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All is Lost di JC Chandor, con Robert Redford   USA 2013

di Emanuele D’Aniello

Negli ultimi anni si sono improvvisamente moltiplicati i film che raccontano storie di sopravvivenza con un solo attore davanti alla telecamera, dando vita ad un vero e proprio sottogenere cinematografico. Naturalmente per realizzare un buon film che racconti una storia così difficile quanto affascinante, le regole sono essenzialmente tre: una grande sceneggiatura, un buon ritmo, un ottimo attore/attrice al centro della scena. All is Lost quantomeno aggiunge un elemento di curiosità, legato alla scelta di affidare un ruolo così fisico non certo ad un attore giovane, ma a Robert Redford, una delle grandi icone del cinema nella prova indubbiamente più audace della sua carriera.

JC Chandor manchi il coraggio e la voglia di rischiare. Se il suo esordio rappresentava comunque una sfida, vale a dire raccontare in Margin Call la nascita della crisi economica in appena 24 ore, ora la sfida è ancora più grande, un film con un solo protagonista senza dialoghi e parole, proponendola come opera seconda che da sempre è la più ostica in una filmografia è sicuramente un gran segno di sicurezza e voglia di fare. All is Lost però spara le cartucce migliori tutte all’inizio e alla fine: fin dalla prima sequenza la storia cattura e inchioda allo schermo, ed è saggia la scelta di non dare un nome al protagonista, non dare altre indicazioni o cenni biografici, così da renderlo più che altro autentico simbolo del significato del film: e il finale, che naturalmente non riveliamo, è molto affascinante nella sua ambiguità e molto coerente col percorso esistenzialista, quasi religioso trattato dal film. Ma come detto, il problema sta tutto nella lunga parte centrale, molto ripetitiva, riassumibile nel famoso assunto “se qualcosa può andare male, andrà male” Si, senza intenti ironici si può che dire che All is Lost è più che altro l’adattamento della Legge di Murphy. I più diranno che in realtà rappresenta l’attaccamento di un uomo alla propria vita contro tutti e tutto, la metafora della resistenza dell’umanità contro la crudeltà che ci circonda, ma il punto è che il personaggio di Redford non combatte mai veramente, semplicemente fa scelte sbagliate e stupide una dopo l’altra, non reagisce mai e osserva muto i disastri che gli capitano continuamente.

In tutti i film di questo particolare sottogenere, i protagonisti, essendo soli, hanno il classico e decisivo trucco narrativo dell’interlocutore mascherato con cui poter interagire: in Gravity, la protagonista ha George Clooney, o quantomeno la sua idea; in 127 Ore, il protagonista ha la sua telecamera digitale; in Cast Away, il protagonista ha il pallone Wilson; in Vita di Pi, il protagonista ha la tigre. In All is Lost invece il protagonista non ha niente, e quindi non parla, e nemmeno si agita più di tanto. Quando si è soli, le persone comunque in qualche modo parlano, pensano, e soprattutto in situazioni disperate parlano a voce alte in padre al panico, piangono, urlano, alcuni pregano anche. Qui, con tutto quello che succede, niente. Non è credibile, e di conseguenza questa scelta danneggia la credibilità dell’intero film. E Redford ovviamente, che è sempre stato un buonissimo attore ma mai un grande attore, non dà poi un grande contribuito, limitandosi più che altro ad osservare gli eventi con la minor espressività possibile.

All is Lost è un film che ci consegna il talento dell’emergente JC Chandor, che se con Margin Call aveva dimostrato di essere un grande sceneggiatore, qui dimostra di essere anche un abile regista, bravo nella messa in scena e bravissimo nel costruire le scene col montaggio e il sonoro. Ma ci dice pure che rischiare meno e seguire qualche basilare regola narrativa non fa mai male. Se il film fosse durato 20 minuti in meno e il protagonista avesse detto qualche parola sicuramente il risultato sarebbe stato diverso. Migliore non si sa, ma sicuramente più credibile.

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