Le Idi di Marzo – recensione

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Le Idi di Marzo (The Ides of March) di George Clooney, con Ryan Gosling, George Clooney, Evan Rachel Wood, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei, Jeffrey Wright.  USA 2011

di Emanuele D’Aniello

Le Idi di Marzo rappresentano storicamente il giorno in cui Giulio Cesare, oltre duemila anni fa, venne ucciso dai suoi amici e colleghi senatori con ben 23 pugnalate. Il richiamo simbolico nel nuovo film da regista di George Clooney è fortissimo, poiché assesta continuamente una serie di pugnalate alla politica, ai politici, allo svolgimento delle campagne elettorali, alla stampa, e a tutta l’ipocrisia che circonda il circo politico americano.

Al centro della storia troviamo Stephen Meyers, un giovane idealista pieno di buoni propositi, membro volontario dello staff del candidato democratico alla Casa Bianca, il governatore Mike Morris, che sembra avere tutte le caratteristiche per cambiare la politica americana. Meyers crede realmente nel suo candidato, lo ammira come politico e come uomo. Con l’avanzare della campagna elettorale però rimane ingabbiato nei giochi sporchi della politica tra manipolazioni, astuzie, ricatti e ipocrisie. Probabilmente la storia non è originale, ma non fa mai male raccontarla. Clooney è una tra le personalità di Hollywood più attive in campagne non solo politiche, ma anche sociali e umanitarie dai risvolti internazionali, è un membro della cosiddetta ala liberal, e come tale si prende l’onere di far rinascere quel cinema di impegno civile nato negli anni 70 così appannato negli ultimi tempi, di cui Robert Redford è rimasto forse l’ultimo, sbiadito, baluardo. Clooney ha soprattutto il grande merito di non cadere nel gioco fazioso della politica americana, ambientando la storia, e di conseguenza i giochi sporchi, all’interno del suo partito di riferimento, il Partito Democratico, dimostrando che la corruzione non ha colore o bandiera, evitando di realizzare solo un ritratto di parte. La visione del film è tremendamente cinica, quasi senza speranza, uno spietato atto d’accusa alla politica nel suo insieme, e non stupisce che arrivi proprio con questo tempismo: Clooney è sempre stato, e lo è tuttora, un sostenitore di Barack Obama, ma la forza disincantata, disillusa e soprattutto delusa del film si ritrova perfettamente nel tempo attuale, quando la spinta ideale di Obama sta scemando e la speranza infusa negli americana quattro anni è quasi tramontata. Il film ci dice che non è più tempo di “Yes We Can” perché la realtà è un’altra, ormai affermare che i politici sono tutti uguali non è qualunquismo o retorica, ma constatazione dei fatti.

Il quesito è però un altro: le pugnalate di Clooney sono così efficaci? Qui cominciano i problemi. Il film, una volta stabilito il tono, una volta introdotti tutti i personaggi e la storia, sceglie una strada invece di un’altra, e verso metà si incarta pericolosamente. In poche parole, sceglie la strada del thriller invece del dramma. Il primo problema è la costruzione del thriller, assolutamente scolastica: non solo i twist della trama sono prevedibili, ma la regia e soprattutto la colonna sonora vogliono creare un’atmosfera da thriller old style che non c’è, sottolineando con eccessiva veemenza alcune scene. Quando i sentimenti e le sensazioni degli spettatori, in questo caso la tensione, sono suggeriti invece che indotti, è sempre un errore. Il secondo problema è la resa e la scarsa efficacia del thriller stesso, che fa perdere notevolmente forza e importanza all’intero racconto. Si sceglie la strada della banalizzazione invece dell’indagine psicologica, non si scava nei personaggi o nei motivi della corruzione morale, si accetta tutto come scontato. Eppure il materiale forniva su un piatto d’argento un certo impianto drammaturgico, addirittura il titolo fortemente voluto da Clooney contro il parere della casa di produzione poteva avvicinare la storia a risvolti shakespeariani. E attenzione, non è una scelta da condannare a priori, ma perde sicuramente il confronto con altre opere di genere del passato molto più efficaci. Insomma, nulla di nuovo, nella trama e nella costruzione della stessa.

Fortunatamente, la vera arma vincente in cui si concentra tutta la riflessione del film è il personaggio di Stephen Meyers e la sua parabola triste, una vera e propria discesa negli Inferi. Meyers è una figura tremendamente attuale e credibile, con cui è facile simpatizzare, e per questo vederlo passare attraverso ogni girone del degrado morale della politica fa davvero male. L’inquadratura iniziale e il lungo primo piano finale sono molto simili come realizzazione, ma il nostro protagonista è completamente cambiato, è un’altra persona: all’inizio conosceva il suo candidato ed era consapevole delle sue qualità, alla fine conosce davvero il suo candidato ed è davvero consapevole delle sue qualità. La differenza però è enorme. Merito va dato soprattutto ad un Ryan Gosling sempre più bravo ed efficace, in grado di inanellare performance superlative una dietro l’altra, ormai totalmente in controllo dei propri mezzi espressivi e della propria intensità interiore. Come comunica lui con lo sguardo riescono a farlo pochissimi attori al giorno d’oggi. Gosling è qui circondati da grandi attori che sfidano in continue gare di bravura, i duetti che vedono coinvolti Philip Seymour Hoffman e Paul Giamatti, due autentiche garanzie, sono uno meglio dell’altro. Il problema è che si vedono poco, e lo stessa dicasi per Marisa Tomei, un personaggio potenzialmente molto interessante (il connubio tra stampa e politica è vitale) che vediamo forse per cinque minuti. Una presenza sprecata, un altro possibile risvolto serio della trama buttato al vento.

Se l’intenzione di Clooney era quella di lasciare lo spettatore con l’amaro in bocca, ci riesce doppiamente: per il cinico finale e purtroppo per la grande occasione persa. Il materiale di partenza, soprattutto vedendo il periodo storico-politico in cui viviamo, meritava un migliore e diverso approccio, considerando poi l’ottimo cast a disposizione. Pur intrattenendo e coinvolgendo, non morde. E questo dispiace, fa quasi male, forse anche di più delle metaforiche pugnalate che Clooney vorrebbe scagliare.

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