A Proposito di Davis (Inside Llewyn Davis) di Joel Coen & Ethan Coen, con Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, John Goodman, F. Murray Abraham, Adam Driver, Garrett Hedlund. USA 2013
di Emanuele D’Aniello
Una settimana nella vita di Llewyn Davis. Una settimana nella New York del 1961, precisamente nel Village popolato da cantanti poeti e da giovani che cercano di costruirsi una vita solo con l’arte. Ma di centinaia, probabilmente migliaia di persone che all’epoca hanno cercato di sbarcare il lunario con la musica, o con l’arte in generale, quanti sono quelli che ce l’hanno fatta davvero? Anche nel mondo d’oggi, con i talent show che popolano le televisioni e la vita quotidiana, quanti sono quelli che riescono davvero a tirare avanti solo col talento in una qualsiasi disciplina? Quante sono le persone che, pur essendo bravissime a fare ciò che fanno, hanno quel che serve per passare al livello successivo?
E’ fantastico vedere come la filosofia dei fratelli Coen, fatta di indetermismo, casualità, caos e stupidità umana, sia sempre applicabile a qualsiasi storia e e di conseguenza a qualsiasi film, sempre coerentemente e perfettamente. A Proposito di Davis è un film che deve tantissimo a A Serious Man, come se fosse un film gemello che ne estende e amplifica il messaggio, raccontando ancora le vicende di un uomo in balia del mondo, degli eventi e della sfortuna che si manifesta in una serie di concause accidentali quanto devastanti. Ma se lì l’umorismo era fondamentale per capire l’assurdità della vita, e le domande esistenziali diventavano la radice del film, ora in A Proposito di Davis l’umorismo lascia lo spazio alla tristezza e alla malinconia (per quanto, come in ogni opera dei Coen, l’ironia sia sempre presente e sempre piazzata nei momenti giusti) e lo stato dell’arte diventa il grande tema da affrontare. Ed essendo arte quella che i Coen fanno, è indubbio che il film diventi necessariamente uno dei più significativi e importanti della loro intera filmografia.
A Proposito di Davis, si può dire senza paura, è la storia del fallimento e di un fallito. Non perchè Llewyn Davis lo sia realmente, ma perchè è il mondo circostante a renderlo così ed a vederlo così. Eppure il nostro protagonista di talento ne ha da vendere, suona bene, canta ancora meglio, fa un genere musicale (il folk) perfetto per gli anni e la città in cui vive, già conosce le regole e le persone dell’industria musicale. Però, e il punto è tutto qui, non ha quel necessario, fondamentale e misterioso “quid” che serve per sfondare, e come lui tantissimi altri artisti. Non sappiamo se Llewyn Davis non ha quell’elemento in più per il suo caratteraccio, evidente lungo tutto il film, oppure per una serie di sfortune e scelte sbagliate che non lo abbandonano mai, questo non è dato saperlo e sinceramente non conta nemmeno saperlo. Il punto è semplicemente che Llewyn Davis sarà sempre quel bravo cantante che suona con Bob Dylan, ma non sarà mai Bob Dylan, per fare un esempio. I Coen con questo film analizzano la vita, fatta di saliscendi, disgrazie che fiaccano lo spirito e la tenacia umana, momenti tragici e comici che si susseguono senza un disegno, dinamiche paradossali che non danno mai una certezza, e soprattutto lo stato dell’arte, che qui concentra il discorso sulla musica ma può essere benissimo esteso al cinema stesso: nel momento più simbolico del film, la frase “non ci vedo tanti soldi qui” è la chiave di volta per mostrare come l’arte sia piegata al profitto. I Coen con questo non scoprono certo l’acqua calda, ma mostrarlo e analizzarlo è comunque raggelante. Sentire questo da persone che sono nel business da più di 20 anni, e soprattutto non hanno mai avuto troppi problemi o restrizioni artistiche, fa capire come la ricerca di quel famoso “quid”, e di conseguenza il futuro di tante persone, sia in mano a persone che basano il proprio giudizio ugualmente su intuizioni e opinioni. Anche qui, come sempre, il caso/caos regna sovrano.
Esattamente come in A Serious Man, l’ineluttabilità degli eventi e soprattutto la loro circolarità lascia un flebile varco alla speranza, quasi assente. E per questo conta ancora di più godersi la bellezza di quel che c’è, che nel film possiamo trovare nella fantastica interpretazione di Oscar Isaac, esaltata da una voce magnifica, nella fotografia sfumata e nell’impeccabile ricostruzione scenografica che ci fanno davvero vivere il 1961, in una serie di rapsodici incontri (e Carey Mulligan, F. Murray Abraham e John Goodman sono eccelsi) che arricchiscono il bagaglio personale pur nella loro assurdità o negatività, e in una colonna sonora folk semplicemente divina, che rende questo film il più musicale dai tempi di Fratello Dove Sei?. Ormai i fratelli Coen sono arrivati ad un punto di maturità e coscienza dei propri mezzi per cui possono superare ogni classica convenzione narrativa (diciamolo chiaramente, A Proposito di Davis non ha una trama) raccontando comunque una storia, celebrando l’arte proprio laddove la vita ha la meglio sull’arte stessa.



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