The Artist – recensione

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The Artist di Michel Hazanavicius, con Jean Dujardin, Berenice Bejo, John Goodman, James Cromwell.   Francia/USA 2011

di Emanuele D’Aniello

L’errore più grande che si possa fare con un film come The Artist, è considerarlo solamente come un omaggio al cinema muto degli anni 20 e agli attori della Golden Era di Hollywood, oppure catalogarlo come il semplice esperimento di creare un film muto nel 2011. Pur essendo ricco di richiami e citazioni, ed essendo realizzato in tutto e per tutto come un film di decenni e decenni fa, è un’opera che possiede vita propria e ha una personalissima forza e visione. Altro errore da evitare, è considerarlo per la sua natura come prodotto d’elitè, buono solo per i cinema d’essai o per i circoli intellettuali. The Artist è in realtà un film per tutti, per tutte le età e per ogni tipo di spettatore, un film che intrattiene, fa ridere e riesce anche a commuovere, assolutamente universale, e non può non piacere a chi ama il cinema.

Il regista francese Michel Hazanavicius decide di mostrare in cento minuti scarsi la storia del cinema degli anni 20 e il traumatico passaggio per le star dell’epoca dal muto al sonoro, con cura filologica e uno sconfinato amore per la settima arte. È la storia dell’attore George Valentine (nel nome il richiamo a Rodolfo Valentino è inequivocabile, nella fisicità ricorda costantemente Douglas Fairbanks, Clark Gable o Errol Flynn) idolo del cinema muto, star dei più grandi campioni d’incassi, l’ideale icona dell’epoca. Un giorno incontra casualmente una giovane aspirante attrice, Peppy Miller, che di lì a poco troverà come collega sul set. Con l’avvento del cinema sonoro la carriera di Peppy esplode, mentre George, testardamente conservatore e contrario al sonoro, decide di continuare sulla sua strada, ma cade in rovina dimenticato da tutto e da tutti. La storia, nella sua semplicità, ha una forza dirompente. Quello che vediamo nel film è accaduto realmente a decine e decine di attori, il crollo verticale di George Valentine e la sua ostinazione rappresenta il declino di un’intera epoca, basta pensare per fare un esempio a quanto accaduto ad una leggenda come Buster Keaton, o a quanto narrato meravigliosamente, e ovviamente con altri toni, nel capolavoro Viale del Tramonto di Billy Wilder. Qui il francese Hazanavicius è pienamente consapevole che gli spettatori possono essere anche attirati al cinema dalla curiosità di vedere un film muto in bianco e nero al giorno d’oggi, ma poi per tenerli seduti per cento minuti la curiosità non basta, devi intrattenere e coinvolgere, e riesce totalmente nel suo intento. La descrizione del cinema e soprattutto dei maccanismi produttivi di quegli anni è poi magistrale: i film in cui i nostri protagonisti sono coinvolti sono esattamente le pellicole che andavano per la maggiore all’epoca del muto, la figura interpretata da John Goodman, un incrocio tra un produttore e un regista, potrebbe essere qualsiasi regista dell’epoca, un uomo soggetto al volere degli studios e ai capricci delle star, che realmente comandavano tutta l’industria.

Naturalmente con un film così particolare non si può prescindere dalla realizzazione e dalla messa in scena. Fin dall’inizio, fin dalla prima scena, siamo letteralmente trasportati in un altro mondo, il mondo cinematografico di un tempo, vediamo esattamente come i film erano realizzati (dopotutto si inizia proprio in un cinema durante una proiezione, per mostrare subito come era la visione di un tempo). È in tutto per tutto un autentico film muto, accompagnato da una colonna sonora sempre coinvolgente, in grado di dare costantemente ritmo alle scene, con le locandine per raccontare i dialoghi (ma non sempre, solo quando le battute sono fondamentali). Hazanavicius gira però con grande modernità, con inquadrature piene di dinamismo, servendosi di un montaggio mai scolastico come si potrebbe pensare. Soprattutto, come già rimarcato, esce dal tunnel del citazionismo e gioca con la sua creatura: la miglior scena del film è probabilmente l’incubo del protagonista quando ha scoperto il cinema sonoro, un momento in cui Valentine sente i rumori intorno a se prendere vita mentre lui non riesce a parlare, non solo nei film ma anche nella vita. Una scena fantastica, di prorompente energia, e sentire per la prima volta nel film un suono fa davvero sobbalzare lo spettatore, ormai completamente assuefatto al muto. Molto è dovuto anche alle interpretazioni, che come immaginabile non sono affatto facili, dovendo sovraccaricare i gesti e le espressioni e al tempo stesso utilizzare i movimenti vecchio stile. Berenice Bejo porta eleganza e una gran simpatia in ogni scena che la vede impegnata, ma ovviamente Jean Dujardin è autore di una prova superlativa, ricca di tantissime sfumature: è affascinante, gioca col sorriso, è ricco di energia e poi malinconico, i movimenti, i gesti, le espressioni, gli sguardi rapiscono chiunque.

The Artist è innovativo pur guardando e riproducendo il passato, è pieno di significato senza doverlo esprimere a parole, è eccitante senza chissà quale artificio. Nell’epoca del 3D, in cui anche i giocattoli e i robot parlano al cinema, per realizzare un film simile ci vuole grande coraggio e grandissima passione. Soprattutto, rappresenta una vera esperienza, un’immersione nel cinema unica ed irripetibile per lo spettatore moderno.

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