuele D’Aniello
Molti film parlando di qualcosa, moltissimi altri film purtroppo non parlano di niente. Pochi film invece hanno la forza e l’abilità di mostrare e far vivere qualcosa, e il nuovo film di Lars Von Trier entra in questa categoria. Senza troppi problemi, Melancholia non parla di depressione, ma mostra la depressione nel senso più vero e radicale del termine. Il film è un viaggio nella depressione umana (in questo caso, in quella del regista) da cui si esce scossi e profondamente turbati, ma sicuramente toccati nel profondo, in positivo o in negativo. I film di Von Trier polarizzano sempre pubblico e critica, così è sempre stato e così sempre sarà.
L’autore danese ha sempre amato la provocazione, il gioco con lo septtatore, la sfida alla critica e ai colleghi. Lo ha fatto con film discutibili, con esperimenti e approcci al mezzo cinema non comuni, col suo manifesto cinematografico estremo Dogma 95, che poi è stato il primo a trasgredire e abbandonare quando più gli è convenuto. Ma anche lui ha capito che non è più il tempo per giocare e per provocare. Von Trier non gioca più, non perché sia maturato, ma perché ora non gli interessa. Il suo scopo è offrire allo spettatore una delle visioni più apocalittiche e tristi mai mostrare sulla vita e morte della Terra, sguinzagliando senza più freni tutto il proprio pessimismo cosmico. Non a caso, il film inizia già con la fine del film, che coincide con la fine della Terra, con la distruzione del nostro pianeta, come a dire che non c’è proprio speranza e possibilità di salvezza. Lo fa con un prologo di poco meno di dieci minuti sulle note dell’Overture del Tristano e Isotta di Richard Wagner, con immagini in slow motion degli ultimi istanti dei nostri protagonisti e dell’impatto cosmico. Questo prologo mostra la grande qualità artistica della regia di Von Trier, immagini estetizzanti curate con eleganza, e crea fin da subito il tono stilistico della pellicola. Formalmente è impeccabile, ed è quasi inquietante che immagini e musiche così belle siano abbinate alla fine del mondo, una scelta che solo un inguaribile ottimista o un depresso potrebbe fare. Conoscendo Von Trier, non abbiamo dubbi su quale opzione andare.
Terminato il prologo, il film è diviso in due capitoli (il primo Justine e il secondo Claire, il nome delle due sorelle protagoniste del film) nettamente diversi tra loro formalmente e stilisticamente, ma uniti dalla tematica comune. Il primo capitolo racconta la festa per il matrimonio di Justine e Michael, che si tiene nella grande tenuta con castello di Claire, la sorella della sposa. Von Trier utilizza toni più accesi, e predilige la macchina a mano per girare, passando così vorticosamente tra tutti i personaggi e le situazioni, mostrando la confusione di un simile momento. In questo capitolo, il regista è semplicemente spietato, approfittando di un rito tradizionale come il matrimonio mette a nudo le ipocrisie di un’intera classe sociale, le idiosincrasie dei personaggi e i loro sentimenti repressi. È quasi uno scenario classico del grande cinema scandinavo (pensiamo a Festen, ma anche a Fanny & Alexander di Ingmar Bergman) che Von Trier rielabora e fa proprio, mischiando ironia a tristezza. Ma quest’ultimo stato d’animo è sempre presente, e anche alla fine, quando il matrimonio sprofonda come una grande farsa, e gli invitati si rivelano uno più egoista dell’altro, non c’è la soddisfazione per aver smascherato chissà cosa, ma solo un senso ineluttabile di sconfitta. Il secondo capitolo, che si svolge tempo dopo il fallimento del matrimonio, racconta le diverse reazioni dei protagonisti (Justine, Claire e il marito di quest’ultima) di fronte all’inesorabile impatto della Terra con un altro pianeta. Von Trier abbandona la macchina a mano, gira con uno stile più asciutto e compatto, i toni e i colori si vanno via via sempre più grigi e scuri, e il ritmo diventa compassato e lento. È ovviamente una chiara e giustissima scelta, dopotutto ora più che farci vedere la depressione, ci entriamo direttamente, e il film deve essere esattamente così, non può non essere una visione pesante, ma emotivamente travolgente. E naturalmente, assistiamo al decisivo cambio di prospettiva: Justine, la ragazza depressa, debole e da curare, reagisce positivamente di fronte alla fine del mondo, di un mondo cattivo che secondo lei non mancherà a nessuno, percependo il tutto come la fine di ogni sofferenza; Claire, la ragazza normale, non ha più risposte e solitamente sicura, diventa sempre più irrazionale e terrorizzata. La prima diventa sempre più forte e ricca di consapevolezza, la seconda diventa sempre più debole e divorata da dubbi e paure.
Melancholia arriva all’interno di un chiaro percorso nella filmografia del regista, una strada fatta di storie amare, situazioni tragiche, ritratti sociali tremendi e ritratti personali terrificanti. Dopo tanto pessimismo giustamente c’è solo la fine, quella assoluta, la più esagerata e forse, proprio per questo, la più sincera. Von Trier è infatti incredibilmente coerente nel corso del film: pur affrontando nei due capitoli stili e approcci diversi (che comunque racchiudono tutto il cinema del regista, dai drammi familiari alle storie di carattere sociale) il fulcro narrativo della storia è costante e presente come perno incrollabile, facendo da collante e cesura all’intera opera. Alla sostanza accompagna anche una notevole forma, realizzando il suo film più curato ed elegante, con una fotografia quasi troppo bella per i suoi standard. E in tutto ciò Von Trier trova anche il tempo per rispondere alle accuse di presunta misoginia (in realtà un’altra sua grande provocazione) disegnando con Justine un personaggio con cui finalmente è buono e indulgente, forse perché rappresenta, nella depressione e nel modo di vedere e accettare le cose, il suo vero alter-ego scenico, permettendo così a Kirsten Dunst di portare sullo schermo una prova complessa e travagliata, una delle sue migliori in carriera, sicuramente la più coraggiosa e affascinante.
Pur con tutte le sue imperfezioni e i suoi cambi di ritmo, il film mantiene una forza intrinseca spaventosa. Von Trier probabilmente non firma la sua opera migliore, ma quella in cui ha messo dentro tanto di se stesso rispetto a qualsiasi altro precedente lavoro. E soprattutto, anche questo film fa discutere e dividere. Ma questa è la sua grande forza, aver sempre qualcosa da dire e scatenare sempre reazioni diverse, a differenza di molti altri registi e film piatti e sempre uguali.



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