J. Edgar – recensione

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J. Edgar di Clint Eastwood, con Leonardo DiCaprio, Armie Hammer, Naomi Watts, Judi Dench   USA 2011

di Emanuele D’Aniello

Se c’è una figura nella storia americana del secolo scorso che merita grande attenzione, e quindi un racconto cinematografico della sua vita e delle sue controverse opere, quella è sicuramente J Edgar Hoover, l’uomo che ha creato l’FBI, rendendola una specie di papato della burocrazia, e ne è stato il direttore dalla sua fondazione alla morte, oltre 40 anni passando attraverso otto presidenti e i più grandi scandali del paese. Se aggiungiamo anche le voci su scandali personali di Hoover, davvero capiamo come di materiale per fare un film ce ne sia in abbondanza. Clint Eastwood, che come cittadino questi anni li ha vissuti, decide però di seguire una strada narrativa ben diversa, pur rimanendo nel solco della tradizione biografica.

In poche parole, e lo diciamo subito a scanso di equivoci, il film è costantemente ingolfato e indeciso. Assistiamo innanzitutto ad un biopic che, pur servendosi di continui salti temporali nel racconto, si presenta in maniera del tutto classica: si parte da un punto A e si arriva al punto B, con una traiettoria lineare che non permette molte divagazioni. Ma il vero problema del film è il conflitto continuo tra trattazione pubblica e privata del protagonista. Una chiave di lettura che risalta all’occhio subito è nel titolo: J Edgar, il nome di battesimo, che qui serve ad indicare la figura privata, e non Hoover, il personaggio pubblico che tutti conoscono e la cui storia è così ricca e controversa. La scelta ricade sulla sfera personale, mostrando i problemi di Hoover col collega/amante Clyde Tolson, le difficoltà interpersonali e il rapporto soffocante e castrante con la madre. Ma ovviamente nel corso del racconto si devono toccare i tantissimi fatti di cronaca e politica in cui Hoover è rimasto coinvolto, spesso e volentieri come grande burattinaio, e ci accorgiamo come Hoover sia di gran lunga più interessante di J Edgar, il personaggio pubblico ci potrebbe dire e raccontare molte più cose ed enormemente intriganti. A maggior ragione dopo che il film renda chiara la propria tesi: Hoover aveva sviluppato quella personalit a causa di una omosessualità sempre e da sempre repressa. Un punto di vista di per se non banale, ma trattato in modo poco interessante, senza indagine psicologica che non sia il rapporto con la madre. Qui la colpa ovviamente ricade sullo sceneggiatore Dustin Lance Black, un personaggio a sua volta molto interessante, e la cui personalità alla scrittura schiaccia anche quella di Eastwood stesso: venendo da Milk, non a caso un’altra biografia su un personaggio omosessuale, cambia decisamente stile, presentando un rapporto tra due amanti positivo ma in modo del tutto freddo, rispetto al rapporto madre-figlio negativo ma di dilagante intensità emotiva. La mancanza di equilibrio si riflette poi sull’intero film. Le trovate interessanti non mancano, specialmente quando vediamo Hoover prigioniero della propria immagini e dei suoi uffici (vedo ogni evento da una finestra, gli scambi con le altre persone avvengono sempre in interni e raramente in esterni, spia le intercettazioni piuttosto che avere reali conversazioni) e tocca con grazia anche l’accusa di travestitismo fatta a Hoover durante la sua vita, ma servono più che altro a ribadire quanto finora detto, dimostrando che si poteva e doveva fare di più.

Certo, nemmeno il tono visivo e narrativo aiuta. La fotografia di Tom Stern grigia e spenta, con i colori resi il meno vivace possibile, sono una scelta stilistica che accompagna i recenti film di Eastwood, e pur avendo in questo caso una funzione precisa appesantiscono ancor di più la visione. Il film inoltre soffre di un ritmo nel racconto perennemente piatto, la storia portata sullo schermo per coinvolgere lo spettatore ha bisogno degli episodi di storia realmente accaduta. Clint Eastwood è per molti l’ultimo regista classico di Hollywood, ma qui questa dote assume una tonalità negativa, poiché non riesce mai a prendere in mano il racconto, la regia è lineare e assolutamente priva di guizzi stilistici o narrativi. Per fare un esempio, Il Divo del nostro Paolo Sorrentino ha moltissimi parallelismi con questo film (sono opere biografiche, raccontano storie di uomini di potere che hanno comandato i rispettivi paesi per un tempo lunghissimo, ed entrambi sono stati coinvolti in prima persona in eventi controversi da cui hanno ricevuto un’eredità negativa) ma ha tutt’altra vitalità, energia, modernità, scelte stilistiche ed estetiche quasi all’avanguardia, e come fanno molte biopic recenti sceglie di raccontare solo una porzione di storia del protagonista che si fa simbolo e specchio del suo intero operato. In sostanza, J. Edgar è un film classico nel senso negativo del termine.

L’elemento migliore è innegabilmente l’ennesima grande interpretazione di Leonardo DiCaprio (molto è purtroppo perso col doppiaggio), ormai è quasi diventato ripetitivo dire che è il miglior attore della sua generazione e uno dei primissimi al mondo quando si tratta di donare intensità e dramma interiore ad un personaggio, soprattutto dimostra che quando può mascherare il suo volto da eterno ragazzo (come accaduto inThe Aviator) riesce a dare il meglio di se. Il suo Hoover è una figura forte fuori ma debole dentro, sempre alla ricerca di conferme e successi per non crollare, e il volto di DiCaprio porta questo peso in maniera viscerale, lavorando sullo sguardo soprattutto nella vecchiaia, anche indossando un pesante e vistoso trucco. Parlando un attimo del make-up del film, un elemento molto importante data la scelta della narrazione, dobbiamo dire che quello su DiCaprio funziona, ma l’invecchiamento su Armie Hammer è ai limiti del pacchiano: fa perdere completamente i lineamenti dell’attore, impedendogli così di lavorare con l’espressività, e ne mina addirittura la mobilità facendolo sembrare in alcuni tratti un pupazzo.

J. Edgar non possiamo dire sia un brutto film, ma è sicuramente un’opera non riuscita, probabilmente a causa di un approccio sbagliato. Clint Eastwood è un regista che ha necessariamente bisogno di ottimi materiale di partenza su cui poter lavorare e donare la propria impronta, altrimenti troppo spesso cade nel retorico (vedi Invictus) o nel confuso (vedi Hereafter). Eastwood a 80 anni suonati probabilmente non è interessato a raccontare la Storia, quella vera e importante, forse perché la conosce meglio di molti altri, ma se c’era un racconto biografico in cui la storia doveva avere la precedenza in tutta la sua complessità, era proprio quello su una delle figure più potenti e controverse del novecento: J Edgar Hoover, con tutto il nome completo.

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