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Argo di Ben Affleck, con Ben Affleck, Bryan Cranston, Alan Arkin, John Goodman.  USA 2012

di Emanuele D’Aniello

A volte, pensandoci bene il più volte, la storia è davvero un film. Nel 1979, subito dopo la rivoluzione islamica che portò al potere l’ayatollah Khomeini in Iran, l’ambasciata americana di Teheran fu presa d’assalto dai rivoluzionari, gli impiegati furono presi in ostaggio per oltre 400 giorni e solo 6 cittadini americani riuscirono a farla franca, nascondendosi in casa dell’ambasciatore canadese. La CIA, col fondamentale contributo del governo canadese, organizzò una folle missione per farli tornare in patria, coinvolse Hollywood per ideare un finto film di fantascienza da girare in Iran, così da poter ottenere il permesso di entrare ed uscire dal paese per portare via i sei ospiti dell’ambasciatore canadese spacciandoli, per membri della troupe del film. E si, questo non è un film, ma una storia vera.

“Based on a true story” è una premessa che spesso si vede all’inizio o alla fine di un film. Il più delle volte è una mera indicazione più che una bussola, e anche in questo caso Argosi prende le sue doverose licenze cinematografiche (su tutte, il finale) necessarie per creare una storia che possa mantenere incollato alla poltrona lo spettatore. E nella scelta delle licenze, il film non sbaglia una virgola. Al terzo film da regista, si può dire ormai senza remore che Ben Affleck è un autore di grande valore, e senza dubbio migliore come regista che come attore. E per confermarsi Ben Affleck decide di uscire per la prima volta dalla sua “comfort zone”: se i due precedenti lavori, Gone Baby Gone e The Town, erano essenzialmente dei crime movies, il primo con tinte sociali e il secondo con tinte d’azione, in cui fondamentale era l’ambientazione nella sua Boston (e volendo possiamo includere anche Will Hunting, da lui scritto con l’amico fraterno Matt Damon), Argo è un film completamente diverso, più maturo, più complesso, più grande nella forma e nello scopo, non solo lontano da Boston, ma quasi sempre lontano dall’America. L’ispirazione al cinema politicamente impegnato della New Hollywood degli anni ’70 è chiara, fin dalla scelta di riproporre all’inizio il vecchio logo della Warner Bros di quegli anni, e optando per una meravigliosa fotografia sgranata e sporco che ricorda proprio quel periodo cinematografico. Argo è un film che, per certi versi, 30 anni fa avrebbe potuto girare Sidney Pollack, Sidney Lumet o Alan J. Pakula, ma a dispetto di questi evidenti modelli, Affleck riesce anche a mettere qualcosa di più.

La ricostruzione storica della prima parte è semplicemente meravigliosa. Dalla scelta di contestualizzare la vicenda, alla riproposizione di immagini ormai iconografiche (rigirate poi in maniera identica), fino all’assalto vero e proprio all’ambasciata, l’inizio del film è un grande momento di cinema. Si respira un autentico clima di paura, di insicurezza, di tensione, la frenesia di quei momenti è palpabile e si viene immediatamente risucchiati nella storia. Non abbiamo mai visto quei personaggi, non sappiamo nulla di loro, nemmeno i nomi, ma abbiamo paura esattamente come loro e per loro. La seconda parte del film è una piccola grande perla, in un film simile Affleck trova tempo e modo non solo per mostrare le contraddizioni di Hollywood, ma per scherzare e realizzare una feroce satira sull’industria del cinema commerciale. Le migliori battute del film sono tutte qui, ed è facile divertirsi quando i più importanti giornali del settore, anche loro succubi dall’influenza di Star Wars del periodo, pubblicizzano un film che non esiste e non esisterà mai, mostrando come a Hollywood la forma sia più importante del contenuto. La terza parte è il raggiungimento del climax costruito fino a quel punto, il film diventa a tutti gli effetti un thriller, il livello di coinvolgimento sale e la tensione arriva alle stelle, si procede praticamente senza respirare un attimo. Il grande merito dell’Affleck regista è quello di aver tenuto in piedi questi tre filoni narrativi in maniera decisa e compatta, senza scollature o squilibri, creando una storia avvincente che funziona dal primo all’ultimo secondo. Enorme il lavoro sulla tensione, tutta orchestrata attraverso sguardi, movimenti e montaggio come il più classico thriller politico, senza dover mai ricorrere a sparatorie, esplosioni o inseguimenti, giocando solo sul costante senso di pericolo. E alla fine Argo riesce pure a risultare storicamente interessante non solo per la ricostruzione di una vicenda incredibile, ma anche per il mondo d’oggi, perchè con i recenti tumulti in Medio-oriente e soprattutto per il recentissimo e tragico assalto all’ambasciata americana in Libia, costato la vita proprio all’ambasciatore, quanto vediamo nel film non può non colpire in particolar modo gli spettatori americani.

Affleck è attento, saggiamente, a non cadere nell’agiografia. Indubbiamente nel film i ruoli di carcerato e carceriere sono ben definiti, ma il film descrive un fondamentale contesto storico per comprendere la rabbia dei rivoluzionari iraniani, e soprattutto gli americani non sono ritratti come eroi o portatori della verità, il film si concentra sulla vicenda personale dei 6 ostaggi e dell’uomo che organizzò una pazzia per salvarli, 6 uomini che semplicemente lavoravano in Iran e non rappresentavano certo le azioni del proprio governo, giuste o sbagliate che fossero. Questo come detto riesce benissimo, per la cura formale e tecnica, per la sagace sceneggiatura di Chris Terrio, e per un cast corale in stato di grazia. Affleck non è l’attore più bravo e più espressivo in circolazione, ma la sua prova è convincente, opta per una interpretazione minimale che infonde grande malinconia al suo personaggio. Bryan Cranston appare poco, ma specialmente nel finale la sua bravura esplode, mentre Alan Arkin e John Goodman, che indubbiamente hanno le battute migliori, sono una forza della natura. Nel gruppo degli ostaggi spicca indubbiamente la prova di Scott McNairy, un giovane attore dal futuro assicurato che sta apparendo sempre più spesso in vari film. Tutti elementi che costruiscono al successo di Argo, un film che senza strafare, senza effetti speciali, senza budget stratosferici, senza set enormi, senza trame troppo complesse, senza twist fini a se stessi, rappresenta al meglio la quintessenza del cinema americano: coinvolge, diverte e fa riflettere. Un lavoro artigianale di gran classe, e un bel biglietto da visita per un regista dal brillante futuro davanti a se.

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