Warrior di Gavin O’Connor, con Tom Hardy, Joel Edgerton, Nick Nolte, Jennifer Morrison. USA 2011
di Emanuele D’Aniello
Uno dei generi cinematografici più importanti per la cultura americana è sicuramente il genere sportivo, poiché racconta spesso storie di rivincite sociali o personali, redenzioni e seconde possibilità, elementi e sentimenti su cui l’America è stata costruita. Lo sport che attraverso il cinema è da sempre riuscito bene in questa narrazione è il pugilato, e ci ha regalato capolavori e storie immortali. Ma ora che il pugilato come sport è in enorme crisi, di popolarità e personalità, anche il cinema decide di sostituirlo come mezzo narrativo con un vicino erede, quelle arti marziali miste che sono definitivamente esplose negli Stati Uniti.
Il film parte sicuramente con buonissime intenzione, collocandosi anche con perfetto tempismo nell’America odierna, ferita e claudicante da una crisi economica che si è fatta crisi sociale, e racconta storie personali di autentici guerrieri non del ring, ma guerrieri della vita: abbiamo il protagonista che combatte il proprio passato, l’altro protagonista che combatte per tenersi la casa e dare una vita decente alla famiglia, un padre che combatte per ricostruire la propria famiglia. Drammi personali che poi come unica valvola di sfogo e possibilità di redenzione si esauriscono sul ring. Warrior insomma prende tutti i meccanismi delle classiche storie sportive e li amalgama in maniera buona, ma scolastica. Quando si raccontano simili storie si rischia spesso di cadere nei clichè, specie se quello che si rappresenta non propone nulla di nuovo. L’unico modo per salvarsi è rigirare i clichè classici a proprio vantaggio oppure aggiungere altro nella storia e nella tematica (e in ambo i casi The Fighter è stato maestro). Warrior non fa ne l’una ne l’altra cosa, non riesce a sbocciare, non riesce ad andare oltre il punto di partenza, presenta personaggi fortunatamente credibili, autentici, sinceri e con cui è facile empatizzare, ma privi di evoluzione, con un percorso già segnato, che vanno a testa bassa verso stereotipi precostituiti. La parte sportiva della storia è buona, probabilmente la migliore, il passaggio dal pugilato alle arti marziali miste funziona pienamente sia dal punto di vista scenico sia dal punto di vista narrativo, i combattimenti sono emotivamente sentiti e ottimamente coreografati. Ma anche qui si affaccia una parte negativa, che poi risulta alla fin fine essere il maggiore difetto dell’intero film: la lunghezza. La seconda parte, e di conseguenza l’intero film, dura troppo, riproponendo cose già viste e appesantendo il ritmo del racconto. Addirittura 20 minuti tagliati dal montaggio finale complessivo avrebbero giovato non poco al ritmo e alla visione.
Quello che sicuramente funzione e convince, senza se e senza ma, è la recitazione del cast, pienamente in stato di grazia. Tom Hardy è sempre più l’attore emergente del momento, interpreta con innato carisma e grandissimo controllo il personaggio più difficile del film, dovendo portare con se una rabbia interiore fortissima, non cattiva ma dolorosa, e trasmette questa sofferenza magistralmente. Joel Edgerton è una rivelazione, poiché interpreta un personaggio normale con grande solidità, paradossalmente per un attore col suo aspetto fisico funziona di più nelle scene fuori che dentro il ring. Nick Nolte, come spesso succede ai grandi veterani che trovano un personaggio nelle proprie corde, brilla e si esalta fornendo una prova di assoluto valore in cui l’emotività trascina tutto il resto. Il regista Gavin O’Connor ha in mano la storia e la messa in scena, ma è il primo a tenere il freno a mano tirato, e questa consapevolezza è dovuta al fatto che il suo film precedente, il poliziesco Pride & Glory (e col senno di poi si nota che Warrior, scambiando il setting dal ring alle strade di New York, è praticamente la stessa identica storia con identiche dinamiche tra i personaggi) esplora in maniera più forte e decisa i problemi all’interno di una famiglia che cresce in un modo preciso, con una passione o un mestiere tramandato da padre a figlio, da fratello a fratello. Warrior è un robusto prodotto di genere, ma non riesce ad uscire o migliorare canoni già stabiliti in passato.


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