Hugo Cabret di Martin Scorsese, con Asa Butterfield, Chloe Grace-Moretz, Ben Kingsley, Sacha Baron Cohen, Emily Mortimer, Jude Law. USA 2011
di Emanuele D’Aniello
Chi vi scrive ora ammette e premette di essere uno scorsesiano duro e puro, uno che ritiene il grande autore newyorkese il suo regista vivente preferito, che ha visto tutti i suoi film, letto libri e biografie. Uno che, quando ha saputo che Scorsese era pronto ad imbarcarsi nella sua prima avventura in 3D col suo primo film per famiglie, si è emozionato al solo pensiero della versatilità del grande regista. Proprio per questo la visione di Hugo Cabret mi ha lasciato una sensazione dolceamara, perché pur non essendo un brutto film fa sorgere spontanea la richiesta: Martin, torna a fare i film sulle strade sporche, sul peccato e sulla colpa, sui gangsters, sulle personalità irrimediabilmente malate dentro, che è meglio per te e per i tuoi ammiratori.
Bisogna però dire prima di tutto che, dietro la macchina da presa, Scorsese non sbaglia una sola inquadratura. Il film dal punto di vista tecnico/formale è girato e realizzato in maniera clamorosa, non si può muovere un singolo rimprovero, solo rimanere estasiati di fronte alla fotografia colorata di Robert Richardson, ai puntuali tagli di montaggio di Thelma Schoonmaker, agli impeccabili costumi di Sandy Powell, alle portentose scenografie del nostro Dante Ferretti, alle sempre magnifiche carrellate di Scorsese: la scena finale è l’ennesimo fantastico paino sequenza del maestro in cui tutto funziona come un meccanismo ad orologeria, mentre la sequenza d’apertura è una incredibile zoomata in avanti dai cieli di Parigi fin dentro la stazione dei treni in cui la regia, l’uso degli effetti speciali e l’uso della tecnica tridimensionale compongono un mosaico perfetto. Questo punto va sottolineato, l’uso assolutamente preciso del 3D come nessuno aveva mai fatto finora, finalmente non solo un giocattolo ma un vero mezzo narrativo che affascina lo spettatore e aiuta la composizione dell’inquadratura, indubbiamente il miglior uso della tecnica stereoscopica con Avatar, o forse anche migliore del film di Cameron, perché qui ha lo stesso effetto senza poter sfruttare spazi aperti o paesaggi sterminati. E con una punta di campanilismo evidenziamo ancora il favoloso lavoro fatto da Dante Ferretti, che non solo ha ricostruito un’intera stazione dei treni, ma ha compiuto altri prodigi ricreando le scenografie dei film di Melies dell’inizio del secolo scorso e un dedalo di scenari all’interno dell’orologio della stazione.
Ma ora per capire i limiti del film basta ricordare le intenzioni iniziali: Scorsese ha più volte dichiarato di aver fatto questo film per poter finalmente mostrare un suo lavoro serenamente alla figlia più piccola di appena 12 anni (dopotutto anche io comprendo che le scene finali di Casinò potrebbero toglierle il sonno) ed esplicitare il suo amore per il cinema e la conservazione del cinema. Non scopriamo certo ora che Scorsese è impegnato in prima persona nel salvare la storia del cinema, e la sua fondazione ogni anno restaura e preserva centinaia e centinaia di pellicole del passato. Hugo Cabret è indubbiamente per Scorsese un film molto personale, e capiamo che di conseguenza ha impegnato più il cuore da appassionato che la testa da regista navigato. In poche parole, il film parte come una storia per ragazzi con dei ragazzi protagonisti, e parte molto bene: divertente, avvincente, con un filo conduttore di emotività importante. il giovane Hugo (un convincente Asa Butterfield), un orfano che vive nella stazione dei treni parigina, deve trovare la chiave per far funzionare l’ultimo progetto a cui il padre stava lavorando prima di morire tragicamente, e lo fa con l’aiuto e l’amicizia di una giovane ragazza della sua età (una bravissima Chloe Moretz, un sicuro talento del futuro). Martin Scorsese incontra Charles Dickens potrebbe dire qualcuno, e fin qui tutto ok. La storia poi si fa sempre più personale quando Hugo porta per la prima volta l’amica a vedere un film, e qui viene in mente il piccolo Scorsese che debole, gracile, malato di asma, non giocava mai con gli amici per strada, non praticava sport, e l’unico suo passatempo era andare al cinema col padre. Da qui, e poi con la scoperta dell’identità del personaggio di Ben Kingsley (che pur essendo risaputa, non sveliamo per non rovinare la sorpresa), il film cambia completamente traiettoria, inizia a parlare d’altro. I ragazzi passano in secondo piano, la loro avventura passa in secondo piano, tutto quello a cui ci eravamo affezionati come spettatori nella prima parte e la storia che stavamo seguendo sparisce nella seconda parte.
Negli ultimi mesi le (poche) critiche arrivate all’indirizzo del film The Artist sono state quelle di essere principalmente un omaggio. In realtà l’opera francese, partendo come omaggio e sfruttando le tecniche del passato, ha le proprie gambe e una propria vita. Hugo Cabret invece no, nella seconda parte diventa in tutto e per tutto un purissimo omaggio al lavoro dei pionieri cinematografici che hanno costruito la settima arte. La forza emotiva si perde minuto dopo minuto, la forza espressiva è legata solo alla messa in scena e non allo sviluppo della storia. In poche parole Scorsese mette in piedi la rappresentazione della meraviglia, invece di crearla a sua volta. Inoltre, cambiando come detto il registro narrativo durante il film, i generi cozzano tra loro invece di fondersi: i cinefili assistono ad una lezione base da scuola di cinema, gli adulti non sono coinvolti nella prima parte, i ragazzi magari coinvolti all’inizio si perdono nella seconda parte, dopotutto possiamo pretendere che un bambino conosca le citazioni ed i film di Melies e dei fratelli Lumiere? Per preservare e diffondere l’amore per il cinema ci sono i documentari e il grandissimo lavoro che l’ associazione di Scorsese già compie, non un’opera di finzione che dovrebbe prima di tutto saper raccontare una storia, perdendo poi miseramente il confronto, nel territorio della meraviglia, con i lavori di quegli stessi pionieri cinematografici che il film vuole salvare dall’oblio del tempo passato.



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