Monuments Men di George Clooney, con George Clooney, Matt Damon, Cate Blanchett, Bill Murray, John Goodman, Jean Dujardin, Bob Balaban, Hugh Bonneville USA 2014
di Emanuele D’Aniello
E’ sicuramente nobile l’intenzione di George Clooney di realizzare questo film, oltretutto ancor più nobile considerando la decisione di toglierlo dalla stagione dei premi, periodo che avrebbe sicuramente inserito il film in altri discorsi non inerenti la qualità o la tematica. Raccontare non solo la guerra, non solo gli uomini, ma anche lo stato dell’arte durante la guerra, la debolezza delle opere d’arte che vanno salvaguardate ad ogni costo per ricordare le cose davvero positive che gli uomini lasciano, ponendosi continuamente la domanda: la salvezza di un’opera d’arte vale la vita di un uomo?
E’ una domanda importante quella di Clooney, politica e emotiva al tempo stesso. Il cinema del Clooney regista, con la sola esclusione di Leatherheads, è sempre stato prettamente politico, segnato da un velo di nostalgia, e Monuments Men rappresenta pienamente questa visione di cinema. Ma data l’importanza dell’argomento, il cinismo e la disillusione dei precedenti film qui lasciano spazio ad un pensiero positivo, alla voglia di intrattenere e al tempo stesso lasciare qualcosa di significativo. Ma il Clooney regista, sempre carico di buone intenzioni ad ogni film, non ha mai sfornato un capolavoro, ed è sempre combattuto da un’anima commerciale che cozza con la voglia di serietà (quando ha abbandonato la prima anima a favore della seconda, ha realizzato Good Night and Good Luck che non a caso è un grande film, il suo migliore). Ora, si può dire tranquillamente, Monuments Men è una delusione se consideriamo il tema e il grande cast a disposizione.
Struttura, tono, retorica, questi sono i tre principali e grossi difetti del film, ovviamente tutti imputabili alla sceneggiatura. Pur presentando come detto un grande cast, Monuments Mennon si può mai definire un film davvero corale, perchè dopo il primo atto si decide di “fare le squadre” e suddividere i vari protagoniste in coppie. La struttura episodica non funziona, l’interesse cala continuamente, il nucleo narrativo centrale si perde, e non si riesce mai ad appassionarsi realmente alle vicende dei personaggi, che non conosciamo mai e che rimangono praticamente per tutto il film solo “tizio che interpreta caio”. Il tono è indubbiamente la cosa meno riuscita del film, Clooney non riesce mai a decidersi se il suo film è una commedia o un dramma, l’ironia, per quanto risulti naturale a tutti gli attori presenti, sembra spesso fuori luogo ma è talmente prominente da far sembrare le parti serie le meno riuscite. Infine, per un film dal messaggio così significativo, la retorica è fin troppo evidente, e Clooney invece di lasciar sottintendere i sentimenti sceglie troppo spesso una forzata sottolineatura delle emozioni tra frasi ad effetto, musica smielata e monologhi didascalici.
L’importanza del tema e il gusto retrò non bastano certo a Clooney per esprimere al meglio l’enorme potenziale del film. Spesso si dice che a un film manca il cuore, ecco, forse ora c’è anche troppo cuore, e finiscono per mancare l’equilibrio e il ritmo. E’ lodevole l’intenzione di fare luce su una storia molto importante e sempre attuale, ma indubbiamente le opere d’arte mostrate nel film avrebbero meritato ben altra luce.


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