Midnight in Paris – recensione

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Midnight in Paris di Woody Allen, con Owen Wilson, Rachel McAdams, Marion Cotillard, Michael Sheen, Kathy Bates, Corey Stoll, Lea Seydoux.  USA 2011

di Emanuele D’Aniello

Sette mesi dopo l’entusiasmante debutto a Cannes, sei mesi dopo l’uscita trionfale in patria, finalmente anche noi possiamo dirlo senza indugi: Midnight in Paris è un bellissimo film, probabilmente (escludendoMatch Point per diverse ragioni) il migliore di Woody Allen da almeno dieci anni, se non addirittura quindici. E al tempo stesso, inserendosi in un percorso chiaro e importante nella filmografia dell’autore, permette col senno di poi di rivalutare anche le ultimissime opere, secondo molti deludenti, che invece ora acquisiscono un nuovo significato.

Midnight in Paris è indubbiamente affascinante, divertente, gioioso, ricco di sfumature e diverse chiavi di lettura che lo rendono più complesso di quanto possa sembrare, ma prima di tutto il film è essenzialmente una grande lettera d’amore di Woody Allen verso due destinatari: la città di Parigi e l’arte. Il prologo del film è insieme di inquadrature, accompagnate dalla musica amata dal regista, della città di Parigi, e mostrano angoli poco conosciuti o monumenti famosi, di giorno e di notte, al sole o con la pioggia. La mente non può non andare al prologo di Manhattan, e il filo conduttore nella rappresentazione dell’ambiente, che si fa protagonista dell’intero film, è chiarissimo. E Parigi ovviamente per Woody Allen richiama i grandi artisti di un passato nemmeno troppo lontano, un coacervo di geni in tantissimi campi, dalla letteratura alla pittura alla musica: dopotutto chi non sogna di poter incontrare magicamente gli autori che si amano, che si leggono da una vita e magari sono riusciti ad ispirare qualcuno? È probabilmente il film più intellettuale, e forse anche un po’ snob, nell’intera carriera di Allen, ma con saggezza riesce a non farne mai sentire il peso, anzi, si percepisce un amore infinito per quello che mostra agli spettatori sul grande schermo. Al regista piaceva Londra, e ci ha girato quattro film molto diversi. Al regista hanno offerto di girare un film a Barcellona, una città che gli piace, e ha realizzato un altro film. Qui il discorso è completamente diverso, perché Allen ama Parigi per mille motivi, e la dipinge con una luce e uno splendore davvero inusuale. Questo non è il film su commissione, non è il film da fare tanto per non rimanere inattivo e sfornare la classica opera ogni anno: questo è il film che Woody Allen voleva fare, e si vede.

Oltretutto, tale serenità e gioia d’animo si riflette anche nel racconto, con tanto di esito felice, e nella rappresentazione del protagonista, guarda caso uno sceneggiatore hollywoodiano in crisi creativa, che non vuole più fare copioni per stupidi film ma scrivere finalmente un grande romanzo. Allen non ha mai presentato personaggi del tutto positivi, però nell’ultimo decennio, specie negli ultimi film, la quantità di personaggi cinici, egoisti e addirittura detestabili era salita a dismisura. Gil invece, il nostro nuovo protagonista, è una figura del tutto positiva, simpatica e felice di trovarsi a Parigi, assetato di arte e di cultura, a differenza della fidanzata e della sua famiglia, un ritratto spietato di alcuni americani che vanno in Europa solo per lo shopping e riempire gli armadi, e quando tornano in patria sono talmente ottusi da credere alle parole dei Tea Party (e il fatto che il film negli Stati Uniti sia andato molto bene al botteghino, pur essendo Allen davvero spietato con i propri connazionali, è sorprendente). Diamo anche merito in questo discorso a Owen Wilson, indubbiamente alla miglior prova della carriera, finalmente con in mano una sceneggiatura che può esaltarne le qualità. E soprattutto, pur interpretando il classico alter ego alleniano, è attentissimo a non imitarlo e non scimmiottarlo, ma gli dona vita propria e lo fa suo. Tutti gli altri attori funzionano, a partire da Rachel McAdams e Michael Sheen perfetti nella loro pedanteria. Anche la raffigurazione dei vari artisti è azzeccata, perchè pur essendo tutti stereotipati, sono esattamente come uno si aspetta che fossero in vita. Allen qui può sguinzagliare la sua inventiva, permettersi momenti esilaranti con i surrealisti (straordinario il cameo di Adrien Brody nelle vesti di Salvador Dalì) e momenti più riflessivi, affidandosi ai monologhi di un carismatico Ernst Hemingway.

Per raggiungere il proprio scopo Woody Allen non ha nemmeno bisogno delle sue solite battute, presenti ma in numero decisamente ridotto: pur essendo divertente, il film invece che far ridere vuole stupire, e in questo ci riesce benissimo. Dopotutto il tema centrale della storia, la nostalgia e le difficoltà di vivere il presente, non è affatto semplice da affrontare, Allen però dall’alto dei suoi 76 anni ha maturato esperienze e una visione coerente, chiara e logica. La sua notoria paura di morire, che lo porta a scrivere e realizzare un film all’anno come se esorcizzasse o provasse a posticipare l’inevitabile, è presente costantemente nel film. La nostalgia del passato, l’amore per le epoche antiche è dovuto proprio ad un forte malessere per la vita nel presente. Invece di farsi cullare dalla nostalgia, come molti altri film farebbero, Woody Allen, come il suo alter ego filmico, capisce che la nostalgia è ricorrente nell’animo umano, in tutte le epoche storiche, si preferisce da sempre guardare al passato piuttosto che accettare la banalità del presente. Accettare il presente, e viverlo serenamente, è la chiave per un’esistenza felice. Dopotutto dicevamo all’inizio che il film è più serio di quanto possa sembrare, e soprattutto permette col senno di poi di rivalutare sotto nuova luce perlomeno gli ultimi due film del regista. Se ci pensiamo bene un attimo, la commedia Basta che Funzioni, il successivo Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, e ora questo Midnight in Paris formano una ideale trilogia della consapevolezza tramite l’illusione. Se infatti pensiamo al divertente Basta che Funzioni di due anni fa, pur essendo uno dei film più esilaranti della recente filmografia alleniana, è soprattutto un’opera cinica, pessimista fino al midollo, perfino cattiva. Alla fine si raggiunge la consapevolezza che la vita non ha senso, ma essendo l’unica a nostra disposizione per essere felici bisogna tenersi stretto tutto quello che apparentemente funziona. Lo scorso anno il londinese Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni fu estremamente deludente, ma anche in un’opera davvero poco riuscita si trova un chiaro percorso, con tutti i personaggi attaccati a pie illusioni: il finale negativo è l’ennesimo simbolo del caos dell’esistenza. Ora con Midnight in Paris, dietro alla gioia e alla luce di Parigi, come detto, si trova un velo di tristezza, che può essere abbattuta solo con la consapevolezza della propria condizione. Woody Allen è diventato più ottimista? Probabilmente no, ma ha capito qualcosa, e lo vuole comunicare e consigliare agli spettatori. Allen ci dice chiaramente che bisogna essere consapevoli, poi se con pessimismo o ottimismo è un fatto personale.

Un atto d’amore verso l’arte, un atto d’amore verso Parigi, una riflessione serena sulla vita, e fortunatamente un gran bel film. Questo è quello che aspettavamo da anni da Woody Allen e finalmente non ci ha deluso, come ha confermato anche la critica e addirittura il botteghino mondiale. Ora tocca a Roma il prossimo anno, e da italiani, ma soprattutto da amanti del nevrotico genio newyorkese, speriamo che il tocco magico non si esaurisca e possa coinvolgere anche la nostra Città Eterna.

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Una risposta a “Midnight in Paris – recensione”

  1. Avatar bastardiperlagloria

    […] non è mai fine a sé stessa, ma sempre figlia di un qualche pentimento dovuto al presente. Come in Midnight in Paris l’amore per il passato era solo dovuto ai problemi della vita quotidiana, qui in Cafè […]

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