War Horse di Steven Spielberg, con Jeremy Irvine, Emily Watson, David Thewlis, Benedict Cumberbatch, Tom Hiddleston. USA 2011
di Emanuele D’Aniello
Oh. Santissimo. Cielo. Ok, forse è sbagliato esagerare nei toni tragici, abbiamo visto di peggio e di molto peggio vedremo in futuro. Eppure ci troviamo di fronte ad uno dei peggiori tre film nell’illustre carriera di un’icona come Steven Spielberg. Ipotizzare un film con protagonista un cavallo già si presenta come un’idea non proprio credibile, la realizzazione poi della storia trasforma i dubbi iniziali in incubi. Un cavallo, santissimo cielo. Non dimenticherò mai questo film.
Nessuno si aspettava un film potente come Schindler’s List, o un film emotivamente coinvolgente come E.T. l’extraterrestre, ma il primo a voler alzare l’asticella è stato Spielberg stesso, giocando a fare il John Ford della situazione. Gli omaggi, le citazioni, lo stile, tutto è chiaro, tutto richiama alla mente il cinema dai grandi spazi di Ford, ma all’immenso regista divenuto leggenda non è mai passato per la mente di girare un film con protagonista un cavallo, fortunatamente. Perchè purtroppo dobbiamo partire proprio da questo punto, lasciando il resto in secondo piano, come anche il titolo stesso del film ci impone. Sono tanti, tantissimi i film dedicati agli animali, all’amore per gli animali e al rapporto tra animali e umani, ma mai nessuno aveva osato tanto: il cavallo Joey è il protagonista della vicenda, passa tra vari padroni e varie situazioni, noi assistiamo allo scorrere degli episodi attraverso il suo punto di vista. Se fosse stato un film d’animazione della vecchia Disney tutto ok, ma questo non è purtroppo un film d’animazione. Il primo problema è quindi di natura concettuale: come può lo spettatore empatizzare con un cavallo? Indubbiamente difficile. Il secondo problema è di natura narrativa, far sviluppare le scene attraverso un non-personaggio. il film tenta di ovviare a questi problemi, come se non bastasse, nella maniera più sbagliata: umanizzando il cavallo, anzi, in alcuni casi addirittura mitizzandolo come fosse una specie manifestazione cristologica. I cavalli, come tutti gli animali, sono creature splendide, chi ha avuto a che fare con loro lo sa, ma per quanto magnifici i cavalli sono naturalmente diversi in comportamenti ed azioni dagli umani, ma anche dai cani o dai gatti per limitarci agli animali domestici. Umanizzare Joey, farlo reagire in base ai comportamenti degli uomini che incontra, è sbagliato, non necessario alla storia e non rende nemmeno giustizia a questi portentosi animali. Una rappresentazione, oltretutto, che si può vendere ad un bambino, ma già un ragazzino di 13 anni inizia a storcere la bocca.
Dove il film però rimane impantanato è nelle ricerca di una certa “melensaggine” costante per le oltre due ore di pellicola. Spielberg è il maestro del sentimentalismo, e i suoi film più riusciti sono indubbiamente quelli in cui la commozione è giusta, non eccessiva, e soprattutto non indotta. Qui accade il contrario. War Horse offre scenari e situazioni emotivamente potenti che un buon regista dovrebbe semplicemente narrare e guidare invece di accentuare, come Spielberg purtroppo fa. E’ compito dello spettatore emozionarsi per le vicende del cavallo, non è il regista a doverci indicare l’emozione, quasi costringendoci a piangere, creando momenti in cui manca solo il sottotitolo sullo schermo “lacrime perfavore”. L’emotività indotta nei film è sempre sbagliata, e qui assistiamo ad un caso di purissima manipolazione emotiva.
Ma anche la messa in scena non funziona, ed è la cosa più grave data la bravura e l’esperienza di Spielberg. I richiami continui nelle inquadrature a John Ford finiscono per ritorcersi contro il film, che indubbiamente perde il confronto con i grandi scenari offerti da Ford nel passato, Spielberg non riesce a riempire di significato gli spazi che mostra, limitandosi a girare in un modo didascalico che assume in tutto e per tutto le sembianze di un gigantesco esercizio di stile. La ricchezza formale di Ford si perde nel melodramma ultraclassico di Spielberg, in poche parole. Gli unici elementi che funzionano sono la solita struggente ma favolosa colonna sonora del maestro John Williams e la splendida fotografia di Janusz Kaminski, che cultima in una scena finale visivamente indimenticabile, ricolma di un tramonto mai così arancione con le figure dei personaggi completamente in ombra. Da tutto ciò, cosa deduciamo? Spielberg deve fare Spielberg, punto e basta. Volendo fare il John Ford, questi sono i risultati, dopotutto quando ha voluto fare in passato il David Lean, ha realizzato con L’Impero del Sole uno dei film più noiosi e ridondanti della sua filmografia. Steven Spielberg deve fare i suoi film, quelli per cui è divenuto leggenda, avendo poi dimostrato col recentissimo Le Avventure di Tintin che ha ancora tanta energia, vitalità, visionarietà, amore per la spettacolarizzazione. Facciamo tutti finta allora che, nonostante le nominations all’Oscar (ma si sa che quando c’è da commuoversi i membri dell’Academy sono i primi farlo), questa sia stata soltanto una parentesi, un omaggio semplicemente non riuscito.


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